The Wrong Place

di

29 Settembre 2020

Un’inchiesta giornalistica sul caso Rocchelli-Markiv

Oggi, come mai prima, in questa fase storica, il senso del giornalismo è porre domande. E questo è importante, ancora più importante, quando ‘una’ verità sarebbe comoda. Questa è una di quelle storie.        

Oggi, 29 settembre 2020, presso la Corte di Assise di Appello di Milano, inizia il processo di appello per Vitalij Markiv, un militare con doppia cittadinanza italo-ucraina, 31 anni, condannato in primo grado a a 24 anni di reclusione  per la morte del fotoreporter italiano free-lance Andy Rocchelli, 29 anni, ucciso insieme al suo collega, dissidente russo, Andrej Mironov, durante al guerra nel  Donbas ucraino a maggio del 2014. Markiv venne arrestato all’aeroporto di Bologna a giugno del 2017 .

A pochi giorni dall’avvio del nuovo processo a Roma, nella Sala Caduti di Nassirya del Senato, e a Milano, nella sala Pirelli, del Consiglio regionale della Lombardia, è stato presentato il documentario The Wrong Place (Il posto sbagliato), un film-inchiesta realizzato da un gruppo internazionale di giornalisti e produttori, tra i quali gli italiani Cristiano Tinazzi, Danilo Elia, Ruben Lagattolla e la giornalista e produttrice ucraina Olga Tokariuk.

 

“Vogliamo fare chiarezza in un processo così contraddittorio”, dice il coautore Danilo Elia alla presentazione milanese, “ci sono tanti buchi neri in come sono state svolte le indagini e cercando le risposte, più volte, abbiamo trovato porte chiuse, e questo non poteva significare nient’altro che stavamo andando nella direzione giusta”.

Cristiano Tinazzi a sua volta aggiunge: “Io spero che chi critica il documentario, perché di critiche nei nostri confronti ce ne sono state molte, e la famiglia di Rocchelli, possano vedere gli elementi in più che abbiamo trovato, e che potremo parlarci”.

Il gruppo dei giornalisti che non si sono accontentati dalle conclusioni della corte di Pavia – a loro parsa frettolosa e poco argomentata – sono stati più volte accusati di essere anti-italiani e chiamati dai loro colleghi stessi “detrattori di Rocchelli”.

“Abbiamo fatto ciò che non era stato fatto dagli inquirenti italiani”, commenta a Q Code Magazine Olga Tokariuk, che si è impegnata nella gestione delle riprese in Ucraina. Olga descrive i vari passaggi realizziti dai giornalisti per completare il loro lavoro: “Il primo passo, e per noi è stata la prima cosa giusta da fare, era recarsi sul posto della tragedia nella città di Slovjans’k, liberata dai separatisti, sostenuti dalle forze armate russe, ancora a luglio del 2014, ormai sicura e facile da raggiungere. Abbiamo fatto un sopralluogo, visitato il posto dove sono stati uccisi i giornalisti e la postazione del soldato Markiv sulla collina Karaciun, distante dal luogo della tragedia più di 2mila metri. In seguito abbiamo svolto le riprese con un drone che ci ha permesso di creare una mappa gestita e commentata dal cartografo italiano Paolo Fusinaz”.

“Il secondo passo”, continua Olga, “è stato trovare e parlare con i testimoni e confrontare la loro versione con la versione del giornalista francese, l’unico dei sopravvissuti che ha testimoniato  al processo”.

Durante l’attacco del 24 maggio su cinque persone, che si nascondevano nel fossato, ne sopravvissero tre: un giornalista francese William Roguelon e due cittadini ucraini: Jevhen Košman, l’autista del taxi che portò i giornalisti sul posto, e un ragazzo, Maksym, che passava lì per caso.

“Il ragazzo è stato più difficile da trovare”, continua Olga, “perché avevamo solo la sua immagine, ripresa sulla foto di Roguelon. Le sue foto insieme ad un video riportavano proprio il momento dell’attacco e gli ultimi minuti di vita di Rocchelli e Mironov.”

Gli autori di The Wrong Place non si limitano a queste due interviste e vanno oltre. Per loro è significativo anche riportare tutto il contesto nel quale lavoravano i giornalisti in quel periodo preciso nel Donbas e non solo il giorno preciso della morte dei giornalisti. Intervistano i colleghi che vivevano nello stesso albergo con Rocchelli e Mironov e che quella mattina fecero colazione con loro, intervistano altri giornalisti stranieri che lavoravano a Slovjans’k per capire chi davvero ostacolava il loro lavoro in quel periodo, intervistano il giornalista francese Paul Gogo, il primo ad essere chiamato da Roguelon dopo l’attacco.  Intervistano la gente che ha conosciuto Rocchelli e Mironov e i direttori delle due fabbriche di ceramiche nelle vicinanze delle quali ebbe luogo la sparatoria. Passo dopo passo cercano di ricostruire il puzzle di quel giorno.

“Il nostro terzo passo è stato analizzare tutta la parte militare e balistica del caso”, commenta Olga, “abbiamo intervistato il comandante di Markiv, che ci mostrò la sua postazione, i suoi compagni che ci descrissero la sua giornata, ci mostrarono le armi e i binocoli che usavano e poi, al poligono vicino alla capitale Kyiv, abbiamo svolto le prove con l’arma in possesso di Markiv, seguite dall’esperto di tiro tattico italiano Gianluca Tiepolo”.

Sul budget del documentario Olga Tokariuk ci tiene a precisare che sin dall’inizio le loro spese sono state gestite con massima trasparenza. Sia i fondi della Fondazione internazionale Justice for Journalists – che ha selezionato il loro progetto tra tanti altri e gli ha concesso un grant – che i contributi delle singole persone che sono stati raccolti su varie piattaforme di crowdfunding: “Ci tenevamo a sottolineare che è un progetto giornalistico indipendente e abbiamo evitato qualsiasi offerta di donazione che potesse compromettere le nostre indagini”.

I giornalisti Cristiano Tinazzi, esperto in zone di guerra, e Olga Tokariuk, che seguiva il caso sin dall’inizio per la testata ucraina hromadske.ua,  rimangono sconvolti dalle indagini superficiali e affrettate e in seguito dal processo e dalla decisione della corte di Pavia che condanna il soldato Vitalij Markiv a 24 anni di reclusione per l’omicidio di primo grado e decidono di collaborare in futuro.

Tutto il processo fu condotto in un clima politico molto intenso. Le sedute in aula furono accompagnate dalla propaganda globale tra Russia, Ucraina e i loro vari alleati. La stampa italiana, per esempio, con due giornalisti molto celebri, come Fabrizio Gatti de L’Espresso e Nello Scavo di Avvenire, nei loro articoli si soffermano a lungo nel creare un profilo di Markiv come quello di un neonazista, un fanatico di estrema destra che avrebbe personalmente dato ordine di uccidere un gruppo di giornalisti considerati scomodi testimoni. Tale descrizione si basava su due foto poco rilevanti al processo, prese dal cellulare di Markiv.

Al banco dei testimoni si siedono altri giornalisti: il giornalista sopravvissuto  all’attacco, William Roguelon, scappato via con una macchina, che tra il periodo dell’attacco e il processo cambia la sua versione più volte. Ilaria Morani, giornalista freelance, autrice del discusso articolo con varie inesattezze, pubblicato sul Corriere della Sera il giorno dopo l’attacco e riportato dall’oblio del web dall’accusa solo dopo l’arresto di Markiv. Nonostante Marcello Fauci, giornalista, non confermi la versione dei fatti riportata nell’articolo, la corte la prende per una confessione extragiudiziale, il che aggrava la sentenza per l’’imputato. Le parole dei testimoni vengono accompagnate dalle immagini prese da “fonti aperte” come Internet e Google Earth, che servivano per calcolare le posizioni e le distanze tra il soldato Markiv e le vittime. I primi minuti del documentario mostrato a Roma e a Milano riportano il fatto che né l’accusa né gli investigatori siano mai andati sul luogo del delitto. Prima del processo lo ha fatto solo il difensore di Markiv.

Olga Tokariuk conclude: “Non stiamo lavorando per assolvere Markiv, non prendiamo parte in questa storia, non abbiamo un interesse personale, perché nessuno di noi hi mai conosciuto Rocchelli o Markiv. Noi volevamo svolgere un’indagine indipendente che a nostro avviso non era stata condotta da nessuno, né in Ucraina, né in Italia, né da altri giornalisti. Abbiamo visto tanti buchi neri in questa storia, domande alle quali nessuno – a parte noi – abbia voluto cercare e trovare delle risposte. Volevamo trovare tutti i pezzi possibili del puzzle, cosa fosse successo quel giorno, ma non solo quel giorno, quale contesto aveva preceduto quel giorno e dopo aver ricostruito il quadro valutare se potevamo essere d’accordo con quello che ha stabilito la corte di Pavia. Stiamo cercando di abbandonare qualsiasi parte emotiva che possa ostacolare la nostra indagine e per questo diamo tanta attenzione ai fatti e agli esperti. A mio avviso, il materiale giornalistico che parlava di questo caso erano troppo emotivi, il che in seguito ha offuscato qualsiasi giudizio indipendente.”

Vitalij Markiv venne così condannato due volte: con la sentenza proclamata in aula il 12 luglio del 2019, dopo sei ore della requisitoria finale del suo avvocato Raffaele Della Valle, che aveva smantellato ogni punto dell’accusa, e il giorno dopo il suo arresto, alla fine di giugno del 2017, quando le testate italiane,  prima di qualsiasi indagine, erano saltate alle conclusioni.