La differenza tra solidarietà e resistenza

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11 Ottobre 2019

Intervista a Miko Peled, israeliano contro l’occupazione della Palestina


Riceviamo, e pubblichiamo, dal collettivo Fuori Luogo* – Milano un’intervista a Miko Peled, attivista israeliano contro l’occupazione della Palestina

La prima domanda che vorremmo porle è se potesse fare un commento, una considerazione riguardo ciò che è successo oggi, riguardo alla posizione che è stata presa dall’università che ha cercato di bloccare l’evento e dalla comunità ebraica milanese.

Penso che oggi abbiamo visto la differenza tra solidarietà e resistenza, quello che avete fatto voi studenti oggi è stata vera resistenza. Hanno provato a fermarvi, voi non avete accettato l’occupazione sionista che evidentemente ha un impatto anche nella vostra città, nella vostra università: vi siete alzati per difendere la vostra libertà di parola e avete avuto successo. Questo è un grande esempio per studenti e istituzioni di tutto il mondo: non tutti avuto il coraggio dimostrato da voi oggi che è ammirabile. Penso che l’impatto che avrete sarà più grande di quanto voi immaginiate oggi, sulla questione palestinese e per la resistenza.
Penso inoltre che non sia stata la comunità ebraica, ma la comunità sionista. Fanno questo in tutte le città del mondo, cercano sempre di far passare l’idea che questo tipo di iniziative sia antisemitismo mentre si sta parlando di antisionismo. Cercano sempre di assicurarsi che il punto di vista israeliano sia rappresentato mai quello palestinese. Questo non ha nulla a che fare con la comunità ebraica, ha a che fare con la comunità sionista, è una presa di potere politica non religiosa, che ha cercato di mettervi pressione per non portare avanti l’evento. Penso abbiate fatto un buon lavoro, congratulazioni per oggi.

Vorremmo saperne di più sulla sua storia, sulla sua famiglia…

Io vengo probabilmente dalla famiglia con il background più sionista che si possa immaginare: nella mia famiglia mio padre era generale dell’esercito, mio nonno firmò la carta d’indipendenza, ho avuto un ambasciatore in famiglia, addirittura un presidente, così tante persone della mia famiglia erano parte del progetto sionista che io sono cresciuto con un senso di orgoglio, per il fatto che la mia famiglia avesse fatto qualcosa di grande. Per il fatto che avessimo riportato persone ebree nella loro terra, tutta questa mitologia della grandezza della nazione sionista era molto presente, era presente nel cibo che mangiavo, nell’aria che respiravo… questo è quello che sapevo riguardo al sionismo, tutto quello che sapevo.
Quando poi ho cominciato il mio viaggio in Palestina, ho iniziato a chiedermi davvero cosa fosse Israele, cosa fosse la Palestina? Perché queste persone vivono così e noi viviamo in modo diverso? Perché noi abbiamo elettricità, acqua, belle strade e città e loro devono vivere così? Alcuni in campi rifugiati. Come posso accettare questo? Con la mia coscienza, ho dovuto fare una scelta, accetto questa ingiustizia o la rifiuto? Adesso ne parlo velocemente e con facilità, ma ha richiesto molto tempo: ho dovuto tagliare una parte del mio passato, eliminare tutto ciò che pensavo fosse vero e iniziare qualcosa di completamente nuovo. Ma è una cosa veramente importante da fare, specialmente quando vieni dalla parte dei privilegiati sviluppare una coscienza critica non è comune.
Ma sono molto grato che sia accaduto, è stata una buona cosa per me: adesso posso parlare del problema palestinese conoscendo e capendo il sionismo molto bene, e avendo una grande consapevolezza di ciò che sta accadendo in Palestina e del perché sia sbagliato.

Nella nostra università i legami con Israele esistono e sono presenti, abbiamo aziende potenti come Finmeccanica, HP, Puma, che continuano a non boicottare e anzi collaborare con Israele. Anche nelle università, luoghi in cui il sapere sta alla base, il modo in cui ci viene presentata la storia coincide con la narrazione egemonica che viene sostenuta dal sionismo. La campagna BDS sta facendo un grande lavoro per cercare di fermare i rapporti che in tutto il mondo sono presenti con Israele, cosa ne pensa del fatto che Israele sia così profondamente dentro qualsiasi tipo di istituzione, persino e specialmente quella universitaria?

Questo purtroppo è vero, è vero dappertutto, in qualsiasi università, queste sono le difficoltà che derivano dal combattere Israele. Cos’è il BDS? BDS siamo io, te, voi studenti che oggi avete fatto sentire il vostro dissenso e la vostra voce e avete avuto successo. Il modo in cui noi possiamo contrastare e cambiare l’influenza israeliana è facendo sentire la nostra voce, organizzandoci, mettendo in difficoltà le istituzioni, i professori, le amministrazioni, le università, le figure politiche, ogni volta che ne abbiamo l’occasione, fare sì che sempre più persone lo facciano. Israele influenza gli ambienti accademici, influenza la cultura, i mass media, ormai da molto tempo, raccontando una storia, falsa, ma una buona storia, credibile. Una storia difficile da mettere in discussione: come si può affermare che Israele sia una cosa negativa? Guarda gli israeliani, sono brave persone, acculturate, hanno belle e innovative città. Guardiamo alla ragazza israeliana
intervenuta oggi durante l’incontro, ha chiesto come mai non ho parlato di quello che lei definisce “terrorismo palestinese”. Hanno una modalità efficace di far apparire il popolo palestinese sotto una cattiva luce. Quello che avete fatto oggi, ripeto, è l’esempio perfetto di come si boicotta tutto ciò che mi hai chiesto, i rapporti con le multinazionali, i rapporti con le istituzioni, la narrazione sionista, l’insegnamento di questa narrazione negli ambienti accademici. E non è un lavoro facile, perché vuol dire essere in guerra costantemente, con le persone che ci circondano, con le istituzioni, sempre. Può essere davvero provante, proprio perché i sionisti sono molto bene organizzati, hanno molti
soldi, e rendono tutto molto difficile. Ma questo è il lavoro da fare, questo significa resistenza, questo significa BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni). Oggi non era importante solo per la questione palestinese, oggi si metteva in discussione la libertà di parola, è importante avere coalizione, organizzarsi, tra gruppi che sostengono la libertà di espressione, i diritti umani, il BDS non cade dal cielo, è una cosa che si costruisce tutti assieme. Così è come si possono cambiare le cose.

L’ultima volta che noi del collettivo Fuori Luogo abbiamo portato un incontro riguardante la Palestina, il 23 maggio scorso, chiamato Nakba, il diritto al ritorno, durante il dibattito è intervenuta una ragazza israeliana che è a favore della causa Palestinese e la sostiene. Ha portato alla luce il fatto che giovani israeliani, dall’altra parte del muro, sostengono la causa palestinese,
una nuova spinta di ribellione, portata avanti da giovani. Cosa pensi a proposito di questo e cosa ci puoi dire a riguardo?

È davvero molto, molto, molto piccolo. È un movimento talmente piccolo che penso che tutti si conoscano per nome all’interno. Ci sono israeliani che si ribellano, che rifiutano di arruolarsi, ma sono molto pochi, e appena questo succede il loro nome è su tutti i social media, ha molta risonanza. In generale, i giornalisti israeliani, gli attivisti, mi dicono sempre che sono troppo estremo, mi chiedono perché sono così estremo, mi dicono che concordano con me al 95%, quel 5% è sempre il problema.
Quindi sì, ci sono israeliani che si considerano per la causa palestinese ma prima di tutto non sono abbastanza, in secondo luogo è una cosa davvero molto piccola. Non insignificante, perché ogni voce è importante, ma dentro alla società israeliana è davvero problematico: non ci sono tante voci che si alzano e protestano per la giustizia. Se gli israeliani volessero organizzarsi, potresti avere 10mila persone a protestare per liberare Gaza. Perché le persone a Gaza non devono avere accesso all’acqua? C’è una ragione? Qualcuno può spiegarlo? No. Puoi avere 10mila giovani israeliani a protestare, nessuno verrebbe ucciso. Forse nessuno verrebbe arrestato. Nulla di male ci succederebbe perché siamo dei privilegiati. La realtà è che non ci sono nemmeno un centinaio di israeliani che protestano per Gaza, se vedrete 10-15 persone andare alla frontiera, al check-point, con un cartello di solidarietà in mano sarebbe già una grande cosa. Dove sono? Perché stanno in silenzio?

Recentemente molti autori israeliani, hanno sottolineato l’importanza della componente araba all’interno di Israele. Al contrario la narrativa sionista vuole considerare Israele come prodotto europeo. Quanto peso ha il considerarsi europeo piuttosto che arabo all’interno del sionismo?

Si, è una cosa di cui ho sentito parlare. Dobbiamo precisare che il sionismo è stato creato da persone europee, con un pensiero secolare e un background ebreo per persone bianche, ebree ed europee. Hanno avuto successo, sono stati in grado di costruire uno stato dopo l’olocausto, e volevano che le persone bianche ed europee, ebree, andassero a viverci. Ma queste non ci andarono, neppure i sopravvissuti dell’olocausto. Molti pochi di loro si spostarono in Palestina, e molti di loro successivamente la lasciarono. Quindi c’era uno stato, con molte poche persone. È stato in quel momento, che decisero di approcciare gli arabi ebrei. Erano iracheni, marocchini, siriani, che però non volevano fare parte di Israele. Questo fece sì che i sionisti crearono una realtà in cui non potevano scegliere di non coinvolgere ebrei non bianchi. Gli ebrei arabi non ebbero scelta, tutte queste grandi comunità ebraiche furono forzate a spostarsi in Palestina e oggi non esistono più: in Iraq i sionisti misero bombe all’interno delle sinagoghe. Solo dopo gli attacchi e con la coercizione gli arabi ebrei andarono in Israele.
Cosa fecero i sionisti quando queste comunità vennero in Israele? Li buttarono in campi costruiti per loro, non avevano la libertà di camminare liberamente per Israele. Non importava se qualcuno fosse un professore, un ingegnere o qualsiasi altra cosa, dovevano essere sfruttati lavorando. Li trattavano come tutti gli altri arabi, perché lo erano, ma non li chiamavano arabi: usavano nomi alternativi, li chiamavano sefarditi, orientali. Il Marocco non è in oriente rispetto alla Palestina, lo Yemen è a sud della Palestina. Ma li chiamano orientali, perché sono eurocentrici, si considerano europei. Tutt’oggi c’è discriminazione, perché rimangono arabi. C’è una chiara differenza tra le persone che sono come me, e quelle che hanno la pelle scura. Portarono in Israele ebrei dall’Africa, sono di colore, anche loro trattati in modo terribile. Il razzismo contro di loro è terribile, non voglio entrare nella questione. Ma questo è ovvio, stiamo parlando di uno stato razzista, con una policy razzista, un comportamento razzista, l’amministrazione israeliana ha recentemente annunciato un nuovo curriculum per gli studi: “l’olocausto degli ebrei arabi”.

Tu sei stato arrestato più volte, un palestinese arrestato ed un israeliano arrestato, con le stesse accuse, naturalmente non ricevono lo stesso trattamento.

Quando io vengo arrestato in una protesta palestinese, e un palestinese viene arrestato, abbiamo un trattamento totalmente diverso. Io ho diritti civili, loro no. I palestinesi sottostanno a leggi militari. Per esempio, se un palestinese viene arrestato, immediatamente gli viene messa una benda, manette, gli vengono bloccati i piedi, viene sbattuto in un pic-up, picchiato e portato in una cella: potrà essere per un giorno, un mese, un anno, dieci anni, non lo potrà sapere, dipenderà
dall’esercito, dal parere di un ufficiale forse. Se io vengo arrestato, mi portano dalla polizia, chiamo il mio avvocato e me ne torno a casa, forse dopo molti anni ci sarà un processo: sono stato arrestato molte volte e ho affrontato solo un processo. Qualcuno può affermare che questo non è apartheid? Come può non esserlo?
Io vengo da Gerusalemme, posso avere un passaporto americano, posso viaggiare, tornare in patria, andare dove ho più voglia. Un Palestinese, come me di Gerusalemme, non ha un passaporto, non ha una cittadinanza, ha una tessera, la carta di identità. Se un palestinese esce dal territorio per molti anni, gli vengono tolte le sue proprietà, la sua carta di identità, tutto. E siamo entrambi provenienti da Gerusalemme: la sua famiglia la abita da centinaia di anni, la mia da meno di cento, da settanta anni. Loro dicono che non è apartheid, questa è la realtà.

Come questa cultura sionista dello stato di Israele si è rispecchiata all’interno della società nel concreto? Come, ad esempio, l’ebreo sefardita o di origini etiopi, arrivati dopo l’operazione Salomone, vengano discriminati nonostante siano ebrei all’interno della società israeliana? Qual è il suo punto di vista rispetto a questa discriminazione interna degli ebrei nello stato di Israele?

Il sionismo è un’ideologia razzista. Israele è uno stato razzista. Sarebbe scioccante se non vedessimo questo razzismo, sarebbe strano se non fosse così. Essendo uno stato razzista ci sono diverse categorie: se sei bianco ed europeo sei al livello più alto, se sei palestinese, se nel livello più basso, sopra i palestinesi se sei di colore, e via salendo. E questo succede in tutti gli stati razzisti in cui c’è la segregazione. Più bianco sei, più privilegi hai. Questo in realtà è davvero poco ebreo, va contro i principi della religione ebraica: il sionismo è secolare, essere ebrei significa credere e avere fede in una religione, queste sono due cose ovviamente opposte. Secondo la religione ebraica, le persone ebree sono ebree, non importa il luogo da cui provieni, se sei yemenita, polacco, marocchino. L’ebraismo è una religione, non è una nazione, le persone sono unite dalla fede, tutti sono i benvenuti e non ha nulla a che fare con il colore della pelle o la tua nazionalità. Il sionismo è molto razzista e ha creato uno stato razzista in Palestina.

*Fuori Luogo: Le frontiere sono un concetto che nei secoli è stato più volte utilizzato dall’uomo per etichettarsi, definirsi e convincersi che le proprie pretese di vita e sicurezza, espresse all’interno del sistema di stati nazionali esclusivo ed escludente, potessero avere un valore reale. Cosa sono oggi le frontiere se non un mezzo per limitare l’inviolabile diritto alla mobilità e uno strumento nelle mani dei padroni del mercato per determinare l’alzarsi o l’abbassarsi del costo del lavoro? E soprattutto, crediamo davvero che all’interno degli stessi stati non esistano frontiere sociali in grado di creare divisioni tra uomini e donne, immigrati e autoctoni, ricchi e poveri? In un’epoca in cui si fa sempre più forte l’esigenza di combattere per una giustizia climatica che sovverta l’attuale modello capitalisico di sviluppo e consumo, crediamo sia necessario colmare il gap sociale che divide il nord e il sud del mondo e abbattere le frontiere che il neocolonialismo e l’imperialismo occidentale hanno eretto per sfruttare le risorse ambientali dei paesi che erroneamente definiamo del “Terzo Mondo”. Il nostro obbiettivo è quello di creare uno spazio di discussione autogestito dagli studenti per gli studenti, una piattaforma con la quale autoformarsi e informare, in modo da acquisire i mezzi per combattere quei poteri che ci stanno portando verso un mondo monoculturale e miope di fronte ai cambiamenti che già caratterizzano le nuove generazioni.