Blue card

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8 Ottobre 2018

Nuovomondo è un film che parla di una famiglia siciliana che nei primi del Novecento si trasferisce in America. Il mio Nuovomondo invece è l’Olanda. Ho ventiquattro anni, e voglio diventare un giornalista da quando di anni ne avevo 15 o forse 16.

Ci ho provato nel mio Paese, in Italia, ma ho presto scoperto che le cose non girano troppo bene. E quindi me ne sono andato in Olanda a studiare giornalismo. Quando me ne sono andato ero entusiasta perché ero stato da poco accettato da un’Università eccellente. Ma me ne sono andato con l’amaro in bocca di non potere inseguire il mio sogno a casa mia. Me ne sono andato sobbarcandomi un viaggio attraverso l’Europa Centrale durato 27 ore.

Tante ce ne sono volute per arrivare da casa a dove sono ora.
Anche se i primi giorni ho sentito la solitudine attaccarsi forte addosso alla mia pelle, poi le cose sono migliorate. Ho conosciuto persone nuove, iniziato le lezioni, e mi sono reso conto di star facendo qualcosa di cui non pensavo di esser capace. Ho capito di esser stato fortunato. E l’ho capito soprattutto grazie a Wu.

Wu è un ragazzo che vive qui da pochi giorni, sarà mio compagno di corso per i prossimi anni. Lui viene da una cittadina minuscola di Taiwan, ma ci ha messo meno di me per arrivare: solo 15 ore di aeroplano. E mentre gli parlavo mi ha detto “C’mon, you’re lucky, you’ve got your blue card in the pocket!”, ma non capivo a cosa si riferisse. Per lui la blue card è la mia tessera sanitaria, che dimostra incontrovertibilmente che sono un cittadino europeo, e che sono dunque così fortunato da esser nato nel posto giusto. O almeno in quello fortunato.

Nascere dalla parte giusta. Spesso non ci rendiamo conto del privilegio che abbiamo nel nascere dalla parte giusta degli Urali o del Mediterraneo. Io sono nato nel 1994, e il sogno europeo l’ho visto affermarsi, poi entrare in crisi, ora progressivamente sgretolarsi. Ma nonostante questo possiedo una blue card che mi dà la possibilità di emigrare senza dover per questo ottenere un permesso di soggiorno, o un permesso lavorativo, o dover pagare dieci volte tanto le tasse universitarie. E non ho fatto niente per meritarmelo, se non nascere dalla parte giusta delle montagne e del mare.

Come se tutto ciò non bastasse, la mia magica blue card mi dà un gran privilegio. Mi definisce infatti come un expat, o come un cervello in fuga, a seconda dei casi e della stagione politica. Mi definisce cioè come un giovane acculturato che decide di partire per nuovi lidi alla ricerca di uno status occupazionale migliore di quello che potrebbe verosimilmente trovare nel proprio Paese. E del resto sono in ottima compagnia: abbiamo da poco sforato la soglia dei 5 milioni. Come se i cittadini di Roma e Milano si trasferissero in blocco altrove.

La fortuna è che se fossi nato dalla parte sbagliata del mare oggi sarei chiamato migrante economico, oppure clandestino, sempre a seconda delle stagioni politiche. Sarei cioè un giovane acculturato che decide di partire per nuovi lidi alla ricerca di uno status occupazionale migliore di quello che potrebbe verosimilmente trovare nel proprio Paese. Ossia esattamente ciò che sono, ma con la pelle un po’ più scura e – ovviamente e soprattutto – senza la blue card. E questa è davvero una fortuna.

La questione centrale è che quando te ne vai dal tuo Paese alla ricerca di un futuro migliore ti senti spesso male. Ti senti solo, e soprattutto ti senti in colpa per non aver combattuto per il tuo Paese, o per non star accanto alla tua famiglia e a chi ti vuol bene. Ti senti lontano dalle tue abitudini, dai colori e gli odori e i sapori della tua terra. E questo senso di spaesamento lo provano gli esseri umani, indipendentemente dal proprio luogo di nascita.

Solo che esseri bianchi ed europei, essere cioè nati nella parte ricca e fortunata del mondo, aiuta anche se sei un migrante. Eccola allora la politica: viviamo meglio anche nella privazione, nella solitudine e nella lontananza da casa. Solo che spesso non ce ne accorgiamo. Non ce ne accorgiamo perché non ci spostiamo a sufficienza, perché non riusciamo a metterci nei panni degli altri, e perché talvolta non capiamo che una persona che si sposta ha un problema e sta soffrendo, altrimenti non si sposterebbe.

E alle volte non ce ne accorgiamo semplicemente perché non troviamo un Wu che vorrebbe tanto avere una blue card ma non ce l’ha. E che ci ricorda che siamo lontani e siamo soli e siamo anche un po’ poveri, ma in fin dei conti avremmo potuto essere più lontani, più soli e più poveri. E invece abbiamo una blue card.