La recensione della raccolta dello scrittore e insegnante palestinese Ziad Khaddash
Nel panorama della narrativa palestinese contemporanea, Ziad Khaddash dà voce al dolore collettivo trasformandolo in una letteratura viva, intensa e profondamente radicata nell’esperienza quotidiana del suo popolo. Nelle sue pagine, la memoria individuale si intreccia con quella storica, dando forma a racconti in cui la fragilità umana convive con la resistenza, la perdita con il desiderio ostinato di continuare a vivere.
Con la raccolta Le ferite ci raccontano (emuse, 2025, traduzione di Enrica Fei), Khaddash consegna ai lettori un’opera di straordinaria intensità emotiva e civile. I racconti si muovono tra occupazione, paura, affetti familiari e silenzi quotidiani, restituendo una Palestina lontana dagli stereotipi e profondamente umana. La scrittura, essenziale ma carica di tensione poetica, riesce a trasformare episodi apparentemente minimi in immagini universali di dolore, dignità e sopravvivenza. È proprio questa capacità di parlare dell’esperienza palestinese senza rinchiuderla in una dimensione esclusivamente politica a rendere il libro un’opera capace di attraversare confini geografici e culturali, raggiungendo direttamente la coscienza del lettore.
Le ferite ci raccontano non è soltanto una raccolta di racconti: è un viaggio nelle cicatrici invisibili lasciate dai conflitti, dall’esilio e dalla paura, ma anche nella straordinaria capacità dell’essere umano di continuare a cercare amore, normalità e futuro. La scrittura di Khaddash colpisce per la sua essenzialità poetica: poche parole, immagini incisive, silenzi che parlano.
Ciò che rende questo libro particolarmente prezioso è la sua autenticità. L’autore non indulge mai nella retorica; al contrario, sceglie uno sguardo intimo e profondamente umano. Le sue storie raccontano bambini, famiglie, anziani, giovani innamorati, uomini e donne comuni che affrontano il peso della storia senza perdere completamente la propria umanità.
Dal punto di vista letterario, la raccolta si distingue per uno stile asciutto ma evocativo. Il lettore viene trascinato dentro scene apparentemente semplici che, nel giro di poche righe, assumono una forza simbolica. È una scrittura che lascia il segno, che obbliga a fermarsi e riflettere.
Questo libro rappresenta anche un’occasione importante per il pubblico italiano di avvicinarsi alla cultura palestinese attraverso la letteratura, lontano dagli stereotipi e dalle semplificazioni mediatiche. Attraverso questa prospettiva intima e narrativa, il lettore italiano ha la possibilità di conoscere la Palestina non come un luogo astratto legato esclusivamente alla cronaca internazionale, ma come uno spazio abitato da persone reali, attraversate da contraddizioni, emozioni e speranze universali.
La pubblicazione di Le ferite ci raccontano merita attenzione non solo dagli appassionati di narrativa, ma anche da chi cerca nella letteratura uno strumento di comprensione del presente. È un’opera che emoziona, interroga e resta nella memoria. In un tempo in cui il rumore dell’informazione rischia di anestetizzare la sensibilità collettiva, la voce di Ziad Khaddash arriva con la forza silenziosa della verità vissuta. E ci ricorda che, a volte, sono proprio le ferite a raccontare le storie più importanti.
Tutto questo era mio padre
Nel campo, d’inverno, nell’oscurità che precede le luci dei soldati. Primi istanti dopo la mezzanotte. Ti vedevo e tu, sorella, mi vedevi: stavo lì, in piedi, tremando dal freddo sulla terrazza che si affaccia sul cortile.
La voce degli altoparlanti dall’accento strano annuncia l’ordine: «Chiunque abbia più di sedici anni scenda nel cortile». Masse umane si accalcano in silenzio. Le luci delle auto militari le accerchiano e le avvolgono, abbagliandole. Enormi masse umane che avevano nomi: mio padre e tuo padre, mio zio e tuo zio, il mio vicino e il tuo vicino, mio nonno e tuo nonno.
«Dov’è mio padre? Non lo vedo, non lo vedo.»
Era l’oscurità della terrazza a chiederlo e non la mia bocca uccisa dal gelo.
«È là, a venti soldati di distanza» rispondeva la tua oscurità, e io non ti credevo
«No, no, quello non è mio padre, è tuo nonno», e tu non mi credevi.
Con le grida delle luci e dei soldati, le masse si stringevano assediate. Cadde di colpo dalla terrazza una domanda: dov’è mio padre?
Ci giunsero parole rassicuranti, simili al sonno; da un tetto all’altro le lanciavano le nostre oscurità, come un gomitolo di calze in un pugno.
Questa massa umana è tutta mio padre.
Ziad Khaddash è uno scrittore e insegnante palestinese.
La sua famiglia fu costretta a lasciare il villaggio di Beit Nabala, in Cisgiordania, durante la Nakba del 1948. Attualmente vive nel campo profughi di Jalazone, nei pressi di Ramallah.
Dopo aver frequentato le scuole del campo e della città di Ramallah, nel 1989 ha conseguito una laurea in lingua araba presso l’Università di Yarmouk, in Giordania. Ha pubblicato tredici raccolte di racconti, tra cui I momenti più luminosi dei nostri errori, ispirata alla sua esperienza di insegnamento di scrittura creativa nelle scuole palestinesi.
Il suo lavoro ha ricevuto numerosi riconoscimenti in Palestina e nel mondo arabo, tra cui il Premio Nazionale della Palestina per L’errore del cameriere. È stato, inoltre, finalista al Premio Al-Multaqa, uno dei riconoscimenti più prestigiosi per la narrativa breve nel mondo arabo. (Bio dal sito di emuse)
