«Non puoi passare per curare i bambini palestinesi»: la storia del medico respinto da Israele

A fine luglio il dottor Alaa Qutum, cittadino italiano di origine palestinese, è stato trattenuto per dodici ore in una camera di sicurezza dell’aeroporto di Tel Aviv, prima di essere rimpatriato. Il neurochirurgo avrebbe dovuto prendere parte a una missione umanitaria dell’Ong Palestine Children’s Relief Fund. Dal 7 ottobre 2023, il suo è l’ultimo caso che ha visto le autorità israeliane negare l’ingresso nel Paese al personale medico internazionale di origine palestinese. 

Quando ripercorre l’esperienza vissuta due settimane fa all’aeroporto di Tel Aviv, Alaa Qutum, neurochirurgo italiano di origine palestinese, è ancora visibilmente scosso. «Venerdì 25 luglio sono partito da Monaco di Baviera, in Germania, diretto a Tel Aviv. Una volta arrivato a destinazione, avrei dovuto raggiungere l’équipe dell’Ong Palestine Children’s Relief Fund (Pcrf) a Nablus, in Cisgiordania, dove sarei dovuto rimanere fino al 1° agosto per eseguire 15 interventi chirurgici programmati», racconta. Ma il suo viaggio si è bruscamente interrotto appena sbarcato in Israele.

Nato nel 1969 in Arabia Saudita da genitori di origine palestinese, Alaa Qutum si è trasferito in Italia nel 1989 per motivi di studio. Dopo la laurea in medicina conseguita all’università di Bologna, ha iniziato il suo percorso professionale in Alto Adige e, dal 2005, in Germania. Attualmente il dottor Qutum è primario in chirurgia spinale presso la clinica Askeplios, in Baviera, e vive tra Kempten e San Vigilio di Marebbe, località della Val Badia in cui abita con la sua famiglia. «Dal 2014 ho partecipato a quattro missioni umanitarie in Palestina e dall’inizio del genocidio avevo già tentato di partire altre tre volte – spiega -, ma solo a luglio di quest’anno è arrivato il tanto atteso nullaosta». La decisione di raggiungere la Cisgiordania passando da Tel Aviv è stata presa da Pcrf, poiché gli ultimi tentativi del personale medico internazionale della Ong di attraversare il confine tramite il Ponte Allenby – l’unico punto di passaggio tra la Cisgiordania e la Giordania – non sono andati a buon fine. 

Venerdì scorso, quindi, Qutum parte da Monaco. È previsto uno scalo a Vienna e proprio nell’aeroporto della capitale austriaca il medico si scontra con gli atteggiamenti ostili da parte della security della El Al Isreal Airlines, la compagnia di bandiera israeliana che effettuava il volo. «Solo dopo una lunga perquisizione e due interrogatori mi è stato permesso di salire a bordo, scortato dagli agenti», afferma Qutum. Giunto a Tel Aviv, presenta alla polizia di frontiera israeliana il nullaosta e le lettere di invito del Ministero della Salute dell’Autorità Palestinese e di Pcrf. “Quando hanno visto quest’ultima mi hanno chiesto con disprezzo: «Passi da qui per andare ad aiutare i bambini palestinesi?». A quel punto gli agenti gli sequestrano il passaporto e lo conducono in una camera di sicurezza, dove resterà per le successive dodici ore. A ogni richiesta di spiegazioni, le autorità israeliane gli rispondono che la durata del suo trattenimento è a loro totale discrezione. Sono momenti in cui il medico si sente impotente e spogliato di ogni diritto, «come se fossi caduto in un buco nero e la mia vita fosse completamente nelle loro mani», confessa. Dopo dodici ore la polizia gli comunica che non sarebbe potuto entrare nel Paese e che sarebbe stato rimpatriato:

«Mi hanno detto esplicitamente che per curare i bambini palestinesi non sarei mai potuto passare. Una frase che non dimenticherò mai».  

Dal 7 ottobre 2023, l’episodio che ha visto protagonista suo malgrado il dottor Qutum è solo l’ultimo di una serie di vicende analoghe. Un caso emblematico è accaduto, per esempio, nel luglio 2024 al dottor Jiab Suleiman, chirurgo ortopedico e cittadino statunitense. Suleiman si trovava in Giordania per una missione medica umanitaria diretta a Gaza, quando, il giorno prima dell’ingresso programmato, gli è stato negato l’accesso a causa delle sue origini palestinesi. Lo stesso è capitato al dottor Ali Elayadi, un altro chirurgo ortopedico statunitense nato a Gaza, che a giugno dello scorso anno è stato respinto al valico di Kerem Shalom a causa delle sue “radici palestinesi”. Come rivelato, tra gli altri, dall’Institute for Palestine Studies (Ips), questa politica è stata implementata dal Coordinatore delle attività governative nei Territori (Cogat), agenzia del Ministero della Difesa israeliano responsabile della gestione delle questioni civili nei territori palestinesi occupati. La direttiva stabilisce che “chiunque abbia origini o radici palestinesi vedrà negato l’accesso attraverso il valico di Kerem Shalom ed è inoltre fortemente sconsigliato qualsiasi tentativo di entrare a Gaza per persone con origini o radici palestinesi, indipendentemente dalla loro cittadinanza”. 

Appare evidente come la scelta di impedire l’accesso a medici stranieri di origine palestinese nella Striscia di Gaza e nei Territori palestinesi occupati si inserisca nella più ampia strategia di annichilimento adottata dal governo Netanyahu. Le violente operazioni militari dell’esercito israeliano continuano a colpire un sistema sanitario che l’Organizzazione mondiale della sanità ha definito “al collasso”, in un contesto in cui si registrano gravissime carenze di cibo, acqua, forniture mediche, carburante e rifugi. Secondo i dati forniti dall’Oms il 95% degli ospedali e centri di cura nella Striscia di Gaza è danneggiato o distrutto. Attualmente solo tra 14 e 19 ospedali (su 36) funzionano parzialmente, con appena 2.000 posti letto disponibili su una popolazione di oltre 2 milioni di persone. Inoltre, va sottolineato come il personale medico sia uno dei target dei bombardamenti israeliani: l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr) ha rilevato che da ottobre 2023 al 16 luglio 2025 sono stati uccisi almeno 1.581 operatori sanitari. Tra maggio e luglio 2025, l’Ohchr ha altresì documentato almeno dieci attacchi mirati contro il personale medico, nei quali hanno perso la vita quindici persone, tra dottori e infermieri.

«Da molto tempo i miei colleghi sul campo affrontano con coraggio una situazione catastrofica», riprende il dottor Qutum, che nei prossimi mesi tenterà di ripartire alla volta di Nablus per «raggiungerli e fornire il mio contributo».  Intanto, però, il ricordo di questa brutta vicenda non lo abbandona, soprattutto a causa della motivazione alla base del suo respingimento: «Affermando che non mi avrebbero mai fatto entrare per andare a operare i bambini palestinesi, le autorità israeliane hanno confermato per l’ennesima volta che il loro obiettivo è isolare il mio popolo e farlo morire lentamente mentre tutto il mondo assiste in diretta tv», conclude commosso Qutum.

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