Non basta.

Fatto: Il governo italiano ha riconosciuto i propri torti nei confronti di sei cittadini per quanto subito nella caserma di Bolzaneto il 21 e 22 luglio 2001, G8 di Genova, e verserà 45 mila euro ciascuno per danni morali e materiali e spese processuali.
Ma non basta.

di Angelo Miotto
@angelomiotto

La Corte europea dei diritti umani  «prende atto della risoluzione amichevole tra le parti» e stabilisce di chiudere questi casi. Che sono 6. I ricorrenti sono 65. E come ha avuto modo di dire l’avvocato Alessandra Ballarini, chi ha accettato, per esempio due fra i suoi assistiti, lo ha fatto per ragioni economiche. Bisogno di soldi. E a dirla tutta non è in questione chi accetta, perché stiamo parlando delle vittime di tortura dei fatti di Bolzaneto. Sedici anni fa.

Qui stiamo parlando di uno stato, che scriviamo con la ‘s’ minuscola, ormai da un pezzo e fino a quando non si meriterà di tornare alle maiuscole, incapace di garantire la libertà di espressione, la sicurezza di chi manifestava quei giorni a Genova (un anno prima a Napoli, governo di centro sinistra), incapace di perseguire i colevoli, incapace di un tempo ragionevole del processo, incapace di inserire nel proprio ordinamento una legge sulla tortura. Quella che si sta discutendo, da anni, e che si vorrebbe avere prima della fine della legislatura, comunque, è una legge brutta e anche sbagliata. Sempre meglio che nulla, si dice, eppure anche questo doversi accontentare è un segnale in più delle tante incapacità elencate fino a qui.

Non basta. Non basta che lo stato italiano accetti di avere torto. Ci volevano anche le scuse. Ci voleva una commissione di inchiesta che venne promessa dal centro sinistra in vista di elezioni e che fu insabbiata in maniera vergognosa nei corridoi di Palazzo.

I nostri figli ci chiedono: cosa è successo a Genova? E noi abbiamo il dovere di rispondere che la violenza aveva la divisa, che un ragazzo fu assassinato e che la Diaz fu una macelleria messicana. E sedici anni dopo abbiamo di fronte occhi che chiedono e orecchie che fanno fatica a capire cosa fosse il 2001, prima dell’11 settembre, e quanto fosse forte e presente una rivendicazione rivoluzionaria in un messaggio così semplice di un altro mondo possibile.

I sessantacinque di Bolzaneto meritano non un patteggiamento, ma le scuse e i soldi che verranno sanciti senza scorciatoie contro uno stato vigliacco, una politica infame, incapace di suturare e curare quella ferita. Si spera nel tempo che passa, nelle crisi che devastano poveri e la classe media, nel lavoro che non c’è, nel quadro politico nazionale e internazionale che muta veloce, in fondo.

Ma qui il rapporto di potere è crudo e potente. Sta nel vecchio adagio: sui diritti non si media.

È questo l’unico messaggio che possiamo mettere nelle mani di una società che sia esigente rispetto alle responsabilità, nel gioco democratico in cui chi sbaglia paga, dal singolo agente picchiatore, al carabiniere che spara, al politico che copre, a quello che sobilla e chi se ne stava nelle sale operative. Ancora per tornare a questi occhi adolescenti e giovani che ci guardano increduli nel narrare fatti che ormai sono sedimentati. E che si trovano, magari, presi a colpi di taser dai guardiani delle multinazionali o sbeffeggiati dalle startup del cibo a domicilio.
Sui diritti non si media.

Il 6 marzo girava un appello sulla legge sulla tortura, perché grazie alla capacità cialtrona della mala politica si riesce a inserire fra righi e parole i cavilli che piacciono alle mele marce, che non sono così poche e che, soprattutto, son rimaste a far carriera. L’appello me l’ha mandato Enrica Bartesaghi, che fondò il Comitato Verità e Giustizia per Genova e inizia così:

L’Italia attende da quasi trent’anni una legge che introduca il crimine di tortura nel proprio
ordinamento interno, in adempimento dell’obbligo assunto in seguito alla ratifica della
Convenzione Onu . Da ultimo, la sentenza della Corte per i diritti 1 umani di Strasburgo2
dell’aprile 2015 (Cestaro vs Italia) ha messo in luce le “strutturali” carenze del nostro
ordinamento nel garantire la tutela dei diritti fondamentali previsti dall’art. 3 della
Convenzione europea3 che proibisce inderogabilmente la tortura e i trattamenti inumani e
degradanti. È attualmente in discussione in Parlamento un testo di legge in materia di
tortura, la cui approvazione è stata definita dal governo allora in carica la “risposta” italiana
ai rilievi della Corte e, in quanto persone che, a vario titolo – da testimoni, studiosi,
operatori di giustizia – si sono occupate di abusi di potere e casi di tortura, vogliamo
indirizzare alcune nostre osservazioni ai membri del Parlamento.
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La retorica del pensiero dominante, e anche il caratteristico essere ipercritici della sinistra con vocazione all’auto-distruzione, hanno imposto un altro adagio: dove siete finite, anime belle, che volevate cambiare il mondo? Dove è finito quel Movimento? Ma soprattutto hanno tenuto a dirci che quel Movimento era finito.

Sì, così come lo avevamo visto e conosciuto, non c’è più. Eppure rimangono due cose e l’eredità è preziosa. La prima sono le pratiche, che crescono e si diffondono senza bandiere e modificano le abitudini e l’educazione dei nuovi adulti. Emanuele Bompan alcune settimane fa, intervenendo come giornalista ambientale al lancio di Campo Progressista a Roma, dichiarava con soddisfazione che in tema di economica circolare, per esempio, l’Italia è la prima in classifica. E l’economia circolare si fa con le pratiche, le buone pratiche. E il secondo lascito è la rabbia, ma anche la consapevolezza, di essere portatori di diritti. I diritti umani, i diritti civili, sono materia che appassiona sempre di più, che crea adesione, che spinge non più verso manifestazioni militanti, ma di partecipazione spesso anche individuale.

La tortura di Bolzaneto deve darci ancora questa spinta, non bastano le ‘constatazioni amichevoli’ – sempre senza giudizio per le decisioni delle vittime che hanno accettato – non basta e anzi chiama ad avere una vera legge sulla tortura, una ragionevole durata dei processi, la sicurezza per il cittadino che chi sbaglia, in cravatta o in divisa, pagherà.



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