C’è un attimo avvenuta
l’esplosione, tra le macerie
e i vetri, in cui si quieta tutto
prima delle grida, delle sirene
concitate: è un attimo
nel quale non si crede veramente
che sia accaduto quello che si vede.
È lì che si comprende
il senso di una strage,
quando il silenzio avvolge e copre
senza scelta e senza distinzione
come la gente attorno a una stazione
che prende il treno per lavoro
o per le ferie, a inizio agosto
di mattina, come sempre.

Il senso di una strage. È il titolo di una poesia di Matteo Fantuzzi che Paolo Lambertini, il neo-presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage del 2 agosto 1980 ha letto oggi, davanti alla stessa stazione che 46 anni è esplosa. Anzi, è stata fatta esplodere, all’interno di una spietata strategia eversiva neofascista che mirava a colpire i valori costituzionali, le conquiste sociali e, con essi, la nostra stessa convivenza civile. Davanti alla stessa stazione dove 46 anni fa 85 persone hanno perso la vita, in un attimo, alle 10.25, mentre aspettavano il treno.

Un attimo di silenzio, silenzi che si moltiplicano, voci che diventano richieste, richieste che diventano appelli perché verità e giustizia ci siano. Appelli che diventano processi, lunghi, difficili, grazie a un’associazione di familiari che non si è mai data per vinta. L’anno scorso è stato un anno importante: la Corte suprema ha confermato le due condanne all’ergastolo per concorso nella strage per Gilberto Cavallini e per Paolo Bellini. Un verdetto che, insieme alle altre sentenze raggiunte nel corso degli anni, ha stabilito definitivamente un quadro netto: una collaborazione stabile tra diverse organizzazioni terroristiche di estrema destra, operanti per un piano eversivo ideato e finanziato dalla loggia massonica P2, e protetto dai vertici dei servizi segreti dell’epoca, il Sismi e il Sisde.

Ma non è finita, non è mai finita. Cè una cosa incredibile che succede ogni anno a Bologna: che quelle sentenze e quelle verità escono dai Tribunali e diventano storia della città. Che quegli intrecci vengono ricordati e si uniscono alle lotte per il presente. Che quella piazza che 46 anni è esplosa con lo scopo di sovvertire qualsiasi ordine democratico, dimostra tutt’altro. C’è qualcosa di commovente in una città che non si ferma, in quei e quelle familiari con un fiore bianco sulla maglia, sulla giacca, sulla camicia, compatti davanti al corteo. E qualcosa di prezioso in una sensibilità – quella vera – che ancora insegna che la richiesta di verità e giustizia può e deve essere condivisa e collettiva.

E c’è qualcosa di straziante nei tre fischi del treno alle 10.25 precise di ogni anno, ogni inizio agosto. Tre fischi e un minuto di silenzio, quell’attimo in cui si percepisce quella stazione che crolla, quelle ottancinque vite che si spezzano, quelle duecento persone ferite, quelle centinaia di familiari per cui, per sempre, ci sarà un prima e un dopo il 2 agosto.

«Tra poco la piazza si quieterà di nuovo, in uno dei momenti che è tra i più emozionanti. Quel minuto di silenzio, quella sospensione collettiva, momento di assenza di rumore che ci aiuta a riflettere sull’assenza improvvisa di vita. E lo fa più di tante parole», ha detto Paolo Lambertini a conclusione di un lungo discorso in un cui ha percorso questi 46 anni, lui che il 2 agosto del 1980 aveva 14 anni e da quel giorno non ha più visto sua madre, Mirella Fornasari. «È un momento di risveglio della coscienza che incarna il presente. Un istante della memoria che guarda al passato. L’assunzione di una responsabilità che investe il futuro.
Quell’attimo di silenzio è il vero momento della scelta. In quel momento, si prende atto che l’irreparabile resta tale. Ma esiste la possibilità di scegliere come restare vivi dopo. Si accetta quello che non si può cambiare, si sceglie di voler cambiare quello che non si può accettare. L’unica cosa necessaria affinché il male trionfi è che le persone buone non facciano nulla: a Bologna nessuno è rimasto indifferente. Pensiamo alla forza di ciò che abbiamo fatto insieme, alla forza di questa piazza unita da una responsabilità collettiva, da una vigilanza democratica che abbiamo e che continueremo ad avere, perché questa strage è di tutti, ma soprattutto è di tutti la verità e la giustizia che ci è dovuta».

Oggi, le foto in bianco e nero si sovrappongono a quelle a colori. Le immagini dei soccorsi, di una stazione sventrata, dei morti e dei feriti, a quelle del corteo che ogni anno da 46 anni attraversa Bologna e si ferma là, in Piazza delle Medaglie d’Oro, davanti alla stazione centrale per ricordare che è stata una strage neofascista, uno strage di Stato. Tre cose sono uguali: l’orologio, fermo da decenni alle 10.25, lo squarcio nella sala d’aspetto, e quell’attimo di silenzio, il vero momento della scelta, ogni anno, ogni 2 agosto, con lo sguardo al passato verso il futuro.

Le foto sono prese dal sito dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage.

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