Lunedì 22 settembre si sono svolte in tutta Italia manifestazioni per lo stop al genocidio in Palestina. A Milano ci sono stati scontri violenti tra le forze di polizia e i manifestanti. In un secondo momento in via Pisani è nato spontaneamente un presidio pacifico, che si è concluso solo in tarda serata.
«Siamo stanchi e siamo stanchi»: è questo il messaggio implicito che sembrano lanciare i manifestanti sdraiati davanti a uno schieramento di forze di polizia dopo aver marciato sotto una pioggia torrenziale e aver atteso la fine degli scontri per prendersi di nuovo lo spazio della strada e fare rumore per la Palestina. Dopo ore in piedi davanti agli agenti con le braccia alzate per mostrarsi disarmati, dopo aver dialogato con loro delle rispettive vite, provando a costruire un ponte raccontando loro delle barzellette, ma anche piangendo di stanchezza e di dolore o semplicemente guardandoli negli occhi finché loro, dietro i caschi, distoglievano lo sguardo, ora restano lì e basta. In via Pisani è successo qualcosa di sconvolgentemente semplice e meraviglioso: è nata per qualche ora la società che la maggior parte delle persone presenti desiderano costruire. Solidale, collaborativa, aperta al dialogo, sorridente.
Mentre un ragazzo che lavora per un kebabbaro all’angolo della strada porta pizze da distribuire gratuitamente a tutti, un addetto alla pulizia delle strade sfreccia tra le persone in bicicletta e si ferma per distribuire guanti e gel disinfettante per chi, a dimostrazione del fatto che non tutti i manifestanti sono in strada con un intento distruttivo, ha iniziato a raccogliere in sacchi della spazzatura i residui di petardi e lacrimogeni, residui di una lotta che non era previsto diventasse così violenta.
«Si respirava un bel clima di comunità. Si vedeva l’attenzione delle persone nei confronti delle altre», dice Francesco Scagni, attivista varesino che recentemente si è fatto promotore di una raccolta di cibo da portare a Genova perché venisse caricato sulle navi della Global Sumud Flotilla. «È stato potente: persone che non conoscevo mi hanno interpellato solo per domandarmi come stessi e se volessi acqua o cibo. La cura era totale: non solo delle persone, ma anche degli spazi, ad esempio per evitare qualcuno si facesse del male coi vetri a terra. Sarebbe stato ingiusto, perché non era quello l’obiettivo della protesta. Io ero lì per usare anche il mio corpo per mandare un forte segnale a chi di competenza per domandare la fine dell’appoggio dello stato italiano a un genocidio che è così assurdo da sembrare irreale, ma che purtroppo sta avvenendo per davvero».
In un’epoca storica dove è la cultura della violenza a farla da padrona – basta sfogliare un quotidiano o accendere la televisione per riempirsi gli occhi di immagini drammatiche e sanguinolente – le lenti con cui guardare a questi episodi sono quelle della violenza strutturale. È violenza strutturale, secondo l’antropologo e medico Paul Farmer, «quella esercitata sistematicamente, cioè in modo indiretto, da tutti coloro che appartengono a un certo ordine sociale». Ciò significa che la matrice di questa violenza deve essere ricercata all’interno del sistema, e non nei singoli attori o movimenti.
A questo proposito, vari manifestanti hanno provato a domandare agli agenti cosa li spingesse a usare i manganelli. D’altronde, come le attiviste dei movimenti transfemministi insistono sulla concezione degli uomini che commettono violenza non come mostri ma come “figli sani del patriarcato”, lo stesso sguardo va traslato sugli agenti di polizia: essi non sono mostri o mer*e, come vengono spesso definiti, ma rotelle di un ingranaggio che è inquinato da uno scontro che, per i livelli di conflitto che ha raggiunto ad esempio a Milano Centrale lunedì, porta a un picco di notiziabilità che fa sì scalpore, ma rischia di non portare nulla di buono alla causa palestinese.
Ma “siamo stanchi e siamo stanchi”, e quello che manca è una soluzione praticabile per mettere un punto a questa escalation – e manca tanto ai manifestanti quanto agli agenti, i quali hanno perlopiù riconosciuto, qualcuno anche con le lacrime agli occhi, di essere sfiniti, di dover eseguire gli ordini, di doversi difendere dai sanpietrini e di dover mantenere l’”ordine pubblico” a fronte dell’ala violenta delle proteste. Il labbro di alcuni di loro che trema quando restano in silenzio davanti alla domanda “ma tu non sei d’accordo con noi?” ricorda il tremolio delle labbra di D., 14enne dagli occhi dolci e pieni di speranza venuto da solo in manifestazione – «è la terza nel giro di tre settimane», mi dice ancora spaventato dai disordini ma promettendomi di rincontrarci alla prossima – ed è il tremolio dello sconforto.
Dopo due anni di articoli, conferenze, proteste pacifiche, dopo l’organizzazione della Global Sumud Flotilla, se quanto fatto finora non è servito a fermare gli accordi tra lo stato di Israele e Leonardo, società italiana attiva nei settori di difesa e sicurezza il cui maggiore azionista è il Ministero dell’economia e delle finanze italiano, o a rendere l’incolumità degli attivisti a bordo della Global Sumud Floatilla una priorità del governo, quali soluzioni restano?
In Italia non si parla abbastanza di una figura morta alla fine del secolo scorso e che, se rimettessimo al centro del dibattito pubblico, avrebbe parecchio da insegnarci. Si tratta di Danilo Dolci, non a caso soprannominato anche il “Gandhi italiano”, il quale ha incarnato la possibilità concreta della nonviolenza come metodo di trasformazione sociale.
«Come suggerisce la parola stessa, la nonviolenza parte da una negazione ma si afferma come un metodo attivo e creativo», afferma Roberta Covelli, ricercatrice e autrice di “Potere forte. Attualità della nonviolenza”. “In quest’ottica, il conflitto viene considerato come un elemento ineliminabile di qualunque società”, continua Covelli. «Da un lato, il riconoscimento dell’altra persona non come nemica ma come parte dell’unità umana. Dall’altro, la coincidenza tra mezzi e fini: non si può raggiungere un obiettivo giusto con strumenti ingiusti, sia perché i mezzi rischiano di squalificare il fine, sia perché possiamo decidere solo il nostro comportamento e non l’esito delle azioni, che dipende da molte variabili fuori dal nostro controllo. La nonviolenza spezza la spirale di violenza senza cadere nell’inerzia, priva l’avversario dell’alibi della reazione e mira a trasformare i rapporti invece di sostituire un dominio con un altro».
Covelli, che ha fatto per anni ricerca proprio su Danilo Dolci, afferma che “la sua azione non si è limitata alla denuncia, ma ha attivato pratiche creative e comunitarie che hanno reso visibile l’ingiustizia e al tempo stesso indicato un’alternativa. Tra le sue tecniche più note il digiuno, individuale e collettivo, e lo sciopero alla rovescia: mentre nelle forme tradizionali di sciopero i lavoratori si astengono dal lavoro, perdendo in tal modo la relativa retribuzione, nello sciopero a rovescio i lavoratori prestano il proprio lavoro gratuitamente per realizzare opere di pubblica utilità, oppure occupando terre incolte o mal coltivate per metterle a coltura. Una protesta nonviolenta per cui Dolci venne arrestato, con l’accusa di occupazione di suolo pubblico e resistenza a pubblico ufficiale: arresto da cui partì quello che venne chiamato “Processo all’articolo 4”, in cui l’avvocato difensore era Piero Calamandrei. Con queste azioni Dolci ha messo in crisi le istituzioni, costringendole a rispondere, e ha al tempo stesso rafforzato l’autostima e la coscienza civica delle comunità coinvolte. L’altro pilastro del suo metodo sono stati i momenti di dialogo collettivo in cui ogni persona, anche la più emarginata, poteva portare esperienza e visione, contribuendo a generare idee nuove.
Che fare, dunque? L’ideale è rimettere al centro la nonviolenza come mezzo e come obiettivo, dialogare ovunque possibile, restare umani finché possibile e dare fastidio essendoci, spiegando, dialogando, utilizzando creatività, persuasione e solidarietà. Armandosi sì, ma solo di pazienza.