Scrittore iraniano, naturalizzato olandese, scrive i suoi libri nella nuova lingua che ha imparato, autodidatta. Il suo ultimo libro: Quello che cerchi sta cercando te, per i tipi di Iperborea.  

Prima del volto, fanno capolino i grandi baffi bianchi, fatti crescere per farsi riconoscere dalla vecchia madre centenaria. Alto, magro, una coloratissima camicia. Incontriamo lo scrittore Kader Abdolah a Milano il 12 novembre, giorno del suo settantunesimo compleanno. Gli auguri, un piccolo regalo. Insieme a me, Angelo Miotto. Io agitata, la mia gioia è enorme: ho davanti a me il mio scrittore preferito e finalmente posso inondarlo di domande.   

Perseguitato dallo scià e poi da Khomeini, Kader Abdolah scappa dalla guerra e dall’Iran. Nel 1981 raggiunge i Paesi Bassi dove è diventato uno degli scrittori olandesi più tradotti nel mondo. Un dono, quello di poter scrivere in una lingua che non era la sua perché, ci racconta, amplia la sua possibilità di immaginare, che poi è il vero segreto alla via della salvezza dalla condizione umana. 

Le prime domande le pone Angelo Miotto, sono sull’attualità politica (l’intervista è stata realizzata a novembre prima dei massacri di oppositori in Iran, NdR), il registratore è a pochi centimetri dai candidi baffoni, mentre io riguardo la scaletta per le domande seguenti. 

A.M.: La prima domanda riguarda Gaza: cosa ne pensi ora che sono passati due anni? 

K.A.: Da due anni non riesco a cenare con gioia. A farmi una doccia con piacere. A dormire sonni tranquilli perché penso sempre a loro. Non posso mettermi qualcosa da mangiare in bocca. Penso a quei bambini che non hanno niente, o forse sì, ma sotto i bombardamenti. 

Non credo nella pace del nostro grande presidente Trump. Ma penso che se oggi c’è un po’ di pane, se oggi c’è un po’ di pace, se oggi i padri e le madri non hanno paura di perdere i loro figli, va bene. E vedremo cosa succederà.Vedremo domani, di domani ne parleremo domani. Ma ora, solo ora, sono felice perché non ci sono più bombardamenti e spero che i bambini possano andare a scuola. (c’era ancora una remota speranza in quelle ore, ndr)

A.M: Come pensi che possano preservare la propria identità, la memoria dopo un trauma così grande?

K.A.: Non è possibile. L’identità, i ricordi. Non puoi. Non puoi. Lo so. Ho esperienza con la guerra. Ho esperienza con la fuga. Ho esperienza con i problemi, con la paura quando c’era una guerra tra Iran e Iraq e Saddam Hussein bombardava le nostre case. Ricordo che ho preso la mia bambina e sono scappato, ma non c’era alcun riparo. E ora, dopo molti anni, nonostante mia figlia sia diventata una donna adulta, ha ancora paura. La guerra è presente nella sua vita e nel modo in cui la sta conducendo. È una donna completamente diversa dalla mia seconda figlia, che invece non sa nulla della guerra. Ed è così: la prossima generazione di persone a Gaza avrà molti problemi; anche se vivesse in pace per i prossimi 20, 40, 50 anni. Sono persone danneggiate. Israele le ha danneggiate per generazioni. E tutti avremo problemi. E credo che l’unica cosa che può aiutarli un po’ sia la letteratura, perché bisogna scrivere, è necessario scrivere grandi libri su questo argomento. E spero davvero che la prossima generazione, qualcuno tra quei bambini di oggi, sarà in grado di scrivere.  La letteratura li aiuterà: è come per la Seconda Guerra Mondiale. Dopo 80 anni gli scrittori continuano a scrivere di quei giorni.

A.M.: L’ultima domanda per i giovani di Gaza, ma anche quelli di altri paesi e delle altre guerre in atto. I giovani chiedono dove sia il diritto internazionale.

K.A.: Dov’è il governo che rispetta? Perché c’è questa incoerenza tra la legge, la civiltà, gli studi e quello che è successo nel mondo con questo grande presidente che comanda, sia esso Netanyahu o Trump o altri a cui non importa della legge? Non esiste, non esiste il Diritto Internazionale. Tutto il Diritto Internazionale e i Diritti sono nelle mani della politica. Esiste solo Diritto Internazionale importante, indimenticabile, meraviglioso, ed è quello delle giovani generazioni. Manifestazioni con migliaia, milioni di persone ovunque, nelle grandi città di tutto il mondo. E questa è la cosa più bella che sia mai accaduta nella storia, perché le giovane generazioni, le giovani ragazze, le donne ovunque ad Amsterdam, a Roma, a Washington, in ogni luogo, sono presenti e non credono nella politica internazionale: loro sanno di essere loro una saggezza giovane e nuova. 

* * *

E’ il mio turno, rigiro i miei appunti e riformulo alcune domande nella mia testa. E’ davvero qui di fronte a me, Kader Abdolah, non dentro le parole delle pagine dei suoi libri. 

Claudia Barana: Prima hai detto che la letteratura aiuterà le persone a elaborare e la unisco a una frase presente nei tuoi libri e cioè che il segreto è l’immaginazione. Come colleghi questi aspetti? Esiste un destino o è sempre l’immaginazione a dominare?

K.A: Siamo in Italia, Roma e il Vaticano e Gesù è più che mai presente. Conosciamo la Bibbia e conosciamo gli Evangelisti, potremmo dire i Vangeli. E a leggerli, lì trovi solo immaginazione. C’è un potere enorme nell’immaginazione: pensa alla potenza della frase ‘Maria è rimasta incinta’, se lo ha detto Dio l’uomo non lo metterà in dubbio. E’ meraviglioso. Una finzione per aiutare l’essere umano che era sotto una grande pressione. C’era bisogno di aiutare le persone perché prima che Gesù nascesse c’erano migliaia di poveri, migliaia di malati, migliaia di persone danneggiate e non c’era giustizia, non c’era niente. E all’improvviso con la venuta di Maria rimasta incita e di Gesù ci siamo potuti salvare. E sì, se leggi la Bibbia, vedi che è pura finzione. Ma ci crediamo. Ne abbiamo bisogno. 

C.B.: Come può l’immaginazione aiutare nella pratica?

K.A.: Pensa alla seconda guerra mondiale, la prima generazione che l’ha vissuta, non riusciva a parlare a causa del dolore, ma i loro figli e i figli dei loro figli oggigiorno, raccontano le loro storie nelle quali magari hanno aggiunto la loro immaginazione per aiutarci, per aiutare il popolo ebraico a guarire da quel dolore e da quel danno. E per questo motivo abbiamo bisogno di aiuto anche oggi, e a Gaza è la stessa cosa. La politica non è in grado di aiutarci perché il dolore rimarrà. Il dolore ha bisogno di essere discusso, elaborato. Nel mio Paese, le donne, le povere donne, non sapevano scrivere, non sapevano leggere e soffrivano, e così camminavano fino al fiume e parlavano con il fiume del loro dolore, della sofferenza. E questo le aiutava. 

C.B.: Questo lo descrivi bene nel tuo ‘Un pappagallo volò sull’Ijssel’, ma il fiume olandese risponde?

K.A.: Mi dispiace. Lì il fiume olandese non risponde davvero. Sì, perché la tradizione dell’Iran è diversa dalla quella dei Paesi Bassi. Nei suoi 56000 anni di storia l’Iran ha visto entrare nemici che hanno distrutto tutto e hanno aggiunto cose nuove e il dolore è così grande e così presente. All’inizio non c’era nessun giornale a raccontare, non c’era nessun video, non c’era niente e anche Dio si era dimenticato del popolo e il popolo aveva solo la possibilità di andare al fiume con le braccia alzate al cielo. I Paesi Bassi invece non hanno avuto molti nemici e il fiume non è solito all’ascolto. In Olanda ci si rivolge di più al mare aperto che vede. Molte storie nella letteratura olandese parlano di donne in riva al mare che aspettano e parlano con il mare per riavere i loro mariti. Il mare riporta indietro, mentre il fiume scorre. Se vai all’Aja, nella zona di Scheveningen trovi una grande statua che rappresenta una donna molto forte, potente, in piedi che guarda verso il mare, come se stesse chiedendo al mare del suo caro, di portarlo indietro. Aspetta e guarda. I fiumi scorrono e non tornano e la gente in Iran parla con i fiumi perché la paura è sempre stata grande e non potevi fidarti di nessuno, ma il fiume era il migliore perché parlavi e portava via con sé il tuo segreto. 

C.B: Nel tuo ‘Il faraone d’Olanda’ Abdolkarim Qasem, torna in Egitto e muore lì non appena torna al fiume dove ci sono i coccodrilli, di cui ha sempre avuto paura… 

K.A.: C’è una poesia nella cultura persiana e riadattata dal poeta olandese van Eyck in cui si racconta di un giardiniere e della morte: il giardiniere è impegnato in città, si volta indietro e vede la morte. Decide di andare dal suo padrone e chiedere il suo cavallo per scappare e in Spagna e fuggire alla morte. Il giorno dopo il padrone incontra la morte e le chiede perché ha fatto scappare il suo giardiniere. E la morte risponde: “Ero sorpresa quando l’ho visto qui nel tuo giardino, perché lo aspettavo in Spagna”. Capisci? Questo è il tuo destino e non puoi sfuggirgli. E così ho usato questa allegoria con Abdolkarim, ciascuno deve percorre la strada che è stata posta ai propri piedi. Non si sfugge, questo è il destino. 

C.B.: E come colleghi il destino all’immaginazione: qualcuno ha concepito per noi la nostra immaginazione?

K.A.: Nella poesia persiana si dice che non puoi volare fuori dalla tua scatola: puoi volare in alto in alto, ma non sei mai fuori dalla tua gabbia che è il tuo destino. E io sono curioso di sapere quanto lontano posso volare. 

C.B.: E’ questo il motivo per cui scrivi?

K.A.: Si, questo è il motivo per cui scrivo. In uno dei miei primi romanzi, ‘Il viaggio delle bottiglie vuote’ c’è una frase alla fine che dice: ‘Sono qui. Improvvisamente, sono qui in questo paese e inizio a scrivere in olandese. E sono curioso di sapere dove posso arrivare’.

C.B.: E com’è stato scrivere in olandese? Hai cambiato anche il tuo modo di pensare e forse di sognare?

K.A.: Rispondo solo alla prima parte della tua domanda. È bello. È meraviglioso. È una gioia. Lo auguro a ogni scrittore, ma per fortuna non sono in grado di farlo. È un dono che Dio mi ha fatto. 

C.B.: Perchè

K.A.: Tutti noi siamo nati da una madre e ognuna di loro ha dato un’identità, un nome insieme alle radici ”Queste sono le tue radici”, una lingua. Ma questo significa che non puoi andare oltre alla tua cultura. Ma questo si trasforma nel tuo destino al quale non puoi resistere. Ma quando cambi lingua, puoi mettere il tuo destino nelle tue mani, aprirti all’immaginazione e puoi creare te stesso. Se avessi scritto ‘La casa della moschea’ in persiano, mi sarei dovuto attenere alla cultura persiana perché tutti avrebbero capito che le cose non coincidevano e non mi avrebbero creduto. Non avrei potuto scriverlo in quel modo. Ma nella nuova lingua, posso mentire. Posso mentire e per strada non c’è nessuno che dica “Non è così”. Posso cambiare tutto. Scrivere è mentire, inventare nuovi mondi. Uno scrittore italiano che scrive in italiano è prigioniero della propria lingua e non può scrivere che a Milano c’è una montagna. Io nella lingua olandese faccio quello che voglio.

C.B.: Come si inserisce nel tuo ‘Scrittura cuneiforme’ Aga Akbar, che non sa scrivere né leggere: chi è l’analfabeta? 

K.A.: Spesso trovo persone che non sanno scrivere ma che in qualche modo danno un senso alla realtà. I miei genitori erano analfabeti e Aga Akbar è mio padre che era anche muto e per comunicare aveva il suo linguaggio dei segni, il linguaggio delle mani. Mio padre appare anche in altre storie. Lui non capiva niente della luna e del sole e della terra. E non sapeva dove si trova l’Italia e che qui si parla in un’altra lingua. Ma amava. Era un artigiano dei tappeti e scriveva con le mani. 

C.B: La scrittura delle mani di tuo padre, ha influito sulla tua?

K.A.: Ogni volta che vado in giro, in chiesa o in un hotel e trovo tappeti danneggiati penso a come mio padre li avrebbe aggiustati. Mi manca mio padre. Nel suo lavoro manuale ha messo la sua immaginazione. Lo stesso che fai tu con la ceramica. E mi piace molto perché in qualche modo crea storie. 

C.B.: Come?

K.A.: Hai sentito parlare dei tappeti persiani volanti? Nel mio villaggio in Iran c’erano molte ragazze giovani che non potevano andare a scuola o da qualsiasi altra parte e quindi tramavano la loro immaginazione tra i nodi dei tappeti. Creavano giardini in cui mettevano fiori, animali, la loro memoria. 

C.B.: Quale ruolo ha la memoria nei tuoi romanzi? 

K.A.: L’adorabile Abdul Karim, uno dei protagonisti del ‘Faraone d’Olanda’ perde la memoria e può immaginare qualsiasi cosa.

C.B.: La scrittura è memoria, nel ‘Il messaggero’ viene scritta la storia narrata…

K.A.: Ho sempre pensato che Maometto in qualche modo non fosse una brava persona ma era intelligente e sapeva che era necessario scrivere la storia. Il potere delle religioni deriva dal libro scritto, così la Torah o la Bibbia. Maometto però non sapeva scrivere, era analfabeta, ma aveva un paio di giovani donne che amava e loro amavano lui. E loro scrissero le sue storie. Per lui. 

‘Dio me l’ha mandato. E io te lo dico e tu puoi scriverlo’. È un libro potente, con una potente immaginazione. Ai tempi di Maometto non c’era Allah. C’era solo il Dio dei cristiani, il Dio degli ebrei e il popolo arabo non aveva nulla. E Maometto voleva dare al popolo arabo un po’ di orgoglio. Sì, un po’ di potere. E sapeva che quel libro è la più grande e potente identità per il popolo arabo. Capite? Prima del libro, ha creato un Allah e lo ha messo nel cielo. Ha detto che c’è un Allah. Non c’era nessun Allah, ma lui l’ha creato. Così ha potuto anche scrivere il Corano. 

C.B.: La scrittura può cambiare il mondo, è un atto di resistenza? 

K.A.: La prima parte della tua domanda è sufficiente. Sì, la scrittura può cambiare il mondo. Guarda la Bibbia. Prima è venuto Giovanni evangelista e Luca e hanno iniziato a scrivere. E non c’era nessuna chiesa e così è arrivato Gesù, un leader, grazie a Maria incinta. E cosi inizia la commedia. Prima andarono a casa degli amici per pregare, ma poi questo non fu sufficiente e allora iniziarono a farlo inno spazio più ampio e da una semplice casa si è passati alla chiesa e poi se hai una chiesa voli e così hai una storia, hai dei libri e infine, hai questa nuova civiltà. E così con Maometto. Un’immaginazione così grande non possiamo più crearla.

C.B.: Dovremmo creare un nuovo Dio?

K.A.: Non possiamo più creare alcun dio perché non è necessario. L’essere umano ha creato le cose classiche e potenti. E in una di quelle cose classiche nella Torah, nella Bibbia e nel Corano leggiamo che Dio ha lasciato qualcosa di sé stesso nel corpo dell’essere umano. Ai più fortunati ha dato il potere dell’immaginazione. Con questa immaginazione saremo in grado di fare tutto ciò che desideriamo e che possiamo. Se pensiamo a Marte, potremmo andarci e assolutamente nulla può fermarci. Se pensiamo che incontreremo Dio, se solo ci pensiamo, incontreremo Dio e nessuno potrà fermarci. In ogni caso, non abbiamo bisogno di un nuovo Dio, di una nuova religione. Una chiesa è dentro di te, e Dio è dentro di te. Dio è dentro Einstein. Dio è dentro gli scienziati. 

C.B: si direbbe che credi in dio.

K.A.: E l’essere umano in cui credo e in miliardi di giovani generazioni, piccoli dei per le strade che dicono “liberi, liberi”, “Palestina libera”.

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Le parole migliori per finire un’intervista. E’ durata un’ora, atmosfera  rilassata e allegra. Il tempo dell’intervista è finito, ma cogliamo ancora le ultime veloci domande, di pura curiosità

A.M.: Una classica domanda che pongo agli scrittori è: dove scrivete? Come scrivete? Al mattino? 

K.A.: Al mattino preferibilmente e ovunque, specie in treno, ma di solito ho uno studio. Inizio alle 7:30 e finisco alle 16:00. È un appuntamento quotidiano con il mio pc. E poi cammino, corro, vado in bicicletta. 

A.M.: E la musica?

K.A.: La mia editor mi manda molta musica. Mentre scrivevo il mio ultimo romanzo “Quello che cerchi sta cercando te” ho ascoltato almeno 500 volte la sinfonia numero 9 di Beethoven.

C.B: Tra i tuoi libri, ne hai uno che ami in modo particolare?

K.A.: Il prossimo libro che scriverò e anche se il mio ultimo è uscito da poco, mi piace già parlarne: sarà un libro su Gesù.

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