Il Grande Re. La brace sotto la cenere

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La prima puntata del reportage di Cecilia Fasciani, pubblicato sul sito di Festivaletteratura e sulla rivista “Q Code Magazine” fino alla primavera del 2023

Con Il Grande Re di Cecilia Fasciani, il lavoro inedito scelto nel 2022 dalle giurie dei pitching di Meglio di un romanzo per essere sviluppato sul sito di Festivaletteratura e sulla rivista Q Code Magazine, navigheremo lungo il corso del Po fino alla tarda primavera del 2023, attraversando quattro regioni italiane alla scoperta delle realtà che vivono oggi sugli argini del grande fiume. Sarà un viaggio in cinque puntate, dalle terre alte al delta, tra memorie d’acqua, crisi ambientali e storie di adattamento. La prima puntata fa tappa a Ostana, un piccolo villaggio piemontese situato nell’antica regione dell’Occitania, «dove è nato qualcosa che nessuno si aspettava prima»: lo sviluppo di un’affiatata comunità scientifica che studia i fiumi alpini contribuendo alla rinascita dell’area montana.


LA BRACE SOTTO LA CENERE
di Cecilia Fasciani





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“La storia è oggetto di una costruzione il cui luogo non è costruito dal tempo omogeneo e vuoto, ma da quello riempito dell’adesso” (*). Annotava così Walter Benjamin nei suoi scritti raccolti sotto il titolo Sul concetto di storia, divenuti celebri anche come Tesi sulla filosofia della storia. Secondo una concezione finalistica, l’evoluzione del genere umano è inseparabile da un’idea della storia che procede percorrendo un tempo omogeneo e vuoto, distaccato, al di là delle azioni umane: una spirale del progresso essenzialmente inarrestabile. Viene da chiedersi dove si trovi l’essere umano, nel tempo vuoto e omogeneo, dove siano i suoi bisogni, i suoi progetti. È infatti la storia come costruzione umana che affascina Benjamin, che può essere impugnata per far luce sul quel presente che molto spesso appare così angosciante e incomprensibile, come accade oggi quando ci si rende conto di essere nel bel mezzo del cambiamento climatico, e tutto sembra arrivato ad un punto di non ritorno. Ma la storia non fa nulla da sola: le microstorie sono il suo motore. Esseri umani che agiscono, si organizzano, lottano, lavorano, costruiscono relazioni tra loro e con il mondo circostante.

Secondo la lezione di Benjamin, il tempo può accelerare, rallentare, deviare improvvisamente, o a prima vista retrocedere. In questo senso il tempo non è omogeneo, e diventa misura dei cambiamenti della società. Si tratta di un tempo qualitativo. Ci sono storie, luoghi, che non si inseriscono nel cammino imperterrito della grande storia, ed è proprio da qui che comincia questo viaggio. In Occitania, sulle Alpi Occidentali, in un piccolissimo villaggio delle aree interne piemontesi situato a circa 1250 metri sul livello del mare, è nato qualcosa che nessuno si aspettava prima, che ha sconvolto gli equilibri sedimentati nel tempo, rendendo possibile, passo dopo passo, progetto dopo progetto, ciò che prima non era nemmeno pensabile. “È un po’ la descrizione del concetto di utopia: noi non ci rendiamo conto, a volte, che una cosa è impossibile da fare, e quindi semplicemente lavori per farla, e la realizzi.

Quindi, se vogliamo, con un briciolo anche di incoscienza e soprattutto tanta, tanta ostinazione”, racconta Silvia Rovere, sindaca di Ostana dal 2019, che insieme a suo marito ha deciso di trasferirsi nell’alta valle Po, e dal 2011 gestisce il Rifugio la Galaberna, che si incontra appena si arriva nel paese. “Abbiamo deciso di rimanere, e che questa era diventata la nostra nuova casa. In più di undici anni sono successe un sacco di cose. Fin da subito abbiamo cominciato a partecipare a quella che era l’attività e la vita della comunità di Ostana che a quell’epoca contava una ventina di residenti fissi. E ora invece di quelli che noi chiamiamo dormienti, ossia la gente che vive qua tutto l’anno, ce ne sono più di 50, quindi in dieci anni la popolazione è più che raddoppiata”. E il dato interessante è che l’età media si è abbassata sotto i cinquant’anni, questo vuol dire che la gente è in età da lavoro. Nel paese ci sono sette bambini, presto otto. In dieci anni hanno visto sbocciare quello che da trent’anni si cercava di costruire. Alla fine degli anni ‘90 ad Ostana erano rimasti in cinque. Uno dei processi storici, economici e sociali più importanti che l’Italia ha vissuto, e che oggi si incrocia con quello del cambiamento climatico anche da un punto di vista geografico e demografico, è lo svuotamento delle aree montane e di alta collina avvenuto nel secondo dopoguerra, periodo in cui l’Italia si è trasformata in un paese dell’industria e del boom economico, dove il lavoro in fabbrica era una grande attrattiva per uscire dalla povertà, il riscaldamento e l’acqua in casa una possibilità di miglioramento delle condizioni di vita non da poco. La montagna è stata abbandonata, nessuno osava guardarsi indietro e farsi prendere dalla nostalgia. L’Italia si è riempita di boschi e svuotata di campi, pascoli, allevatori e contadini. La definizione “aree interne” viene formulata solamente nel 2012 dall’allora ministro della Coesione Sociale Fabrizio Barca, ma si comprende come essa sia una fotografia di un processo molto lungo; quelle aree rappresentano circa il 60% del paese, ma ci vive solo il 22% degli italiani. Pochi servizi, poche persone, difficili da raggiungere per quanto a volte non così lontane. E la montagna nel frattempo è diventata un grande parco divertimenti, soprattutto per le attività invernali: è stata cementificata, sono state costruite centinaia di strutture turistiche oggi abbandonate, hotel dismessi, impianti sciistici chiusi per mancanza di neve. L’abbandono è arrivato anche lì, nel giardino delle attrazioni che sembrava non potesse mai chiudere. Ostana, in particolare, è una finestra che si affaccia sul Monviso, il Re di Pietra tra le cui valli nasce il fiume più lungo d’Italia: anche se le temperature in maniera evidente non sono più quelle degli anni ‘50, l’inverno in queste zone è ancora oggi molto duro. Ma a partire dalla metà degli anni ‘80 le amministrazioni che si sono susseguite avevano un obiettivo molto chiaro, quello di non far morire il paese.

“La gente di questo paese è emigrata nel secondo dopoguerra verso le città, verso l’estero, ma è una comunità che qui ha mantenuto delle radici molto forti. Ed è quella che ha fatto sì che il paese non morisse completamente, che ha lasciato un pochino di quella brace sotto la cenere che ha permesso di innescare il processo di rigenerazione e di rinascita”. La forza di questa comunità, in questo momento storico, è soprattutto quella di essere molto variegata, a differenza di altre aree interne: negli anni si sono susseguite e continuano a essere presenti persone che sono sempre state molto aperte verso chi arrivava da fuori, pronte ad accogliere chi portava delle idee nuove. In qualche modo ha rotto gli schemi, ha messo in luce il fatto che bisognasse cambiare per non morire. “E poi un altro elemento importante è questo continuo equilibrio fra pubblico e privato: il pubblico svolge un ruolo importantissimo perché negli anni ha dato la direzione, è riuscito anche ad avere finanziamenti importanti per fare degli investimenti rivolti al privato. Però, ovviamente, dal momento che si è il detentore del bene pubblico, si può anche mettere in pista delle regole del gioco. Banalmente, quando io a mio tempo ho fatto domanda per gestire questo rifugio, in due righe del bando c’era quella che era la clausola che faceva capire qual era la filosofia dell’amministrazione nei confronti della gestione: il locale doveva stare aperto tutto l’anno, cosa assolutamente atipica nelle strutture ricettive di montagna, perché solitamente ci sono le due stagioni e poi il nulla”. Oltre ad un rifugio, una cooperativa di comunità, un co-working, una panetteria, una biblioteca, una merenderia per i viaggiatori, uno spazio in comune, c’è anche un centro di ricerca universitario per lo studio dei fiumi alpini. Si chiama Alpstream, ci sono professori e studenti che da Torino e altre università vanno ad Ostana per lavorare sui fiumi alpini e il cambiamento climatico (**). “Questo progetto nasce nel 2017, come idea. Ai tempi lavoravamo in università distinte e collaboravamo con il Parco del Monviso. E da più parti si sentiva l’esigenza di dare una struttura un po’ più consolidata a quello che era lo studio dei fiumi di montagna. Per una serie di motivi che vanno dall’interesse scientifico a tutte le ricadute applicative che si hanno nel comprendere come funzionano i sistemi fluviali, come si può migliorarne lo sfruttamento rendendolo più sostenibile, tanto più in un periodo di così rapido e drammatico cambiamento del clima”, racconta Stefano Fenoglio, professore del Dipartimento BIOS dell’Università di Torino, che insieme alla professoressa Francesca Bona e alla professoressa Elisa Falasco ha dato vita a questo sogno di aprire un centro di ricerca vicino alle sorgenti del fiume più importante d’Italia.

“Grazie all’interesse del Parco del Monviso, abbiamo presentato con loro questo progetto come Università di Torino, Politecnico di Torino e Piemonte Orientale, ed è stato accolto a braccia aperte dal Comune di Ostana”. Così tre atenei hanno spostato parte delle loro attività di ricerca, di didattica e di divulgazione mirate proprio sullo studio degli ambiti fluviali al centro polifunzionaleLou Pourtoun, dove oggi si avvicendano ricercatori, docenti e studenti da tutta Italia e da tante altre parti del mondo, grazie a summer school, erasmus rurali, progetti di scambio tra le università montane d’Europa, progetti di ricerca dall’altissimo valore scientifico. “Noi siamo parte di questa rinnovata riscoperta delle Alpi, che però non è un ripercorrere la ricetta che avevi un tempo, perché è stata quella che ha fatto spopolare le montagne. Non puoi tornare a fare quello che ti ha portato via di qua, che non è più sostenibile economicamente, ma anche proprio socialmente”. Francesca Bona insegna Ecologia applicata all’Università di Torino, e nella sua vita si è sempre occupata di acque, prima dei laghi, in particolare nella Laguna di Venezia, per poi approdare ai fiumi da ormai almeno 15 anni. E in particolare i fiumi alpini, “grazie anche alla collaborazione con Stefano. Io mi occupo di indicatori, cioè di studiare come gli organismi possono segnalarci le possibili alterazioni ambientali che colpiscono i fiumi. In particolare mi concentro sui produttori primari, cioè, nella piramide ecologica dei fiumi, quella parte più vegetale, acquatica, soprattutto le alghe che sono alla base del funzionamento del fiume”. Comunemente, si pensa sempre che i fiumi più colpiti siano quelli di pianura. Perché in effetti, dove c’è più urbanizzazione, agricoltura intensiva, è evidente che ci sono tante problematiche. “Se vado a cercare delle acque pulite vado invece verso i fiumi di montagna, ed è corretto. Ma soprattutto con l’era del cambiamento climatico in realtà anche i fiumi alpini stanno soffrendo di diverse cause di alterazione, che sono legate anche alla sempre maggiore esigenza di captazione delle acque per usi irrigui, idropotabili, per uso energetico. Energia che si chiama energia pulita perché è rinnovabile, ma che in realtà poi sui corsi d’acqua può avere delle conseguenze molto negative. Il fatto è che proprio le portate d’acqua diminuiscono molto”.

Elisa Falasco, invece, ha iniziato nel 2004 con una tesi di laurea proprio nel laboratorio di Francesca, e “nel contesto degli indicatori ambientali, dei produttori primari, mi sono specializzata su questo gruppo che si chiama diatomee, che sono alghe unicellulari, microscopiche, caratteristiche per essere bellissime, con un rivestimento molto particolare”. La direttiva europea del 2000, la VFD 2000/70, prevede l’uso di diversi elementi di qualità biologica per lo studio e la valutazione dello stato ecologico dei corsi d’acqua, e tra questi ci sono anche le diatomee. “Quindi il mio percorso nasce proprio dall’esigenza di iniziare ad analizzare questo gruppo di alghe, che non è molto semplice da studiare. Ci occupiamo di ricerca sotto diversi punti di vista, dal perfezionamento degli indici di qualità ambientale alle nuove metriche per la valutazione dell’impatto di tipo idromorfologico, quindi nell’ambito del cambiamento climatico”. Anche Stefano da sempre si è occupato di ambienti fluviali, però è uno zoologo di formazione, si occupa della fauna che vive nelle acque correnti, con particolare interesse per gli invertebrati, ossia tutti gli insetti, i crostacei che vivono nei nostri fiumi, e poi i pesci d’acqua dolce: “I nostri fiumi ospitano una biodiversità incredibile, e spesso non tanto conosciuta. Ci preoccupiamo del crollo della biodiversità di altre regioni del mondo, dalla barriera corallina all’Amazzonia, e magari non tanti sanno che la stragrande maggioranza dei pesci del bacino padano sono endemici della nostra zona e sono quasi tutti a rischio più o meno elevato di estinzione”. Da sempre collabora con Francesca ed Elisa su questioni di ecologia e di gestione degli ambienti fluviali, di studi relativi all’impatto dell’essere umano e del cambiamento climatico. “Quindi il nostro gruppo funziona molto, molto bene anche per questo, perché le nostre competenze entrano in simbiosi, e fanno da effetto moltiplicatore, sono complementari”.

Secondo uno studio della Società Meteorologica Europea, il Piemonte è la regione d’Europa che ha sofferto maggiormente della siccità degli ultimi due anni: certamente non è l’area più desertica in Europa, ma i dati degli ultimi due anni, rispetto ai trent’anni precedenti, hanno documentato un peggioramento più significativo in Piemonte che in tutto il resto d’Europa, con un deficit idrico pari al 50%. “I fiumi alpini ne soffrono molto, soprattutto gli organismi che vivono nei fiumi alpini. L’acqua arriva dalle sorgenti, dai ghiacciai, dai depositi nevosi, dall’immagazzinamento di precipitazioni nevose. Queste non ci sono quasi più state, e quindi l’alimentazione praticamente è non dico sparita, però è diminuita tantissimo. Queste condizioni stanno variando, favorendo quegli organismi, quelle specie più tolleranti che trovi un po’ ovunque, che stanno soppiantando le specie più specialistiche, più sensibili. Si prevede che ci sarà una colonizzazione da parte delle specie che vengono dalla pianura, quando anche loro fuggiranno alle temperature sempre più calde per venire in questo ecosistema acquatico”, specificano le professoresse. Dunque è anche una perdita del numero di specie, in termini di ricchezza. Una banalizzazione di quelle che sono le comunità che vivono nelle acque alpine, a favore di specie più tolleranti e meno importanti per il funzionamento del fiume: in poche parole, significa perdere dei pezzi. Per quanto riguarda il regime idrologico, spiegano i ricercatori che c’è anche un’altra questione legata all’imprevedibilità nello studio di questi aspetti, con tutta la fatica di fare un disegno sperimentale che funzioni. “Allora ci è venuto in mente di costruire dei canali artificiali in cui potessimo essere noi a decidere quali parametri variare, quanto farli durare, ad esempio una secca, o quanta portata fare entrare in un fiume. Visto che non si possono portare fiumi in laboratorio, abbiamo voluto portare un laboratorio sul fiume, e creare questi canali artificiali che in tutto e per tutto riproducono dei tratti di corsi d’acqua alpini. I parametri sono paragonabili a quelli di un ambiente naturale, ma noi possiamo farli variare a nostro piacimento, in modo da poter eliminare questa variabilità e imprevedibilità”. È un sistema di canali artificiali che si collega al corso d’acqua principale, scorre poi in queste canalette per poi ritornare nel fiume, per un gioco di ingegneria idraulica che hanno studiato gli ingegneri con cui collabora il centro. Un luogo molto prezioso, costruito anche questo immediatamente fuori il paese, lungo il Po.

Nel centro di Alpstream, davanti ai pc, ai libri o ai microscopi, ci sono tanti studenti concentrati nelle loro ricerche. Anna Marino, dottoranda dell’Università di Torino, oggi lavora anche nel centro di Ostana, e si occupa di valutare gli impatti ambientali che insistono sui corpi idrici di origine alpina, in particolare con l’aumento della concentrazione di nutrienti e del sedimento fine. “Purtroppo non possiamo più utilizzare l’acqua come l’abbiamo sempre utilizzata. Bisognerebbe proprio ripensare il modello di gestione, e secondo me questi studi hanno proprio un impatto del genere. Perché il cambiamento climatico non è domani, questo ce lo stiamo dicendo da anni: il cambiamento climatico la nostra generazione lo sta vivendo, c’è bisogno di un cambio di mentalità oggi, non domani”. Nel suo dottorato si concentra su tre fiumi che hanno origine alpina, ma sono situati in spazi pedemontani. Il progetto ha previsto il campionamento di Stura di Lanzo, torrente Malone e torrente Pellice, che si trovano tutti in provincia di Torino, rispettivamente nei comuni di Nole, Front e Torre Pellice. Tutti questi tre fiumi sono impattati da depuratori, di cui hanno ricevuto delle segnalazioni da parte della Città Metropolitana di Torino, perché negli ultimi anni si è visto che a valle dei depuratori ci sono costantemente dei problemi, come ad esempio l’insorgenza di alghe o di simbiosi batteriche, la cui spiegazione sembra un mistero. Hanno quindi costruito questo progetto che consta di tre anime: una parte relativa alla biodiversità, una microbiologica e una di chimica, cercando di dare delle risposte a queste problematiche. E si sono resi velocemente conto che uno dei problemi maggiori per questi fiumi è la carenza idrica, c’è poca acqua. Quali sono le ripercussioni? “Assenza di vita o comunque una riduzione della biodiversità. Ed è quello che stiamo vivendo adesso, perché effettivamente i depuratori puliscono l’acqua, la depurano e immettono nel fiume, a norma di legge, una determinata quantità di inquinante che è legato a nutrienti. Ma il fiume non ha più abbastanza acqua per poter diluire questi nutrienti, e quindi si ritrovano ultra concentrati, mentre le alghe mangiano tutti questi nutrienti e consumano tutto l’ossigeno; di conseguenza i macroinvertebrati, insetti e pesci, non hanno più la possibilità di vivere all’interno del fiume”. E cosa vuol dire se c’è poco ossigeno? “Che l’essere umano non può più utilizzare quell’acqua lì, perché non è più di buona qualità”. Due sono le conseguenze principali: a livello di normativa europea, secondo la quale entro il 2027 tutti i fiumi italiani devono raggiungere un livello buono di qualità, l’Italia verrà probabilmente multata dalla Comunità europea; al livello dei possibili utilizzi dell’acqua dei fiumi, questa non potrà essere più utilizzata per nessun tipo di scopo, neanche agricolo. Non avendo l’ossigeno, ha problemi legati ai nutrienti. “E quindi questo progetto sui depuratori è proprio legato a questo. Noi abbiamo analizzato gli ultimi dieci anni di portata dei fiumi: negli ultimi tre anni c’è stata una diminuzione di portata costante”. La maggior parte dei fiumi alpini, di origine nivo-pluviale, ha tanta acqua quando c’è tanta neve e tanta pioggia. Ha quindi due periodi di piena, definiti “di morbida”, che tendenzialmente sono il periodo autunnale con l’arrivo delle piogge, e il periodo primaverile con lo scioglimento delle nevi. Oggi non ci sono più i due periodi di morbida, ma solo uno a fine primavera. “Ma non basta, è una diminuzione costante di portata, ed è veramente una cosa drammatica. E tra l’altro quest’anno sarà peggio dell’anno scorso perché di precipitazioni non ce ne sono. Si prevede una nuova siccità a marzo, pari, se non peggiore, a quella dell’anno scorso, perché ormai è un trend: cioè da tre anni, cinque anni, parliamo di dieci anni, c’è una costante perdita di acqua, questo vuol dire che siamo a un punto di non ritorno. Noi però abbiamo la fortuna di poter studiare queste cose, toccarle con mano e poter fare una ricerca molto applicativa”.

Anna spiega che il progetto si divide in due parti, una prima parte attività di campo dove raccolgono tutti i dati, quindi cosa succede in un fiume naturale, in un sistema reale, e poi successivamente provano a portare questi dati all’interno di un sistema artificiale. I ragazzi che sono nel centro ad Ostana fanno parte della prima parte del progetto, e la aiutano a prendere i dati riguardo i depuratori. Ognuno di loro è dedicato ad un fiume, cercando di creare un solido gruppo di ricerca, molto giovane, che volesse condividere questa esperienza mettendosi già in prima linea. E infatti è grazie a loro che sono nati molti spin-off. C’è Ilaria Maresca, che si occupa del fiume Stura, e analizza la variazione di portata in funzione del fatto che viviamo il cambiamento climatico, e lo fa analizzando i macroinvertebrati. Poi c’è Daniele Ricaldone, che insieme a Federico Mina, si occupano di vedere come cambia la comunità di macroinvertebrati in questi tre fiumi, in base a quale funzione hanno all’interno delle acque. Filippo Ferrari si occupa di analizzare tutti e tre i fiumi da un punto di vista della biodiversità, studierà come sono diversi i macroinvertebrati a monte e a valle dei tre depuratori, mentre Matteo Bert si occupa di esaminare come varia la comunità delle diatomee. Poi c’è Giorgia D’Ercole, che si occupa di valutare i fiumi di origine glaciale e la loro biodiversità, ma pur facendo un’altra tesi si reca con loro sul campo a campionare. E Isabella Corrado, che si occupa di valutare come l’uso del suolo va ad incrementare l’impatto causato dai depuratori, per valutare se effettivamente ha un impatto o meno. Tutti piccoli argomenti che insieme fanno il progetto legato ai depuratori, tutti protagonisti di uno studio che ha nelle sue fondamenta una tendenza applicativa, calata nella dimensione contemporanea.

“Quando nel 2016 è nato il mio terzo figlio è stato involontariamente un evento mediatico che ha fatto il giro del mondo. Però la cosa che mi ricordo sempre è che quando hanno intervistato il sindaco di allora, Giacomo Lombardo, che è stato il visionario che dagli anni Ottanta ha guidato questa comunità e di cui io ho preso il testimone, e gli hanno chiesto come si chiamassero gli abitanti di Ostana: anticipando la risposta, visto quello che è successo direi che si chiamano ostinati, non ostanesi” racconta Silvia Rovere. E quando si parla di futuro, la sindaca di Ostana risponde che “idealmente ci piacerebbe arrivare a 100 residenti fissi tutto l’anno. Persone che devono costruire una comunità, bisogna avere dei servizi”. Se prima si lavorava per le infrastrutture, l’acqua in tutte le case, la viabilità, le fogne, la luce, “adesso siamo nella fase in cui dobbiamo costruire i servizi immateriali, gli asili, le connessioni internet, creare un artigianato e un turismo di un certo tipo che garantisca una sostenibilità tutto l’anno. Le giornate qui sono lunghissime, perché stiamo lavorando tanto e c’è un gran bel gruppo di persone che progetta, che costruisce, e che poi vive le cose, che è fondamentale. Perché senza un’anima, le comunità, i paesi, non vanno da nessuna parte”.

Se si “spazzola la storia contropelo”, si trovano esperienze come Alpstream, progetti di rinascita come quello di Ostana, luoghi in cui il tempo dell’adesso può essere percepito ad ogni battito, in luoghi difficili da raggiungere, lontani da un’idea di progresso inarrestabile, ma da cui poi è difficile andare via. Perché una volta che se ne è usciti, non si vuole più tornare a respirare in un tempo vuoto e omogeneo.

  • * Walter Benjamin, Sul concetto di storia, Einaudi, Torino 1997, p. 45
  • ** ALPSTREAM Centro per lo Studio dei Fiumi Alpini, è una struttura del Parco del Monviso e nasce dalla collaborazione tra il Parco e i tre atenei piemontesi (UNITO, UPO e Polito). Per la sua realizzazione è stato finanziato dal fondo europeo di sviluppo regionale programma Intrerreg Alcotra 2014-2020.

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