A Bologna il Comune ha deciso di distribuire gratis trecento pipe per il crack ai consumatori. Dopo una fase di sperimentazione avvenuta nei mesi scorsi, l’amministrazione continua il percorso di riduzione del danno. Nel frattempo in città vanno avanti le operazioni di polizia per contrastare lo spaccio in particolare nella zona della stazione. Ma quali sono gli effetti della repressione e quali quelli della riduzione del danno?
Le mappe del consumo delle droghe in città cambiano continuamente. Cambiano in base alle sostanze consumate e cambiano in base a quelle che sono le politiche di sicurezza che vengono messe in campo. Le persone che consumano non scompaiono, semplicemente si spostano andando a occupare nuove strade e le preoccupazioni di nuove cittadine e cittadini che, dopo l’aumento dell’eroina iniettata e poi fumata, negli ultimi anni hanno visto sempre di più una sostanza diffondersi: il crack.
Un motivo in più – se ce ne fosse bisogno, ed evidentemente ce n’è bisogno eccome, viste le polemiche di questi giorni da parte delle destre a livello locale e nazionale – per portare avanti un lavoro di riduzione del danno. Un termine che sembra mandare indietro nel tempo, quello delle overdose per eroina, quando ad essere distribuite erano le siringhe. Le stesse polemiche, oggi, ci sono dopo che l’assessora Matilde Madrid ha annunciato che il Comune di Bologna distribuirà pipe per il consumo di crack.
Le forze di polizia, è evidente, non possono risolvere un problema che non riguarda solo lo spaccio, ma un mondo molto più ampio che parte da un aspetto: la richiesta di sostanze stupefacenti e il loro consumo. Per fumare crack vengono spesso utilizzati materiali improvvisati, come bottiglie di plastica o lattine: se si surriscaldano o si scheggiano, le lattine possono generare lesioni a mani, labbra e bocca, che possono essere veicolo anche per la trasmissione di malattie (come aveva raccontato l’operatore di Fuori Binario – uno dei servizi bolognesi per i consumatori – Giuseppe Ialacqua).
E mentre c’è chi parla di “legittimazione dello spaccio e del degrado”, è chiaro che ci sia molto altro. La distribuzione di pipe è un modo per ridurre danni a livello sanitario, un lavoro di riduzione e prevenzione che, se si vuole vederla solo dal lato del “risparmio”, a livello economico porta a vantaggi evidenti: diminuire la trasmissione di malattie e, quindi, i costi sanitari.
Per i consumatori di crack come per quelli di altri sostanze. Qualche settimana fa ho passato una mattinata con Michele, che consuma eroina da più di quarant’anni. E chiede solo una cosa: delle stanze per il consumo sicuro, dopo che, dopo aver perso la casa, ha preso l’epatite. Una pratica presente in decine e decine di città europee. Ma, evidentemente, in un Paese proibizionista come il nostro, l’unica cosa che si può vedere per risolvere un consumo che c’è da sempre, l’unica cosa che si può accettare sono retate e operazioni che spesso non riescono a far altro che spostare lo spaccio, e finché c’è domanda così sarà.
Personalmente, da un’amministrazione questo mi aspetto: andare oltre l’ottica emergenziale e securitaria e arrivare a capire come ridurre le marginalità economiche, sociali, sanitarie, come agganciare i servizi, come prendersi cura di tutte e tutti. Non mi disturba vedere Michele in un luogo di accoglienza, non mi disturba vedere Simona che dorme in un parco alla periferia di Bologna e che viene assistita da operatori sanitari quando ne ha bisogno. Mi disturberebbe sapere che sono persone lasciate da sole. C’è la comunità, certo, ma c’è bisogno anche di più decisioni politiche di questo tipo.