E non solo; quella che cerca di reprimere il dissenso a livello globale, nella società del controllo e con le polizie al soldo dei potenti che si nascondono dietro l’abuso della parola ‘legalità’.
Centinaia di migliaia, in oltre cento piazze, uno sciopero generale con una parola chiara: per Gaza e contro il genocidio blocchiamo tutto. Nella realtà distopica che stiamo vivendo ormai da anni, dove la legge viene quotidianamente piegata lalvolere o ai capricci dei potenti, diventa grottesca la sottolineatura costante della stampa mainstream e della politica istituzionale rispetto al dissenso, che prevede anche forme di conflitto che sconfinano nella violenza e nei suoi diversi livelli.
La notizia è una oggi: che la piazza italiana che ha da subito e in maniera costante abbracciato la causa palestinese, non solo per ragioni storiche o solo di una parte di realtà che da decenni rivendicano i diritti all’esistenza dello stato palestinese, ha mandato un messaggio inequivocabile. L’abbraccio, il cuore, è dentro il sentimento collettivo contro un genocidio che deve finire, subito, adesso, e per il ritorno degli aiuti umanitari su quelle macerie che sono il teatro del tiro al palestinese, che sia un bambino, una donna, un uomo, piegati e stravolti da tutto gli orrori, inclusa la denutrizione dolosa dentro il lager a cielo aperto di Gaza e nei piani che portano le violenze inaccettabili anche nella Cisgiordania. Un messaggio fatto di corpi che avviene proprio nel giorno in cui altri Stati riconoscevano la Palestina alle Nazioni Unite e di fronte all’inazione e alle parole vuote del governo italiano.
La spaccatura fra la diplomazia impotente e svilita dalla protervia dei potenti e il grido di umanità che attraversa tutto il mondo è un fatto. Su una montagna di cadaveri presidenti ignoranti giocano ai meme immobiliari, ministri italiani sorridono per una targa best friend israeliana, l’Europa ci mette due anni per dire qualcosa, poco e male.
E allora si scende in piazza e si blocca tutto per Gaza e anche oltre Gaza, perché lo spregio del governo israeliano per la legge viene affiancato in troppe democrazie dalla crescita di autoritarismi, che si ammantano di legalità, ma hanno piani di controllo totale. Gli Stati Uniti, l’ICE ne è una dimostrazione palpabile e dolorosa, puntano proprio lì, sia nelle violenze in divisa, sia nella censura della parola.
In Italia il piano di memoria piduista avanza: separazione delle carriere, riforma della legge elettorale, legge sulla sicurezza che aumenta l’impunità per il braccio poliziesco, disprezzo per il rapporto con la stampa, asse con le destre a livello internazionale e del discorso d’odio.
In alcune piazze ci sono state cariche della polizia e successivi scontri, con una divisione anche nell’opinione pubblica fra lo svolgimento pacifico della giornata e i cosiddetti facinorosi. Milano, soprattutto, viene strumentalizzata per parlare di violenza. La polizia ha negatoml’accesso al luogo simholo da bloccare: la stazione centrale. Con un’azione repressiva esagerata e che ha esposto molti manifestanti a situazioni pericolose, considerando la quantità di persone che hanno respirato lacrimogeni nel mezzanino della metrò e le botte dall’alto delle scale mobili. Eppure, su questo vogliamo essere chiari: la violenza non sono le sedie contro i vetri di una stazione o immobilizzare il traffico con un blocco stradale. Che cos’è questa ‘violenza’? È il tappo che salta, è la risposta di condizioni sociali che vengono compresse sempre di più nella loro quotidianità di tagli del welfare, di case dai prezzi stellari, salari in diminuzione, futuro incerto, limitazione securitaria delle libertà, controllo di cricche e piccole o grandi oligarchie che si sono auto-investite non del servizio da dare alla società, ma nell’accumulare potere e profitti.
La condanna della violenza che vogliamo sottolineare proprio oggi, non sono tre sedie e due fioriere e qualche vetro in frantumi, ma tutta l’aberrante lista di crimini contro l’umanità, sterminio, apartheid, pulizia etnica, ricordando che i colpevoli sono anche i complici e nella fitta rete di interessi monetari e finanziari che commerciano, inviano armi, favoriscono quegli stati, Israele per primo, che attuano con il disprezzo della vita umana e costruendo realtà fake parallele. L’Italia è complice, le armi che invia e l’appoggio incondizionato agli Usa lo dicono con chiarezza.
Sono cerchi concentrici che subiamo quotidianamente: il mondo così violento e insensibile al dialogo, le nostre città sempre meno umane, il nostro particolare che per troppi e troppe significa vivere per lavorare e restare comunque confinati dentro un circolo oppressivo/repressivo.
La costruzione dell’immaginario è l’ultima violenza che denunciamo ed è dentro i social, i canali digitali, nel dominio big tech della rete e dei nostri comportamenti, da cui dovremmo essere così bravi – sempre noi – a difenderci. Il rinchiuderci in bolle, il costruire nuovi classismi con utenti da spremere ed élite che possono avventurarsi in piani di sopravvivenza al cambiamento climatico per pochi eletti, sacrificando la carne da macello, perché non esiste umanità, ma aristocrazia e oligarchia che deve sopravvivere.
E allora quelli e quelle che seguono le leggi come se non fossero materia in evoluzione o che le subiscono spesso, tutte e tutti noi rischiamo di trovarci dentro meccanismi di autocensura o di illusione di un equilibrio di forze che non esiste. Inevitabilmente e sempre ci sarà una reazione, quando manca l’aria, quando si assiste all’inazione di fronte al genocidio, quando per di più si viene presi per i fondelli nella propaganda sempre più grottesca che viene diffusa ad arte. Guardiamoci intorno: la guerra è l’affare del futuro, il riarmo, l’industria bellica, la mancanza di una pratica diplomatica che veda anche l’impegno dei delegati dal voto popolare di costruire istituzioni anche sovranazionali che rispecchino i nuovi equilibri mondiali. La rappresentante Usa che sola ha alzato la mano alle Nazioni Unite per bloccare un cessate il fuoco e aiuti umanitari sembra inevitabile, ma ci accorgiamo che può non esserlo. La differenza forse è fra chiedere ed esigere, perché abbiamo diritti e perché sono umani e non solo di un paesino, una città, uno stato. Riguardano le nostre, i nostri simili, ognuno per dove si trova a vivere questa vita, ma senza negare la dignità della vita. Gaza sono quattro lettere che oggi hanno significato e significano riprendersi la voce come esseri umani, come società civili, non solo come elettrici ed elettori destinati ad accettare qualsiasi decisione del potente di turno. Da soli non si riesce, lo dice la nostra storia: la compassione, il soffrire e reagire insieme, è una soluzione possibile.