Uniamo i puntini e leggiamo il disegno: il dissenso è criminalizzato a qualisasi gradazione si esprima. Chi governa si trincera dietro la propaganda, democrazia è una parola sfregiata.
La prefettura è strumento del ministero dell’interno. Anzi, nella definizione corrente ne è un organo periferico e io aggiungerei capillare. E non è difficile leggere la situazione degli ultimi mesi dell’utilizzo delle prefetture e quindi della forza di polizia, non ‘forze dell’ordine’, nei casi che hanno fatto salire la tensione nelle grandi o medie città italiane.
Milano, Leoncavallo, Milano Gaza, Torino Askatasuna, sgomberi violenti, situazioni difficili da gestire per le amministrazioni comunali, si ricordi anche la pagliacciata neofascista a Bologna, di fronte alla stazione, uno sfregio impensabile fino a qualche tempo fa.
C’è voglia di far salire lo scontro e la legge sulla sicurezza ha fornito tutti gli strumenti necessari alle divise, sostanzialmente intoccabili, sempre pronte a essere difese anche di fronte alla violenza che spesso viene fatta passare come gestione dell’ordine pubblico.
Lo ha detto bene Paolo Hutter, fiuto politico ed esperienza decennale, quando sui social scrive: “Prefetti e Questori stanno intervenendo nelle città per creare tensioni? Sono noti i casi ( diversi) di Askatasuna e Leoncavallo. Nei giorni scorsi nei confronti di case popolari a Baggio e senza tetto a Tibaldi (Milano) le forze ” dell’ordine ” hanno completamente scavalcato il Comune. Aggiungo il noto caso dell’imam Shahin espulso da Torino e il meno noto caso della neo legge piemontese contro il mercatino popolare dell’usato. La destra all’ attacco del dissenso, dei centri sociali, degli islamisti, degli occupanti di case, addirittura dei ” barboni”? Sì, ma.. A me sembra di vedere un attacco ai sistemi di governance e di mediazione delle grandi città. La destra minoritaria nelle grandi città prova a espugnarle creando più tensioni e casini di quelli che già la situazione produce di per sé. In genere non sono mai complottardo ma mi pare che gli indizi ci siano tutti.”
Gli indizi ci sono e sono più di tre come vorrebbe il vecchio adagio di Agatha Christie, il che rappresenterebbe una prova. Ma non ci servono i vecchi adagi, per leggere la realtà.
Non c’è bisogno di una adesione alle rivendicazioni politiche o ai modus operandi del Centro sociale Askatasuna, o di quello che era il Leoncavallo, per dare non solo la propria solidarietà, ma anche solo per aderire allo sdegno e per denunciare i pericoli che stiamo vivendo. C’è una compressione del dissenso, di diverse gradazioni, che passa sotto la magica parola ‘sicurezza’ che questo governo fascista usa in maniera strumentale. Nei mesi scorsi, senza troppa pubblicità, c’è stata altra repressione contro i movimenti No Ponte sullo Stretto, con episodi gravi di violenza in divisa ed evidenti atti intimidatori che non si spiegano se non per il famoso decreto sicurezza o per la spiccata sensibilità repressiva non solo dei neofascisti, ma anche del vice presidente del Consiglio Matteo Salvini. Bisogna leggere i fatti insieme, quando hanno una matrice che si disegna in maniera conseguente, questo è quello che abbiamo imparato da stagioni ben più conflittuali di questa.
L’affetto dimostrato da Milano al Leoncavallo andava oltre, ben oltre, alle pratiche storiche esercitate dai e dalle militanti nel centro stesso; si è riconosciuto che era ed è un luogo di cultura e di pensiero, oltre che di azione politica diversi anni fa e di partefipazione sociale. E Askatasuna a Torino non è solo sinonimo di ribellione, ma di una realtà antagonista che piaccia o meno dà linfa alla città. Anch attraverso il conflitto generativo che è elemento indispensabile del vivere metropolitano e della maturità di una società che non ragiona solo per maggioranze.
Gli sgomberi vecchia maniera, manco fossimo tornati ad anni ormai sorpassati, con gli idranti (mai usati fino a questa stagione) che hanno fatto la loro comparsa e la facilità di ritorno nel roteare manganelli dicono del salto di qualità, così come le parole usate nei comiziacci dalla leader di FDI, che è anche Presidente del governo di tutti e tutte gli italian*. Eppure siano ai vecchi refrain, le battute coatte, i saltelli imbarazzanti con vecchi personaggi in giacca che paiono pupazzi grotteschi, e invece sono ministri della Repubblica. Repubblica antifascista, non scordiamolo mai.
È il momento di prendere atto della realtà, non servono parole altisonanti, né trombe o corni a suonare la sveglia. Eppure, troppa parte della società assorbe con noncuranza quello che accade, mentre chi abita i territori capisce la portata del salto che è avvenuto e il tentativo muscolare di imporre autoritarismo, spostare l’attenzione da temi delicati come gli emendamenti porcata che vanno a bastonare ancora e sempre i e le lavoratrici. Il paradosso è semplice eppure non si avverte; chi attacca e spiana la strada a fatti come la scorribanda alla Stampa – polizia che lascia fare -, si trincera dietro le parole legalità, sicurezza, ordine. Sono gli stessi che tollerano formazioni anti-costituzionali e contro anche leggi dello Stato (Legge Mancino), sono quelli che soffiano sulle proprie gioventù che irrompono nelle scuole, che hanno ancora come riferimenti i simboli e i feticci di una storia orribile, razzista, neocoloniale, spregevole di questo Paese.
Ci vuole attenzione e forza di mobilitazione, cosa faticosa di questi tempi dove il tempo è impiegato per sopravvivere e dove le preoccupazioni personali di ogni natura non fanno che aumentare la difficoltà nel trovare le giuste energie del contrapporsi. E però: guardatevi indietro di qualche anno e considerate dal salario minimo, ai salari, ai diritti, agli attacchi dei governi ai diritti – dei governi! – alla giungla internazionale e al genocidio che non si è fermato, al war deal, alla strumentale guerra ovunque per far soldi Ucraina compresa, guardatevi indietro e pensate all’oggi e vi ritroverete impoveriti di diritti, oltre che dei giusti compensi. Ci sono momenti in cui ci si deve opporre, prima che sia troppo tardi. Per questo è importante la compassione, il soffrire e sentire insieme, per tessere reti e per resistere ai tentativi smaccati di trasformazione di quella che chiamano ancora in maniera roboante democrazia, e che distruggono un pezzo alla volta.