È sciopero generale, da subito mobilitazione spontanea. Se non lo fa la politica istituzionale, le cittadine, i cittadini, non importa di quale paese, stanno dimostrando di sapere cosa sia essere e restare umani. Una lezione magistrale per una politica di Stato incompetente.
Una giornata di attesa, a guardare la prua delle navi o il pozzetto dentro immagini bianco e nero, con il pensiero allo stato d’animo di questi coraggiosi e coraggiose che si sono giocati e si stanno giocando tanto, anche nel nostro nome.
Poi l’abbordaggio e il blocco, illegale, delle forze militari israeliane, che si sono annesse anche le acque internazionali e anche le acque legittimamente palestinesi.
Bloccheremo tutto, avevano promesso in tanti e tante e così è stato, ma con una forza sconosciuta che viene dal profondo dello sdegno e dal riaffermare che siamo umani. Non c’è bipartisan che tenga di fronte all’umanità e anzi; vedere le mosse di una diplomazia serva dei soliti schemi di potere ha creato una reazione fino a pochi mesi fa inimmaginabile.
È come se le migliaia di immagini, di reels, di stories social che sono arrivati in questi due anni dalla Palestina sia deflagrato perché la misura era colma da tempo. Quelle immagini di sterminio, di genocidio, di sopraffazione, di scherno, di risate e anche ironia macabra di tanta presunta intellighenzia nostrana siano cadute di colpo di fronte a un sentimento di giustizia.
Un’esplosione di cui abbiamo visto i segnali nell’ultimo mese soprattutto, ma che cova da tempo. Bambini uccisi da droni, presi di mira. Persone in fila per un sacco di farina fatte diventare bersaglio da tiro a segno, dichiarazioni surreali delle diplomazie dei potenti, piani di ‘pace’ che prendono per i fondelli l’intelligenza di chi vive il progresso di una civiltà schiacciata dall’individualismo imposto.
Che cosa pensavano che avremmo fatto, i governanti, con i loro giochetti di potere inumani? Che saremmo state e stati zitti e zitte? Che avremmo fatto spallucce, perché abbiamo una quotidianità sconvolta dal tirare alla fine del mese? Perché il precariato ammazza i sogni?
C’è nella rivolta delle piazze italiane e globali un senso di profonda umanità che dice che ‘ci importa’. Che stiamo soffrendo a poche centinaia di chilometri per chi viene trucidato, che non siamo dispost* a tollerare l’assassinio del diritto internazionale, oltre che delle decine di migliaia di persone. Che siamo cresciut* dentro una consapevolezza che per i primi i potenti hanno rotto, tornando a usare l’arma della guerra, della violenza (altro che le vetrine spaccate).
Il popolo che ha riempito le piazze è un popolo normale, che sa riconoscere, oltre alla vera storia del conflitto israelo-palestinese, il limite, che si fa carico di un genocidio, che ha imparato la lezione della storia, quella dei silenzi complici che hanno permesso altri genocidi.
Cosa pensavano nei Palazzi? Che basta un Vespa o una Meloni grottesca e assurda nelle sue dichiarazioni per convincerci che la terra è piatta? I loro lacché, il coretto di pseudo-giornalisti che sono macchiette televisive che cercano di influenzare la nostra vecchia società? C’è un mondo là fuori, e non lo possono capire; va oltre ai giochi di potere e ai posizionamenti elettoralistici e di bramosie personali, di apparenza. Chi muore di fame è un presente che difficilmente puoi nascondere. Gli ospedali che operano senza anestetici, le apparecchiature fracassate, la distruzione sistematica con la complicità o il silenzio di chi dovrebbe per primo ribellarsi hanno sbordato il limite.
La Global Sumud Flottilla è tutto questo: non una soluzione, non un pulirsi la coscienza, ma il segno che ancora una volta (e quante volte ancora ci sarà bisogno?) siamo di fronte a un dato di fatto. La leadership del potere a livello internazionale è insufficiente, contraddittoria, incoerente. Studiamo tomi e libri che non vengono applicati, anzi che vengono cancellati e ci si chiede di essere, noi stess*, complici. Andiamo a votare e deleghiamo, ma l’astensionismo dilaga e la proposta politica è condizionata dai soldi e dagli ninteressi privati.
Noi non possiamo essere così. Non ce lo perdoneremmo mai, non siamo cresciuti come società per vederci ridurre a un gioco falsato, a una cricca di bari, che riesce a pubblicare meme assurdi e terroristi, dietro lo scudo dell’essere ‘eletti’.
Per questo, questa notte fra l’uno e il due ottobre resterà importante e anche storica. Perché dice ai potenti che sono soli e che noi siamo molte e molti di più, e che noi siamo dalla parte della ragione e che anche solo tentennare, quando non addirittura negare, è una colpa grave.
Un’ insurrezione, finalmente, di fronte alla spaventosa violenza subita dalle vittime e subita in maniera diversa, ma devastante, anche dalle nostre coscienze. Il senso di impotenza ha trovato un canale di espressione e, diciamolo, era ora.
Se la politica istituzionale non terrà conto di questa notte è destinata a naufragare. Perché l’umanità a Gaza, violata, stuprata, si porta dietro un discorso ancora più ampio, che riguarda i nostri diritti, di tutte e di tutti, dei palestinesi e dei disoccupati, dei precari, di chi viene trattato come carne da macello a fini elettoralistici. Il collegamento, anche l’oggetto e le proporzioni sono ben diverse, è inevitabile.
Non potete, non si può, non siamo più disposte e disposti ad accettare in silenzio questo gioco da tavolo falsato e per pochi, dove le pedine insanguinate sono piccole cose sacrificabili.
Da queste settimane di mobilitazione, per Gaza, per la Flottilla, ma anche per altre questioni che attingono ai diritti, c’è molto da apprendere per una politica troppo spesso autoreferenziale, che dice di voler andare per le strade e che oggi si ritrova le strade nel palazzo.
Non solo ‘non in mio nome’. Ma nel mio nome vengo a dirvi, con il mio corpo, che non potete. Non è ammissibile, non è possibile, dovete cambiare e tanto, dovete tornare a rispettare le regole che ci siamo dat*, nei metodi e soprattutto nei contenuti.
Per questo restiamo umani, come diceva Vic Vittorio Arrigoni. Questa notte lo siamo stat* e tutto dice che c’è una nuova consapevolezza che potrebbe far cambiare schema, che chiede di adattare alla contemporaneità le strutture e le sovrastrutture, nazionali e internazionali.
Blocchiamo tutto, dice lo slogan e dicono le persone che spontaneamente sono scese in piazza. Spontaneamente, altro segnale che solo i fessi non percepiscono. Fratellanza, sorellanza; c’è oin quest’unione di anime schiacciate dall’individualismo in ogni settore della vita un ricordarsi che siamo solidali con i nostri e le nostre simili. Basta. Si annuncia così un possibile cambiamento, con la determinazione, con l’esserci fisicamente dopo tante, troppe immagini digitali che sono calate dentro i nostri occhi fin dentro alla nostra anima, ai nostri cuori, ai nostri cervelli. Basta genocidio.
È sciopero generale, e non si faccia un passo indietro.