“Un giorno tutto questo nulla sarà tuo”:  inchiesta sulla turistificazione e sulla svendita di una città #2

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Per comprendere la drammaticità che la turistificazione selvaggia ha prodotto sul tessuto sociale è necessario soffermarsi sulla distanza tra centro e periferia. Distanza che, vista l’eterogeneità delle conseguenze della svendita cittadina, è impossibile ricondurre ad un unico centro” e ad un’unica “periferia“. Al contrario, possiamo considerare l’esistenza di molteplici centri, intesi come aree di spartizione e redistribuzione di potere, e molteplici periferie, ossia zone che assorbono e si fanno carico di ciò che il modello fallimentare della gentrificazione produce. 

Data la complessità del fenomeno è ormai superata anche la visione che presuppone l’esistenza di un’unica gentrificazione. Al netto dei processi di turistificazione che si sono susseguiti nel corso degli anni è infatti possibile parlare di “gentrificazioni“. Termine che indica le molteplici ondate che hanno attraversato la città nella direzione di un impoverimento collettivo in termini di identità popolare e culturale.

La tendenza rivelatasi dominante da parte delle amministrazioni comunali e degli ambienti politici di rilievo in materia urbanistica e di gestione dello spazio pubblico rivela una volontà tesa a ostacolare l’emersione e il consolidamento delle comunità che vivono il territorio. 

Si tratta di una volontà che, operando nella direzione della decostruzione di comunità genuine, non rappresenta un elemento inedito. 

Per comprendere il dispiegarsi di questa degenerazione è utile rivolgersi a chi, oltre a viverli, combatte quotidianamente tali processi: Simone Pasquini, referente del Movimento di lotta per la casa – Firenze, una voce capace di mettere in luce questa distanza. 

Il Movimento è una realtà che si batte ogni giorno al fianco di chi regge sulle proprie spalle il peso di una città che, impegnata a generare profitti per i soli vertici della gerarchia sociale, lascia ai margini coloro che da questo progresso sono stati esclusi. Sono numerose le vertenze che il Movimento ha portato avanti nel corso degli anni, affermandosi come realtà capace di generare un’opposizione sociale nei quartieri popolari della città. È quindi necessario partire da due domande elementari:

Quando nasce il Movimento di lotta per la casa? Quali sono state le vertenze e le lotte che hanno caratterizzato maggiormente la vostra evoluzione? 

Sono passati 33 anni (1 dicembre 1989) dalla nascita del Movimento di Lotta per la Casa Fiorentino. Anni di conflitto costante, di interscambio tra generazioni e di incroci tra tante diversità. Anni di Resistenze, Occupazioni, Picchetti, vittorie e sconfitte. Di sicuro l’esistenza stessa del Movimento rappresenta una spina nel fianco delle istituzioni, in quanto riferimento per sfrattati, inquilini, giovani, anziani, senza-casa e richiedenti asilo. La nostra storia ha inizio intorno alla vecchia sede del Movimento in via di Mezzo e dell’allora Circolo Sportivo Spartaco: alcune famiglie del quartiere Santa Croce erano sotto sfratto. Nonostante la solidarietà, lo sfratto avvenne con violenza. Sopra l’allora Circolo Sportivo Spartaco erano ubicati alcuni alloggi sfitti, di proprietà del Comune di Firenze. Dalle promesse istituzionali dell’accompagnamento da “casa a casa” nacque, quasi spontaneamente, la prima occupazione a scopo abitativo degli anni ’70. Lo “spazzino” (sede del Circolo Sportivo) ma anche la sede dell’Unione Inquilini diventarono allora un naturale crocevia di bisognosi e di sfrattati. 

Dalle prime assemblee, nacque subito la sensazione forte di essere parte di un percorso nuovo. L’unione delle lotte, l’interscambio fra realtà e l’efficacia reale delle vertenze portarono alla creazione del primo nucleo dell’attuale Movimento di lotta per la casa. Un’assemblea allargata che riuniva tutti i soggetti che agivano per il diritto all’abitare in città. Contemporaneamente la nascita di nuovi soggetti sociali come il movimento della Pantera, i centri sociali autogestiti, i primi sindacati di base, chiudeva gli odiosi anni ‘80. Da lì a poco l’occupazione di via Del Giglio nel pieno centro di Firenze, un’impensabile accozzaglia di giovani coppie, singoli, famiglie. E ancora via Delle Casine e sempre in quel periodo le case popolari di via Manni.

Una stagione vissuta quotidianamente sul campo, i primi picchetti nei quartieri contro gli sfratti, le prime cariche della Polizia, i primi scontri con i fascisti e infine, la vendetta delle Istituzioni

Il 12 luglio la Polizia e i Carabinieri presenti in gran numero per i mondiali sgomberarono all’alba gli stabili di via Del Giglio e i tre alloggi di via Delle Casine. Uno sgombero violento in tutto e per tutto: trovarsi i poliziotti nelle camere da letto all’alba non è una scena simpatica… ma dopo il primo momento di generale sbigottimento, nel tardo pomeriggio fu occupato un palazzo in via Aldini. Una struttura dismessa di un vecchio Ospedale Psichiatrico Infantile, gli occupanti trovarono i lettini di contenzione per i bambini, pagine di una memoria del nostro Paese che non bisogna cancellare. Il giorno dopo un intero esercito di poliziotti e carabinieri si presentarono alle occupazioni delle case popolari di via Manni, ma occupanti e Movimento si erano organizzati e dopo tre ore di tensione e trattative il Questore ordinò il “ritiro delle truppe”. Nel 1993, l’allora Assessore alla Casa, requisì gli alloggi di via Manni e consegnò le chiavi alle famiglie occupanti. Lo stabile di via Aldini è invece occupato ed è parte di un progetto sperimentale di auto recupero insieme ad altri 4 immobili occupati dal Movimento. 

Sono passati 33 anni e più di 150 occupazioni di case sono state fatte e sgomberate a Firenze. Migliaia di uomini e donne hanno incrociato i loro destini nella storia del Movimento. Talvolta le storie sono finite bene altre volte, purtroppo male.

Intere generazioni si sono messe a confronto, portatrici di rabbia e disperazione sociale, hanno unito le loro culture per un semplice e difficilissimo diritto: una casa in cui vivere. Soprattutto oggi, quando pochi di quel periodo sono rimasti, nuovi nemici (ma la sostanza non cambia…) è compito di tutti soffiare sul fuoco dei diritti, affinché decenni di lotte portino ancora i suoi frutti. L’eredità che abbiamo sulle spalle è pesante e ci obbliga a condividerla e aggiornarla perché rimanga sempre al passo con i tempi. La rabbia di allora è rimasta intatta, se non è addirittura cresciuta, così come è rimasta intatta la consapevolezza e la ricerca di un società che distrugga i valori di merce e profitti e ricostruisca, da subito, vincoli di eguaglianza tra eguali. Per questo il Movimento deve andare oltre la resistenza ma costruire una visione pratica della società del domani. Ne è passato di tempo da quel dicembre 1989, quando a Firenze si sentì il bisogno di unire le sigle e le persone che lottavano per il diritto alla casa. Si unirono così le esperienze e i sogni di molti per dar vita a uno dei percorsi più ampi e condivisi della storia recente della città: iI movimento di lotta per la casa. L’idea di “Movimento”, nacque dall’eredità del 68′, dai movimenti extraparlamentari, dall’Autonomia Operaia, da Lotta Continua, dall’Unione Inquilini e da molti altri collettivi che scelsero la via della piazza rispetto a quella istituzionale. I compagni che dettero vita alla prima assemblea in Santa Croce, erano i portatori dei valori di un mondo che in parte riuscirono pure a cambiare. La lotta contro l’eroina, per la libertà sessuale, per l’aborto, per il divorzio e per la dignità sul lavoro. Erano i compagni che fecero tremare l’Italia negli anni ‘60-70-80. Eredi diretti della lotta partigiana di Liberazione. 

Successivamente, i rampolli di quella generazione emersero con il G8 di Genova del 2001, con l’Onda del 2009-2010 e con la crisi mondiale del 2007. I figli dei rivoluzionari degli anni ‘70, fanno capolino nel Movimento in veste di universitari e studenti medi nel periodo che va dall’Onda al primo governo di larghe intese del 2013. Sono gli anni della crisi più profonda, della politicizzazione delle scuole e delle esperienze dirette di vera povertà. In quel periodo nascono i maggiori collettivi studenteschi che tutt’oggi conosciamo (anche se in forme e con persone diverse). I nuovi compagni che prenderanno in mano la lotta per la casa non hanno l’esperienza della lotta armata, della piazza che ribolle e delle stragi di Stato, ma sono le prime vittime delle sue conseguenze. I giovani conoscono le leggi repressive dello stato, la crisi economica mondiale del 2007, il tracollo economico del paese e la miseria che diventa normalità. Crescono negli anni della recessione e dell’Austerity, senza più la prospettiva di un posto fisso o di un affitto “possibile”. Gli anni del “capitalismo dal volto umano” sono finiti e le future generazioni del Movimento dovranno farsi carico di questo nuovo mondo. L’unica cosa che non è cambiata è il bisogno di casa. 

Una storia di avanzamenti e arretramenti. La vita di una realtà sociale e militante che, sotto la spinta della costante repressione, trova la propria ragione di esistere nella lotta e nel contrasto ad un sistema che, per esistere, è tenuto necessariamente a generare disuguaglianze e frammentazione.  Ripercorrendo la vostra storia, è possibile, secondo voi, riscontrare un “prima” e un “dopo” nel corso dell’evoluzione della gentrificazione a Firenze?

Firenze affonda le radici del suo “declino” abitativo già con il Piano Poggi. In città nasce l’idea di creare “Quartieri su misura” grazie alla scelta di trasferire la Capitale a Firenze. La cintura delle mura, abbattuta per fare posto ai viali, rappresenta la prima forma di divisione per censo dei residenti. Un allargamento necessario a ospitare i nuovi “ricchi e potenti” della Firenze Capitale. Uno spostamento in senso residenziale per le nuove periferie signorili di San Gallo, Oberdan, Beccaria e La Zecca. Mentre nel centro storico rimanevano gli uffici e i prestigiosi palazzi del potere. Inizia così l’ingessamento e la creazione della città vetrina. Tutto quello che si trova dentro le mura deve essere “bello e intoccabile”. Successivamente, con l’alluvione del ‘66, la città conosce una nuova spinta ai processi di gentrificazione. La distruzione e il lento abbandono del centro favoriscono ancora di più la “selezione per censo” dei residenti. Spariscono molte botteghe e attività artigiane. Il volto commerciale del centro viene rivisto e al loro posto sorgono uffici, hotel e affittacamere. Si aprono le porte agli investitori internazionali, i veri fautori di una gentrificazione senza più vincoli. Il potere in città passa dalle mani del sindaco a quelle dei finanziatori, che hanno il potere di cambiare i piani regolatori in base ai soldi che mettono sul tavolo. Dal ‘66 in poi è tutto in discesa per la speculazione edilizia. Basti ricordare solo alcuni esempi eclatanti come il Piano di Castello, dei Ligresti. La Baldassini-Pontello Tognozzi con la Lottizzazione di Novoli, i terreni Unipol limitrofi all’aeroporto e le grandi caserme (es. Lupi di Toscana) che diventeranno mezzi studentati, mezzi uffici e un briciolo di case. Ci sono anche esempi positivi come Le Murate. Da carcere a case popolari. Una battaglia proprio del Movimento, che dopo anni di scontri, vertenze e consigli comunali ha ottenuto il recupero dell’immobile in stato di abbandono e la creazione di case popolari proprio per quei residenti del centro che non vogliamo vadano via. 

Sono diversi gli ambiti che tradizionalmente vengono associati al concetto di gentrificazione. Spesso, poi, si tende ad allontanare tale termine dagli effetti concreti sulla popolazione. Come se esso volesse indicare solo benefici a vantaggio di chi investe nelle sue ricette e nei suoi paradigmi. Sappiamo che la realtà è un’altra. Dunque, quali sono gli effetti della gentrificazione sulla situazione abitativa e chi ne risente maggiormente?

In soldoni, la gentrificazione è quel processo di “riqualificazione” di una zona, che permette l’arrivo sia di capitali che di persone finora estranee all’ambiente. Si parla di gentrificazione quando, in un quartiere, sorge un hotel, uno studentato, un locale notturno o un punto di ritrovo per una specifica “classe”. Va da sé, che se in un quartiere periferico, iniziano a nascere locali notturni, la movida attira giovani, ragazzi e studenti. Questi studenti avranno poi bisogno di stanze per studiare all’università. Magari più vicino ai luoghi della movida. Allora nasceranno studentati. Se la domanda prende il volo, anche i proprietari di casa saranno attirati dai guadagni, di conseguenza ci saranno più affitti Transitori e meno lunghi (4+4 o 3+2). L’aumentare dei prezzi e delle persone che si vogliono attirare, promuoverà una riqualificazione di tutta la zona che grazie alla movida e ai prezzi degli affitti in salita attirerà attori esteri. Nascono così hotel, nuove piazze, riqualificazioni di strade e marciapiedi. Se lo spostamento di persone verso la zona riqualificata è tanto, potranno nascere progetti di tramvie, metropolitane, stazioni etc. Tutto per rendere più bello e attraente per colui che porta soldi e mantiene alti i prezzi. Diventa un circolo vizioso dove ci guadagno coloro che hanno possibilità di investire (sempre i soliti noti, pochi facoltosi). Perciò, non fatevi ingannare dal locale notturno che apre sotto casa, potrebbe essere solo l’inizio della fine di un volto del quartiere ancora rionale, calmo e amichevole. La gentrificazione è un processo, lento ma inesorabile. Le prime vittime sono gli affitti. Di conseguenza famiglie precarie, monoreddito e senza troppe disponibilità, saranno costrette a uscire da quel quartiere e trasferirsi altrove. Questo spostamento allarga sempre di più le periferie e allontana le persone dal centro città. Si creano via via anelli di periferie abitate da uno specifico tipo di residente. L’esempio è Novoli, cittadella universitaria e direzionale o Campo di Marte, il quartiere residenziale di avvocati, manager e imprenditori. C’è una lenta espulsione dei residenti più poveri per fare posto a chi la città la usa a piacimento degli Investitori. Il discorso è che se finanzi e metti i soldi, poi diventa quasi in automatico tutto tuo: sei tu a decidere chi, come e quando può stare in quella zona. L’aumento che colpisce immediatamente sono proprio gli affitti, solo successivamente si parla di compravendite o servizi.

A vostro avviso, quali sono gli strumenti da mettere in campo per contrastare il dispiegarsi delle conseguenze di questo fenomeno?

La ricetta magica non esiste. Quando parliamo di capitali, rendita e speculazione tocchiamo i massimi livelli del sistema capitalista. La trasformazione urbana è uno degli aspetti più importanti del capitalismo moderno. La gentrificazione è solo il risultato di queste enormi manovre. Per noi un problema tanto grosso, ma per gli Investitori solo una delle tante conseguenze. La gentrificazione è legata allo spostamento e all’utilizzo di manodopera. L’organizzazione di una città è direttamente collegato a una più alta o bassa resa della manodopera. I capitali investiti devono rendere il più possibile perché tutto è veloce, rapido ed esigente. Un quartiere che da “degradato” diventa “ricercato”, 10 anni dopo già non va più bene per i nuovi standard. Ecco perché parliamo di massimi sistemi. Perché i tempi contano più dei soldi. Oggi si guarda a cosa porta più guadagno nel minor tempo possibile. Non interessa più l’investimento che in 30 anni qualcosa può fruttare, si guarda ora e subito. Per contrastare tutto questo, serve tornare indietro. Riallacciare il filo della storia. Rallentare i tempi. Tornare al ritmo delle vita quotidiana. Un appartamento, fino a 50-60 anni fa era quasi un bene di famiglia, veniva tramandato da generazione in generazione. Ora è un bene di consumo, si aspetta che muoiano nonni o genitori per metterlo in affitto o in vendita. La casa ha perso il suo valore iniziale. Una prima proposta del Movimento è quella di slegare la casa dalle mani della speculazione: questo vuol dire investimenti in edilizia residenziale pubblica. Lo stato si faccia carico del bisogno dei suoi cittadini, si smetta di correre dietro al guadagno: nuove case popolari, ristrutturazione di quelle esistenti, nuovi bandi e nuove assegnazioni. L’unico strumento davanti al bisogno deve essere un tetto sicuro in cui ritrovarsi intimamente con se stessi. Quando chiudi la porta di casa tua, il mondo con i suoi problemi deve rimanere fuori. Non puoi aver paura di non riuscire a pagare un affitto perché la tua azienda è fallita o perché ha traslocato all’estero. Un altro punto sono i soldi che ci si mette sulla casa. Servono nuovi piani urbanistici e regolatori che blocchino i cambi di destinazione in senso turistico ricettivo. Se oggi tutti gli investitori puntano su hotel e studentati, a chi interesserà investire in affitti lunghi o concordati? Se vanno di moda gli affitti transitori, cosa potranno mai rendere economicamente quelli lunghi? Bisogna rendere appetibili i 4+4 o 3+2. Questo vuol dire via le tasse sulla casa, via le tasse sugli affitti, via le tasse sulle compravendite. E tutto quello che viene a mancare, chiediamolo ai costruttori sull’invenduto: migliaia di appartamenti rimangono vuoti dopo che il costruttore tira su il palazzo, migliaia di immobili rimangono vuoti perché il prezzo non corrisponde alla domanda. Allora quelli vanno tassati a morte affinché vengano rimessi sul mercato e non ci sia questa speculazione sull’invenduto. Altra proposta del Movimento: il blocco delle nuove costruzioni. 

Quanti palazzi, isolati, appartamenti e costruzioni vuote ci sono in città? Quanti posti lasciati a marcire mentre la gente finisce in strada? Vanno requisiti, espropriati e nazionalizzati. Diventino case popolari. Tornino a chi ne ha davvero bisogno.

Se hai 10 appartamenti e 5 ne tieni sfitti, vuol dire che quei 5 non ti servono. Se i 5 non li vendi o non li affitti vuol dire non hai bisogno di soldi. Allora è giusto che tu sappia che ci sono milioni di persone che invece ne hanno disperato bisogno. Sul tema affitti, via la cedolare secca sui contratti brevi e transitori. Legare il valore dell’immobile al valore catastale e non al mercato impazzito. Tutti tecnicismi che però possono salvare la vita a molti sfratti o pignoramenti. Stop social housing e sì al vero Erp (Edilizia residenziale pubblica, ndr). Per finanziare l’Erp, potremmo ripescare i vecchi fondi Gescal (GEStione CAse per i Lavoratori, ndr). Piccole trattenute dallo stipendio dei lavoratori per finanziare unicamente le case popolari. E via il resto delle tasse inutili, per alleggerire le buste paga e aumentare gli stipendi. Si potrebbe anche ripescare l’equo canone, attualizzato ovviamente. Un tetto al mercato degli affitti, finanziato con la tassazione delle rendite immobiliari: chi ha tanto paghi tanto, chi ha nulla paghi nulla. La città deve tornare a misura di residente, non investitore. Il centro storico torni a essere vissuto. Molte delle nostre proposte vanno in quel senso lì. Serve a levare la terra sotto ai piedi degli speculatori e a darla a chi una casa non riesce a pagarla a questi prezzi. Bloccare le aperture di B&B e tassare le multinazionali degli affitti e delle costruzioni. La sfida è tornare alla vita lenta, di comunità e amore. Basta con i mega condomini dove neanche tra vicini di appartamento ci si conosce.

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