Il libero arbitrio alla prova del terzo millennio – cap. 2

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IIl Cervello – è più esteso del Cielo – 

Perché – mettili fianco a fianco – 

L’uno l’altro conterrà

Con facilità – e te – in aggiunta –

Il Cervello è più profondo del mare –

Perché – tienili – blu contro blu –

L’uno l’altro assorbirà –

Come le spugne – i secchi – assorbono

Il Cervello ha giusto il peso di Dio –

Perché – Soppesali – Libbra per Libbra –

Ed essi differiranno – se differiranno –

Come la Sillaba dal Suono –

È interessante l’intuizione che ebbe Emily Dickinson – ben prima dell’avvento delle Neuroscienze – circa l’inscindibilità tra mente e cervello, tra anima e corpo, capace di superare quel dualismo cartesiano che tanto ha influenzato la scienza e la cultura occidentale.  La poetessa, infatti, utilizzando la parola “brain” – traducibile tanto come “mente” quanto come “cervello” – si affranca dalla visione metafisica, da sempre considerata materia per filosofi e religiosi, e associa la mente a qualcosa di umano. Dunque, qualcosa di potenzialmente indagabile e decifrabile. Inutile infatti girarci intorno: tutti i processi mentali, consci e inconsci, sono il prodotto del cervello, ma anche di qualcosa di più. Un indecifrabile mistero, secondo la stessa Dickinson, si cela dietro la mente umana, più estesa del cielo e più profonda del mare.

Quindi cosa succederebbe a quella testa mozzata da una ghigliottina di settecentesca memoria – evocata nel capitolo I – se rotolasse fino ai nostri piedi di uomini e donne del terzo millennio? Se quella testa fosse raccolta e asciugata dal sangue, guardando clinicamente ciò che ad occhio nudo non può essere osservato, i miliardi di neuroni che formano i circuiti di un cervello umano potrebbero fornirci utili indizi per indagare la nostra natura. Questa sfida è stata raccolta dalle Neuroscienze – al cui interno vanno annoverate numerose branche della ricerca bio-medica – il cui obbiettivo è di spiegare come le connessioni neuronali sovraintendono allo svolgimento di ogni attività umana, sia quelle che si esplicano in semplici movimenti corporei sia quelle più complesse (la volizione, le emozioni, la formazione di giudizi morali) tradizionalmente attribuite al dominio della mente e, per questo motivo, ritenute impenetrabili all’indagine scientifica.

Pertanto, il cervello dell’uomo non è più una scatola nera. “L’utilizzo di sofisticati strumenti di esplorazione cerebrale in vivo (le c.d. neuroimmagini, tra le quali ricopre primaria importanza la risonanza magnetica funzionale) ha infatti consentito di visualizzare i circuiti cerebrali che si attivano durante lo svolgimento di determinate funzioni mentali, come il linguaggio, la memoria, la coscienza, le emozioni”, racconta a Q Code Pietro Pietrini. Pietrini è psichiatra, professore ordinario di biologia chimica e molecolare presso la Scuola IMT Alti Studi Lucca nonché perito e consulente tecnico di parte nell’ambito di alcuni processi penali storici del nostro Paese nei quali ha fatto ingresso la prova neuroscientifica.  “Da tre decadi mi occupo dello studio delle basi cerebrali e genetiche del comportamento umano in condizioni fisiologiche ed in presenza di disturbi mentali e delle loro implicazioni in ambito giuridico”. 

L’immagine di uomo adottata dal diritto viene infatti oggi messa radicalmente in discussione dalla ricerca neuroscientifica. Condividerne gli esiti significa, per l’ordinamento giuridico, dover tornare su alcuni quesiti centrali e scardinare una lunga serie di convinzioni sull’essere umano cristallizzate nei secoli, tra cui la nostra natura razionale di derivazione illuminista.
“Lo si è visto chiaramente in economia – continua Pietrini – la quale si è sempre basata sull’idea l’homo economicus, che compie le scelte più vantaggiose e razionali. Ma l’uomo pura ragione non esiste, in quanto sulle decisioni umane intervengono emozioni, istinti, sollecitazioni, spesso impercettibili”. 

A sostegno di ciò, il professore richiama l’ultimatum game, gioco psicologico – fondamentale per comprendere i meccanismi alla base dei comportamenti sociali – che è valso a Kahneman il Nobel.
“Due sono i giocatori: il primo giocatore sceglie come dividere la somma, mettiamo dieci dollari, tra sé e l’altro giocatore. Il secondo giocatore può accettare o rifiutare questa proposta. Se il secondo giocatore accetta, il denaro è suddiviso in base alla proposta del primo giocatore. Se però il secondo giocatore rifiuta, nessun giocatore riceve alcunché. L’esperienza sperimentale mostra che la proposta di dividere 9 dollari contro 1 viene rifiutata. Eppure, razionalmente parlando, qualunque cifra di denaro è meglio di nulla. Perché allora rifiutiamo il 9 a 1? Perché viene percepita talmente ingiusta come scelta che siamo disposti a rinunciare a qualcosa di nostro (il dollaro guadagnato) in nome di un bene maggiore. Questi tipi di giochi sono molto importanti per comprendere i meccanismi alla base dei comportamenti sociali”.  Anche lo stesso Pascal sosteneva che ci sono ragioni che la ragione non può comprendere. Come, forse, le regole morali di una società? 

“Quando l’emozione è completamente esclusa dal processo del ragionamento”, scrive il neuroscienziato Antonio Damasio ne L’errore di Cartesio, “come accade in alcune patologie neurologiche – caratterizzate da deficit dell’attività decisoria associate a un disturbo dell’emozione – la ragione si scopre essere ancor più difettosa di quando l’emozione si intromette nelle nostre decisioni, giocando i suoi tiri mancini”.

Le neuroimmagini hanno infatti consentito non solo di individuare la sede fisica dell’attività mentale ed emotiva nel cervello, ma hanno anche dimostrato come l’emozione rivesta un ruolo fondamentale nel processo di ragionamento.

“Quella che chiamiamo paura è un programma di azione emozionale che può consentire alla maggior parte di noi di sottrarsi prontamente ai pericoli, con un contributo scarso o nullo da parte della ragione”. In altre parole, l’emozione, nel corso dell’evoluzione, ha permesso agli esseri viventi la possibilità di agire in modo accorto senza dover pensare in modo accorto.

Damasio, infatti, attraverso lo studio di casi clinici, è giunto alla conclusione che nel cervello umano vi è una particolare area funzionale del lobo frontale, la corteccia prefrontale ventromediale e l’amigdala, la cui lesione compromette sia il ragionamento/decisione sia l’emozione/sentimento, soprattutto nella concezione di sé stessi e nelle relazioni sociali. Fece scuola il caso del paziente Elliot (così ribattezzato dal neuroscienziato portoghese). Elliot, a seguito di una rimozione di un tumore che aveva interessato i lobi frontali, mantenne intatte le parti degli stessi connesse con il movimento, il linguaggio, la memoria, le capacità di ragionamento logico, ma il suo carattere mutò radicalmente; da persona stimata ed affidabile divenne bizzarro, così inaffidabile a lavoro da essere licenziato, incapace di adottare le decisioni giuste e totalmente privo di emozioni. 

“Peraltro” – aggiunge Pietrini – “se fossimo creature di pura ragione nessuno, ad esempio, si sognerebbe di uccidere un proprio simile: soppesando infatti razionalmente i pro e i contro di una tale scelta, desisteremmo da ogni tentativo criminale. Nei reati d’impeto è evidente che chi uccide lo fa perché l’impulso ha la meglio su qualsiasi valutazione razionale”. Per questo, secondo il professore, l’inflizione di una sanzione penale non esercita la deterrenza per la quale è stata pensata, o almeno “non funziona su quelli su cui dovrebbe funzionare. La persona che non ha mai commesso crimini continua a non commetterli non perché teme la sanzione, quanto perché è un atto contrario alla morale e al generale principio di rispetto della persona umana”.

Dunque, la corteccia prefrontale gioca un ruolo chiave nella pianificazione, nel controllo delle emozioni, nell’elaborazione di strategie. Ma non è finita qui. Essa è altrettanto fondamentale per il controllo degli impulsi. Il confronto tra neuroscienze e diritto penale, in questa prospettiva, è alimentato dai risultati del filone sperimentale volto ad illustrare, mediante l’utilizzo di neuroimmagini, come sia determinante il ruolo dei lobi frontali del nostro cervello nell’attività di inibizione degli impulsi aggressivi. Ormai la letteratura pullula di esempi di persone con lesioni dell’area prefrontale che hanno manifestato modificazioni del carattere in senso antisociale o addirittura criminale. 

Dunque, superato il dogma della razionalità pura in virtù di una condizione umana di razionalità limitata, vi è un ulteriore postulato illuministico messo in crisi dalla ricerca neuroscientifica. Il concetto di libero arbitrio, inteso come piena capacità di auto-determinarsi. Il dilemma sul libero arbitrio e sulle sue ripercussioni in ambito giuridico è un dibattito che coinvolge da millenni la dottrina filosofica, teologica e giuridica, anche perché si tratta di un argomento altamente controintuitivo: ciascuno di noi pensa di essere Timoniere della propria Vita. Eppure, se convenzionalmente dovessimo individuare l’evento che ha irrimediabilmente minato tale certezza, questo senza dubbio sarebbe ravvisabile nel famoso esperimento compiuto dal neurofisiologo Benjamin Libet nel 1983. Con esso si è dimostrato sostanzialmente che l’uomo agisce qualche secondo prima di divenirne consapevole.

Da tale esperimento ne sono derivate, da un lato, posizioni radicali basate sull’illusorietà del libero arbitrio e, di conseguenza, sull’inutilità dell’istituto della responsabilità penale (che senso avrebbe infatti punire chi è determinato dal proprio cervello a delinquere?). Dall’altro lato, ne sono seguite posizioni più caute avanzanti una distinzione tra piccole e grandi decisioni: incoscienti sarebbero le decisioni da adottare nell’arco di pochi secondi, le quali al più possono essere inibite; coscienti sarebbero invece le decisioni che implicano una preliminare fase di pianificazione, come potrebbe essere la scelta dell’università, di una professione, o di commettere un delitto.

Che cosa allora intendiamo quando affermiamo che “l’uomo è libero”? Quali condizionamenti subisce l’individuo ogni volta che agisce e pensa, e in quale misura l’esistenza di essi è conciliabile con i concetti di “coscienza e volontà”?
“Di sicuro noi abbiamo una serie di istinti che sono finalizzati alla sopravvivenza e che moduliamo con la ragione” afferma Pietrini. “Proviamo fame per la medesima ragione per cui prova fame il leone. Tutti noi amiamo le cose grasse, ma se resistiamo a questo impulso è grazie alla ragione che modula l’istinto che ci indurrebbe a mangiare cibi ad alto contenuto nutrizionale che garantiscono maggiori possibilità di sopravvivenza. Avendo poi, noi umani, la capacità di riflettere, ci poniamo questioni che vanno ben oltre il soddisfacimento di necessità primarie. Pensiamo all’arte, non ha un significato evolutivo, eppure l’arte è tra le attività principali che facciamo ed è la massima espressione della nostra creatività. Forse serve a riempire un’esistenza che altrimenti sarebbe come quella della formica, con la differenza che la formica sta inconsapevole su questo pianeta finché qualcuno non la schiaccia; noi invece ci angosciamo tutta la vita sapendo che la nostra vita prima o poi terminerà.

Il nostro agire è il frutto di un delicato equilibrio tra impulso e filtro razionale.  In natura abbiamo utili modelli per comprendere come si relazionano queste due componenti: i bambini piccoli, non presentando ancora le funzioni frontali sviluppate, mancano dei freni inibitori, sicché accade che se ad un bambino non piace un cibo lo sputa; ugualmente, accade che soggetti affetti da demenza frontale compiano cose moralmente e talora giuridicamente inaccettabili”.
Un altro e diverso caso è quello dello psicopatico. La psicopatia – che comporta anch’essa una disfunzione del lobo frontale – si caratterizza per disturbi emotivi e comportamento antisociale. Chi ne è affetto sa che commettere gravi delitti è riprovato dalla società e anche vietato dai sistemi giuridici ma, essendo carente di empatia, non “sente” la gravità di comportamenti pur profondamente lesivi che, nella sua percezione, equivalgono a violazioni formali (come, ad esempio, mangiare con le mani a tavola). Pertanto, le neuroscienze hanno consentito di dimostrare come anche in quei disturbi mentali cd atipici, come psicopatie e disturbi della personalità siano evidenziabili i correlati neuronali ed anche i fattori genetici. 

“Quando poi il giudice mi chiede, in qualità di consulente tecnico, se l’imputato fosse, al momento dei fatti, capace di intendere e di volere o se questa fosse abolita o grandemente scemata e se avrebbe potuto agire diversamente…  non sempre è facile stabilire “ora per allora” le condizioni psichiche in cui si trovava l’imputato, magari a distanza di anni dai fatti avvenuti. Inoltre, nella psichiatria forense, esiste ancora un notevole grado di soggettività, conseguente anche alla mancanza di parametri oggettivi che possano essere misurati in maniera standardizzata. Questo fa sì che di fronte allo stesso caso ci siano spesso pareri contrastanti, non sostenuti da dati di fatto.
La finalità dell’apporto delle neuroscienze è conferire maggior oggettività al giudizio di imputabilità rispetto alla classica perizia psichiatrica, basata esclusivamente sul colloquio clinico, che pur rimane centrale nelle indagini peritali. 

“Siamo quindi condizionati nel nostro agire”, prosegue lo psichiatra. “Anche in assenza di patologie, tutti noi, in quanto esseri umani, siamo molto più condizionabili ed emotivi di quanto ci piaccia pensare.
C’è una interazione inscindibile tra ambiente, biologia e geni, anche se questi ultimi due fattori sono ancora guardati con sospetto”. È stato infatti scoperto che, come le variazioni genetiche sono alla base della diversità fenotipica (il colore degli occhi, per esempio), esse sono altrettanto alla base di una maggiore o minore predisposizione ad atteggiamenti aggressivi e antisociali. Attenzione però: non esiste alcun gene in grado di causare direttamente lo sviluppo di un determinato comportamento, sia esso normale o deviante, in quanto su di esso influiscono anche fattori ambientali, come un contesto familiare e sociale protettivo oppure, all’opposto, violento.

Le scoperte neuroscientifiche non ci obbligano ad un’abolizione del concetto di libero arbitrio ma piuttosto ci suggeriscono di elaborarne una versione più naturale e meno metafisica. 

“Ad oggi” – conclude Pietrini – “non possiamo misurare la capacità di autodeterminazione, come misuriamo la glicemia”. A tal proposito, le neuroscienze non scopriranno mai il correlato cerebrale della responsabilità, poiché essa non si riferisce alla dimensione dell’individuo quanto alla dimensione sociale. Ecco che le neuroscienze, con il loro bagaglio di evidenze sulla straordinaria diversità e complessità dell’uomo, pongono dinnanzi al giurista un problema “morale”: compiere la scelta tra un diritto ideale o un diritto che sia cucito a misura d’uomo. Non si può – non si deve – rimanere indifferenti. Tuttavia, bisogna tener presente il loro limite. Mai potrà raggiungersi una comprensione soddisfacente circa le modalità con cui il cervello genera la mente e il comportamento. Infatti, scrive Damasio, “il genoma umano indica in modo preciso il disegno globale del cervello; ma non tutti i circuiti si sviluppano e operano attivamente secondo impostazione dei geni. In un qualsiasi istante della vita di un individuo adulto buona parte dei circuiti del suo cervello è personale e unica”.

Ed è proprio l’unicità e la grande fragilità che ci caratterizza come uomini che dovrebbe guidare gli ordinamenti giuridici a spostare l’accento dal fatto di reato al soggetto di reato, nella consapevolezza che non esiste il fenotipo di uomo lombrosiano ineluttabilmente determinato a delinquere nei confronti del quale il motto è “buttare via la chiave”. Infatti, non solo è scientificamente acclarato che le nostre scelte sono determinate tanto da fattori biologici quanto ambientali, ma esiste anche la nostra “libertà di essere diversi” da quello che siamo, testimoniata dall’estrema plasticità cerebrale del nostro cervello. È proprio il concetto di plasticità cerebrale – come vedremo nel capitolo III – che si pone alla base delle c.d. teorie ottimiste della pena e di un nuovo modello di giustizia alternativo a quello dell’occhio per occhio dente per dente.  

Giorgia Lucchi

Nata nel 1996, laureata in Giurisprudenza all’università di Bologna con una tesi sulle ricadute delle scoperte neuroscientifiche in tema di responsabilità penale ed esecuzione della pena. Aspirante magistrato e strenua
sostenitrice dell’idea che insegnare la bellezza offre uno strumento contro l’individualismo e la rassegnazione. Quando non studia, legge di poesia e di viaggi fisici e metafisici, scorrazza per i monti e va in bici.

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