La Polonia, Salvini e le interpretazioni

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Subito dopo che il sindaco di Przemyśl, Wojciech Bakun, aveva finito di “bullizzare” Matteo Salvini a favore di telecamere, mi sono domandato: sarebbe accaduto altrettanto, se lì ci fosse stato un politico francese o tedesco, pur con lo stesso curriculum del nostro connazionale?

Ovvero: quanto ha pagato, Salvini, il fatto di essere italiano rispetto a quello di essere “semplicemente” un politico opportunista, presentatosi al confine per supportare i rifugiati malgrado le precedenti posizioni pro-Putin e quelle anti-migranti?

Va detto che Bakun, poco prima di esporre la maglietta con il volto di Putin e rinfacciare a Salvini le sue amicizie, aveva ringraziato le realtà italiane che tanto stanno facendo al confine con l’Ucraina.

“Lavoriamo attualmente con molte organizzazioni dall’Italia, abbiamo moltissimi cittadini italiani impegnati negli aiuti, vorremmo davvero ringraziare i cittadini italiani, le associazioni e le aziende che ci stanno supportando”, aveva dichiarato il Sindaco.

Il quale, nei giorni seguenti, ha ripetutamente sottolineato di aver voluto evidenziare soltanto l’opportunismo di Salvini. Né, a sentire chi era lì quel giorno, esistono dubbi sull’apprezzamento che Bakun prova davvero per il contributo dell’Italia in questa drammatica situazione.

La durezza di Bakun, riassumibile nella conclusione del suo discorso: “No respect for you, mr. Salvini”, si deve anzitutto alla scarsa simpatia (eufemismo) con cui l’intera società polacca guarda a Putin: colpire un suo sostenitore non può che attrarre i consensi di tutti in patria e di qualcuno anche fuori.

Per questo il sindaco di Przemyśl non ha badato più di tanto alle similitudini ideologiche tra raggruppamenti di nazionalisti: Kukiz ’15, di cui lui è espressione, incarna infatti un movimento euroscettico, con posizioni anti-abortiste e persino anti-migranti.

Anche dopo l’”incidente” con Salvini, Bakun è tornato a dichiarare: “Una cosa è attraversare il confine in modo selvaggio e disorganizzato, e un’altra è accogliere i rifugiati come stiamo facendo ora a Przemyśl”, insistendo sulla necessità di un muro nel nord del Paese.

Insomma, alla base del contegno del sindaco di Przemyśl c’è senz’altro il livore condiviso in Patria nei confronti di Putin, usato anche come leva politica per attrarre consenso.

Eppure, in Polonia i soldi russi li hanno presi in molti (basti pensare a quelli che finanziano Ordo Iuris, la fondazione che ha ottenuto il restringimento ulteriore della legge sull’aborto) ma le voci di Kukiz ’15 non si sono mai levate a denunciare alcunché.

Salvini è diventato la vittima ideale, per una volta, in virtù dell’immagine che gli italiani ancora scontano in Polonia, e forse non soltanto, sulla quale occorrerebbe interrogarsi seriamente. Quest’impressione si basa su elementi che antecedono il fatto di Przemyśl, così come su alcuni articoli usciti sui quotidiani polacchi subito dopo.

L’immaginario polacco più recente sugli italiani, in ambito cinematografico, si coglie a partire da pellicole come Giuseppe a Varsavia (1964) o come Odio i lunedì (1971), i cui protagonisti giungono appunto dalla Penisola. Nel primo caso, Giuseppe Santucci (interpretato da Antonio Cifariello) è un soldato spedito al fronte che si ritrova improvvisamente in Polonia dopo che il suo treno viene assaltato dai partigiani polacchi.

Sul vagone che lo condurrà a Varsavia, tra lui e le persone sul treno si svolge questo dialogo: “Italiano?”, “Sì”, risponde Giuseppe. “Hitler kaputt?”’, “Sì”, “Mussolini kaputt?”, al che Giuseppe si guarda intorno circospetto, ma poi conferma e viene coinvolto nella distribuzione di vodka e salsicce.

Il protagonista di Odio i lunedì, invece, è l’industriale Francesco Romanelli (Kazimierz Witkiewicz), che giunge a Varsavia per chiudere un affare con il ministero polacco. Le due figure hanno molti aspetti in comune: hanno enormi difficoltà con le lingue (Santucci con polacco e tedesco, Romanelli con polacco e inglese), ci sanno fare con le donne (addirittura, Romanelli viene trascinato in un’agenzia matrimoniale per essere “assegnato” a una ragazza polacca che cerca un uomo occidentale), riescono a cavarsela con furbizia in ogni circostanza.

Dopo tutti questi anni siamo riusciti ad uscire da questa visione così limitante nei nostri confronti?
A proposito della scarsa inclinazione per le lingue, Matteo Renzi è stato più volte preso in giro dalla stampa polacca: “Gli italiani non sono famosi per le loro doti linguistiche, e Matteo Renzi conferma questo stereotipo”; mentre, per quanto riguarda le donne, il richiamo al bunga bunga e a Berlusconi continua ad “abbattersi” su di noi malgrado siano ormai passati molti anni. Del resto, il cinema italiano è molto seguito in Polonia e tra le pellicole che vi hanno riscontrato più successo c’è sicuramente La grande bellezza di Sorrentino (2013), in cui corruzione e festini sono inscenati di continuo; così come Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese (2016), altro film che ha avuto un’eco enorme in Polonia, in cui tradimenti e infedeltà sono all’ordine del giorno.

Se Bakun ha voluto colpire una specificità italiana, tuttavia, questa è anzitutto la capacità di “galleggiare” in ogni situazione, o almeno provarci: la furbizia, in polacco spryt.

Nel suo libro Włosi – Życie to teatr (Italiani. La vita è un teatro) Maciej Brzowoski scrive che, in Italia, occorre appunto una buona dose di furbizia per contrapporsi all’ostilità del destino. In un’ottica di politica estera, dunque, siamo ancora percepiti come quelli del: Franza o Spagna, purché se magna del Guicciardini, laddove da nutrire – questa volta – ci sia il consenso di Salvini, o dipinti come ci dipingeva Churchill: “Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti. Il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani. Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti…”

Sebastiano Giorgi, un italiano che si è trasferito a Varsavia da alcuni anni e che attraverso il giornale che ha fondato (“Gazzetta Italia”) tenta fattivamente di modificare la nostra immagine in Polonia, all’indomani di quanto accaduto mi faceva notare che un altro elemento ha reso possibile a Bakun di rivolgersi in quel modo a Salvini, ovvero la percezione delle nostre feroci suddivisioni interne.

Un politico francese o tedesco dà sempre la sensazione di rappresentare un paese, al di là dell’ideologia del proprio raggruppamento; mentre un italiano trasmette l’idea di rappresentare soltanto il proprio schieramento, al punto che si è fatta larga l’ipotesi che sia stato proprio un italiano (un fotografo? un giornalista?) a fornire al sindaco di Przemyśl la maglietta con il volto di Putin da “rinfacciare” al nostro connazionale in trasferta.

Fino a qui le impressioni di chi ha una certa frequentazione con la Polonia e può azzardare una lettura più articolata dei fatti accaduti. Nei giorni successivi allo scontro tra Bakun e Salvini, però, sulla stampa polacca sono usciti alcuni articoli che hanno confermato tali sensazioni.

Il 9 marzo “Gazeta Wyborcza” pubblicava un approfondimento in cui l’autore, Bartosz Hlebowicz, metteva sotto esame il comportamento generale dell’Italia rispetto alla guerra, e non solo quello di uno dei suoi rappresentanti politici. Il titolo è significativo: “Condanniamo Putin, ma aveva le sue ragioni. Gli italiani sulla guerra in Ucraina“. Hlebowicz osserva come la maggior parte degli italiani condanni Putin, sì, ma la società sia divisa sulle cause della guerra e su come porre fino al conflitto. “Pesa la lunga tradizione di sfiducia verso gli americani e la NATO, nonché il sentimento verso il Partito Comunista Italiano, che era il più grande partito comunista in Europa occidentale”.

Quindi, l’autore riporta una serie ampissima di fake news da cui molti italiani si sarebbero lasciati abbindolare: “La rete italiana fa circolare informazioni come: militanti ceceni hanno trovato pacchi di dollari nell’auto della Croce Rossa in Ucraina (fake news simili vengono lanciate online nel contesto di molti conflitti in cui è coinvolta la Russia). Un’altra: che il simbolo dell’aviazione ucraina sia la croce di ferro nazista – questo fake è diffuso con entusiasmo da Francesca Donato, eurodeputata della Lega di Matteo Salvini”.

Vengono citate varie posizioni, da quella dell’ANPI a quella di Fratoianni, fino alla vaghezza della destra (più o meno estrema), e alle percentuali: il 50,2% degli italiani è contro l’invio delle armi in Ucraina, mentre il 49,8% risulta a favore; il 79% considera che l’attacco di Putin sia da condannare, ma il 33,6% sostiene che sia anche colpa degli americani e della NATO e il 9% che Putin, in fondo, avesse le “proprie ragioni”.

Più di recente, il 18 marzo, sempre a firma di Hlebowicz, “Gazeta Wyborcza” intervista Al Bano, che dice di Putin: “Ha fatto uno dei più grandi errori della sua vita. Come avrei potuto non cambiare idea su di lui?” Vengono fatte riecheggiare le dichiarazioni di un tempo del “popolare artista”, laddove si legge: “Lo incontrai per la prima volta nel 1987 a Leningrado: mi fece una grande impressione”, “Putin ha fatto molto per il suo paese. Io sto dalla sua parte: è un uomo illuminato”, e ancora: “Se si vuole mantenere il potere, talvolta occorre usare il pugno di ferro in un guanto di velluto”.

Si ricorda anche che Al Bano, unico artista straniero, nel 2017 aveva partecipato agli eventi per la ricorrenza del centenario della nascita del KGB. Per questo, e per la sua posizione riguardo alla Crimea e al Donbass (“Credo che Putin abbia ragione: la Crimea è sempre stata, e sempre sarà russa”) il cantante pugliese era stato inserito in una lista di “persone non gradite” dall’Ucraina. Quindi, si osserva il repentino cambio di atteggiamento di Al Bano nei confronti di Putin, simile a quello di Salvini, cyniczny polityk (cinico politico, così come viene definito nell’articolo), di cui pure si riportano gli elogi più recenti nei confronti dell’autocrate russo.

Insomma, alla luce di questi articoli si rafforza l’ipotesi che a Przemyśl non sia stato solamente Salvini a venire schiaffeggiato, ma lo sia stata quella parte del nostro Paese che continua ad avere un atteggiamento ambiguo, benaltrista, complottista rispetto a un evento che (per i polacchi in maniera compatta) è invece certamente da leggersi attraverso una chiave che non ammette scarti. Bakun non ha aggredito solo un personaggio politico, ma una tipologia umana di cui il nostro Paese continua – malgrado tutto – ad essere stereotipo in Polonia, e forse non soltanto.

Alessandro Ajres

Torino, 1974. E' professore a contratto di lingua polacca all'Università di Torino, dove si è laureato con una tesi sullo scrittore Gustaw Herling-Grudzinski e poi addottorato con un lavoro sull'avanguardia di Cracovia. A Torino è presidente del circolo culturale Polski Kot, che da sei anni ormai organizza in marzo il festival "Slavika" dedicato alle culture slave. Continua a occuparsi di letteratura polacca (prevalentemente) contemporanea con lavori che vanno dalla saggistica alla traduzione.

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