La trincea interiore

Lettura: 6 minuti

Alla fine dello scorso marzo, recandomi a far visita ad un amico nel minuscolo e semidisabitato paesino delle Alpi orientali in cui vivo, l’ho trovato inaspettatamente in compagnia di una corpulenta signora sui quarantanni, che disciplinatamente puliva i vetri delle finestre arrampicata su una scala. Il mio amico, dopo avermi ricevuto come si deve, tra una chiacchiera e l’altra, aveva cercato, con tono affabile, di coinvolgerla nella conversazione di cui in qualche modo doveva aver colto qualche frammento. Invano: solo qualche risposta secca, data, quasi per concessione, con un distinto accento dell’est. Sembrava schermata dietro una coltre impenetrabile, una durezza che mi ha subito ricordato altre donne dell’Europa orientale, venute in Italia sole, o con i figli, lasciandosi alle spalle chissà quali abbandoni e delusioni di uomini e famiglie del loro paese d’origine.

Anna viveva nella vallata già da qualche anno, lavorando come badante di un anziano signore, ma per qualche motivo non l’avevo mai incontrata in paese. Il mio amico diceva che anche per farla venire a casa sua qualche moto di gelosia si era rivelato nelle espressioni del suo datore di lavoro. Ovvio che per i pettegolezzi dei pochi abitanti la presenza di Anna in casa dell’anziano signore non fosse unicamente legata alla sua professione.

Dopo una mezz’oretta, ultimate le pulizie, e grazie all’invito per una birra mattutina, Anna ha finalmente deciso di sedersi con noi. Senza voler apparire intrusivo, ma con un vivido sentore di toccare questioni delicate, mi sono finalmente deciso a chiederle di dov’era.

-“Ucraina”

E forse anche grazie a quel poco alcol, la contrazione in cui era rimasta serrata fino a poco prima si è improvvisamente sciolta, lasciando il posto ad un fiotto di pensieri che probabilmente le stavano rimbalzando ossessivamente nella testa fino a poco prima.

“Sono dell’ovest però, da me niente guerra adesso. Ma cosa vuole Putin? E’ pazzo? Perché ci vuole uccidere tutti? E perché la Nato non manda i suoi eserciti? Perché non fa…come si chiama…la fly zone. Hanno paura della bomba atomica? E allora noi cosa dobbiamo fare? Farci uccidere tutti?”

E’ stato importante, per qualche istante, rimanere rispettosamente in silenzio, lasciando che il flusso interiore di Anna si andasse gradualmente a depositare nel fondo della sua anima, senza che le nostre potenziali sterili argomentazioni la disturbassero, intorbidendolo ulteriormente. Non era un talk show condito di attente analisi, un servizio giornalistico atto a smuovere l’indignazione o un post da commentare compulsivamente con toni sprezzanti. Eravamo temporaneamente disarmati rispetto all’uso stesso della parola.

Dopodiché, sentendo nel suo sguardo perso nel vuoto che c’era ancora qualcosa da far emergere, ho provato a chiederle timidamente: “ E in Ucraina c’è qualcuno della tua famiglia?”

-“Mio figlio che ha vent’anni è lì, a Leopoli. Ha perso il lavoro a causa della guerra e adesso non sa cosa fare.”

– “Non puoi farlo venire qui?”

– “No, nessun uomo tra i diciotto e i sessant’anni può uscire dal paese adesso. E’ la legge. E lui adesso vuole arruolarsi, perché non ha più soldi e non vuole che glieli dia io. E’…come si dice…orgoglioso! Ho provato, ma non posso convincerlo. Non ha scelta del resto. Ma se va in guerra lui muore come tanti altri….”

Ancora silenzio, seguito da qualche commento di conforto e da timidi tentativi di deviare il discorso verso qualcosa di più leggero, da lei repentinamente accolti, quasi a invitare i pensieri che poi l’avrebbero accompagnata sulla strada verso casa.

A noi due era rimasto il nodo -paradossale, indistricabile ed elementarmente umano- raccontato da una madre ucraina che vedeva come unica soluzione al conflitto una guerra totale, al di là delle imponderabili implicazioni, ma che allo stesso tempo, legittimamente, non voleva vedere suo figlio combattere e morire. La contraddizione era lampante, ma sincera, come spesso succede a chi, vittima reale, di fatto non può permettersi il lusso della coerenza. Il gioco narcisista dell’aspra sopraffazione dialettica, cifra stilistica della comunicazione attuale, sarebbe stato tremendamente fuori luogo, messo eticamente al bando da una trama dal sapore eschiliano.

Non so se il figlio di Anna si sia poi arruolato e sia partito per il fronte, se sia riuscito ad attraversare in qualche modo il confine, se semplicemente abbia trovato un altro lavoro o cambiato progetti. Ma qualche giorno fa, camminando per il paese bagnato dal tiepido sole primaverile, l’ho incrociata, e lei mi ha salutato sorridente. A dire il vero ho scelto, in questo periodo, di non seguire troppo assiduamente le evoluzioni belliche e diplomatiche del conflitto ucraino, ma so per certo che quel sorriso, nell’effimera “geopolitica” della valle, rimarrà un’indelebile vittoria.

Simone Mestroni

Vive e lavora in India portando avanti progetti in ambito antropologico e visuale. Tra il 2008 e il 2012 ha condotto una ricerca etnografica incentrata sulle dinamiche identitarie legate al conflitto del Kashmir. After Prayers (2018), il suo primo documentario, è stato realizzato con il contributo della Wenner Gren Foundation ed ha ricevuto diversi riconoscimenti a livello internazionale. Linee di controllo (Meltemi 2018), il suo primo libro sul conflitto del Kashmir, è stato adottato ai corsi di antropologia all'università di Torvergata e alla Bicocca di Milano. Kabristan, un lavoro fotografico sugli stessi temi, è vincitore del deeper perspective award all'IPA

Ultimi articoli

Kiosk – 2 luglio 2022

Ogni settimana, scelti dalla redazione di Q Code, una selezione di articoli della stampa internazionale che