Palestina, quando la presenza è resistenza

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Questo gennaio è più caldo del solito a Gerusalemme. Il governo di nuova formazione già consolida nuovi progetti in merito al dossier palestinese che non fa che surriscaldare ulteriormente questo inizio d’anno. Il 24 gennaio un ragazzo palestinese è stato ucciso dall’esercito israeliano durante un’irruzione nel campo di Shu’fat, nella periferia della città sacra e un altro è stato freddato ad un posto di blocco dopo un tentativo di accoltellamento ai danni di soldati israeliani, stando a quello che dicono le forze di difesa di Tel Aviv. Stamani, altri nove palestinesi sono stati uccisi e almeno una ventina sono rimasti feriti nel campo profughi di Jenin, in Cisgiordania, a seguito di un’operazione militare israeliana giustificata con fini antiterroristici.

Questi venti di tensione per ora non sembrano turbare il graduale avvio di una giornata di commerci e faccende presso la Porta di Damasco, prigioniera di una normalità obbligata in quello che è uno stato di eccezionalità permanente. Sono le 07.30 del mattino e mi trovo di fronte alla porta insieme a tre volontarie del programma EAPPI. L’Ecumenical Accompaniment Programme in Palestine and Israel è un programma creato dal Consiglio ecumenico delle Chiese e costruisce la propria azione attorno a due parole: presenza-protettiva. Che sia per i pastori della valle del Giordano, per i bambini sulla strada che vanno a scuola a Gerusalemme vecchia o ancora per chi è minacciato da ordini di demolizione della propria casa o da intimidazioni ai checkpoint, EAPPI forma e mette sul campo una trentina di “accompagnatori ecumenici” (in gergo EA, dall’acronimo inglese) chiamati per tre mesi tanto a documentare abusi e violenze da parte delle autorità israeliane nei confronti dei palestinesi quanto a disincentivare i soprusi grazie alla loro presenza. Seppur con più di un velo di amarezza, è innegabile che la presenza di osservatori internazionali si sia dimostrata un valido mezzo di dissuasione.

Sulla gradinata che conduce alla Porta di Damasco sono appunto seduto con tre ragazze: A. dalla Finlandia, I. dal Brasile e M. dalla Svezia. Tutte impegnate a vario titolo nel sociale nei rispettivi Paesi; si sono trovate in Terra Santa determinate a dare il proprio contributo all’insegna di un universalismo che abbraccia tutti i credi, incluso quello di chi fede non ha. Ogni giorno da EA ci sono mansioni diverse da svolgere ma un’attività ricorrente è il monitoraggio delle vie del quartiere musulmano della città vecchia con l’obiettivo di registrare eventuali abusi da parte delle forze israeliane per poi riportarli ad agenzie dell’Onu e grandi organizzazioni internazionali, le quali a loro volta si occpano di riferire di casi specifici alle autorità dello Stato ebraico. La Porta di Damasco è il principale accesso alla città vecchia di Gerusalemme per i palestinesi residenti tanto nella parte orientale della città quanto in Cisgiordania. A guardia della porta si trovano due torrette d’osservazione presidiate dalla polizia di frontiera israeliana; quale sia la frontiera in quel punto, difficile a dirsi. Le pratiche cui le forze di sicurezza indulgono senza motivo apparente né sostanziale – al di là di una profilazione etnica cucita sui palestinesi – sono sostanzialmente due: la richiesta di documenti di riconoscimento e la perquisizione. Nella mezz’ora trascorsa presso la Porta di Damasco la polizia di frontiera si è limitata a rimanere nei propri gabbiotti, scrutandoci dall’alto; i gilet cachi utilizzati dagli accompagnatori di EAPPI sono ben noti qui e confidiamo abbiano giocato un ruolo di dissuasione anche in quest’occasione.

La mattinata procede avviandoci verso la Via Dolorosa, la strada di Gerusalemme vecchia che la tradizione identifica con il percorso lungo il quale Gesù portò la croce verso il luogo della sua crocifissione. In corrispondenza dell’Ospizio austriaco – costruito nel 1856 come ostello per pellegrini – bastano dieci minuti per assistere a due controlli di documenti e a una perquisizione. Quanto alla prima operazione, vale la pena ricordare che i palestinesi sono sottoposti a un complesso sistema di documenti d’identità, che varia dalle “carte verdi” rilasciate ai residenti di Gaza e Cisgiordania alle “carte blu” concesse in Israele e nelle Gerusalemme Est occupata. In definitiva, a stabilire cosa spetta a chi è sempre la difesa israeliana, con buona pace di un’Autorità palestinese relegata a un ruolo per così dire marginale. Dal colore della carta dipende in toto la facoltà di movimento del detentore (sempre in estrema sintesi: il titolare di una carta verde della Cisgiordania non potrà lasciare la West Bank se non con autorizzazione israeliana, rilasciata quasi esclusivamente per motivi lavorativi. Oggetto di persecuzione, invece, questa volta è un ragazzo di una ventina d’anni. Viene fermato dalla polizia israeliana, portato dietro una transenna e poi sotto una sorta di pensilina trasparente, dove viene messo contro il muro e frugato malamente prima di essere rilasciato in maniera altrettanto brusca. Al di là del credo di ciascuno, tristemente vero suona il commento di A.: “Duemila anni fa, in quella gabbia ci sarebbe stato Gesù Cristo”.

Nur Amru: una storia di ordinaria demolizione

A causa di un’infezione curata male, lo scrittore egiziano Taha Hussein divenne cieco quando era ancora bambino. Al pari dell’autore, tra i più noti intellettuali del mondo arabo, gli occhi di Nur Amru sono coperti da un velo. Lo sguardo di questo direttore di scuola però, sa abilmente sciogliere l’oscuro intrico che avvolge la storia della sua casa, situata tra i quartieri di Wadi al-Joz e Al-Sawasna, in sella alla contesa che stringe tutta Gerusalemme come una tenaglia.

Con il nuovo gruppo di accompagnatori Ecumenical Accompaniment Programme in Palestine and Israel  (EAPPI),siamo andati a fargli visita. Quella di Nur Amru è una storia di ordinaria amministrazione da queste parti. Anzi, una storia di ordinaria demolizione. Queste ultime, infatti, sono uno strumento cui le autorità israeliane fanno ricorso spesso; si va dall’abbattimento delle abitazioni di terroristi presunti o conclamati fino alla distruzione di case palestinesi con il pretesto di irregolarità nei permessi di costruzione o nei documenti di proprietà, aree protette, pericoli di crolli. Il fine condiviso da queste azioni è il controllo della presenza palestinese, che viene estirpata da alcune aree per essere concentrata in altre nell’ottica di consolidare così una quota ebraica maggioritaria nella popolazione della sedicente capitale dello Stato di Israele.

L’abitazione di Nur Amru, dei suoi tre fratelli (anche loro non vedenti) e delle rispettive famiglie si trova all’interno di un’area che le autorità israeliane hanno intenzione di includere entro i confini del parco nazionale della Città di Davide e delle mura di Gerusalemme. Il trasferimento di un terreno sotto la tutela dell’Autorità israeliana per i parchi e la natura (INPA) non è – forse controintuitivamente – una buona notizia. Al contrario, una simile mossa implica il divieto assoluto di edificazione e può condurre a demolizioni il cui scopo precipuo non è la protezione di beni artistici e/o culturali (sovente neppure presenti in aree pretestuosamente dichiarate protette), bensì l’allontanamento della popolazione non ebraica. La vicenda di Nur Amru altro non è che il racconto di uno di questi assedi, cominciato nel 2015 con un’ingiunzione di demolizione. Una simile ordinanza produce, generalmente, due risultati: il primo vede il proprietario stesso procurarsi e pagare di tasca propria mezzi e manodopera per radere al suolo la propria abitazione. Il secondo esito possibile è la resistenza all’ingiunzione, una scelta che però quasi sempre finisce con il pagamento alle autorità israeliane dei costi della demolizione coatta cui si aggiunge una sanzione salata. Una terza opzione – purtroppo poco frequente – è che il padrone di casa riesca a far valere le proprie ragioni di fronte alla municipalità. Ebbene, Nur Amru ce l’ha fatta, presentando l’atto di proprietà del terreno su cui la casa è edificata. Ha vinto una battaglia, ma non certo la guerra.

Nel 2021, la municipalità di Gerusalemme ha intrapreso la costruzione di una nuova strada che circonda la casa di Nur Amru. Questo nuovo assetto – facendo la strada una curva in pendenza – ha reso necessario edficare un nuovo terrapieno attorno all’abitazione e quindi un nuovo muro in cemento. Tra le conseguenze immediate, la necessità di installare una scala per accedere alla strada (facile immaginarsi la facilità nella fruizione da parte di non vedenti) e il rapido allagamento dell’area quando le abbondanti piogge degli inverni gerosolimitani non hanno possibilità di defluire. Come se non bastasse, il progetto ha comportato anche la trasformazione di una strada precedentemente a doppio senso in un senso unico, costringendo a una deviazione da una via spesso chiusa in occasione delle festività. La stessa strada da cui passano, diretti verso il vicino Muro del Pianto, anche centinaia di coloni. Questi ultimi di frequente si lasciano andare a insulti e attacchi contro i residenti palestinesi del quartiere, e la situazione – secondo Nur Amru – non farà che peggiorare con il nuovo governo del primo ministro Benjamin Netanyahu, tenuto in piedi da una coalizione che abbraccia la destra più conservatrice ed estremista.

Proprio mentre stiamo parlando, dalla cucina arriva la voce di uno dei figli di Nur Amru. Nel vicino quartiere palestinese di Silwan, è stato ferito un ragazzo palestinese durante scontri con le forze israeliane, impegnate in un’operazione lanciata dopo l’uccisione di 8 coloni ebrei avvenuta a Neve Yacov, nella parte nord della Gerusalemme est occupata. In seguito – sapremo – il ragazzo morirà. Nel frattempo, lo sguardo offuscato di Nur Amru ci scruta senza vederci. “Ve l’avevo detto”, ci dice, “e andrà sempre peggio”.

“Detenuto Nabi Samwil- 1967”

Vista da Nabi Samwil, Gerusalemme è lontana, dall’altra parte della Luna. Sulla cartina geografica, il villaggio palestinese dista solo quattro chilometri dalla città sacra alle tre religioni monoteiste; alla prova dei fatti, la distanza è pressoché siderale. A raccontare a me e al nuovo gruppo di volontari EAPPI la vita (e la non-vita) quotidiana da queste parti sono Aid Barakat e sua moglie Nawal.

Nabi Samwil prende il nome dal profeta (nabi sia in arabo che in ebraico) Samuele, la cui sepoltura sarebbe collocata sotto la moschea del villaggio. Di antica fondazione, quest’ultimo è da sempre oggetto di contese territoriali sia a causa della vicinanza a Gerusalemme che per sua posizione, strategicamente rilevante, su un’altura. La storia recente di Nabi Samwil cambia drasticamente con la guerra dei Sei giorni nel 1967, quando viene inglobato nell’area sotto il controllo delle forze israeliane. L’occupazione spinge molti tra il migliaio di abitanti ad andarsene, lasciando una popolazione residua di circa duecento anime. Piani di espropriazione e costruzione di insediamenti nei dintorni da parte della forza occupante emergono immediatamente, ma troveranno attuazione solamente nel 1971 con la demolizione di una cinquantina di case da parte dei Soldati israeliani. Conseguentemente, gli abitanti di Nabi Samwil si vedono costretti a traslocare in case e strutture abbandonate dalla fuga dei loro compaesani quattro anni prima. E’ proprio allora che ha inizio un limbo che dura da oltre quarant’anni.

Dal racconto di Aid Barakat, capo dell’assemblea del villaggio, emerge chiaramente quanto kafkiana sia l’attuale situazione di Nabi Samwil. Quest’ultimo si trova nel distretto di Gerusalemme, ma non è incluso nei confini della municipalità; è in Cisgiordania, ma al di qua del muro di separazione israeliano e all’interno dell’area C che secondo gli accordi di Oslo II è sotto il controllo completo dello Stato ebraico; è circondato da terreni palestinesi, ma su gran parte di questi sono stati edificati insediamenti israeliani; insieme ai campi coltivati circostanti, nel 1995 è stato dichiarato parco nazionale, ma dentro la gabbia in cui è stato trasformato ci sono solo palestinesi mantenuti in cattività.

Di cattività e prigionia che emerge in ogni frangente della quotidianità ci parla Nawal. Il primo diritto a essere negato agli abitanti del villaggio è quello di movimento. Gerusalemme dista pochi chilometri, ma recarvisi è impossibile se non previa autorizzazione delle forze israeliane; autorizzazione rilasciata per ragioni lavorative e che – va da sé – è estremamente difficile da ottenere. La pressoché totale impossibilità di ricevere il permesso in questione riduce drasticamente le possibilità di impiego, che vanno ricercate quindi in Cisgiordania, al di là del muro. Ciò si traduce in stipendi più bassi, tempistiche di spostamento dilatate alla luce della necessità di passare dal checkpoint israeliano, impossibilità di ricorrere a trasporti pubblici, praticamente inesistenti e quindi erosione di gran parte dello stipendio nel mantenimento di mezzi privati. Le limitazioni di movimento si avvertono anche in un’azione apparentemente banale come fare la spesa. A Nabi Samwil non ci sono negozi e quindi per fare compere anche di prima necessità è necessario ripercorrere la procedura del checkpoint di cui sopra per andare al di là del muro; come se non bastasse, per portare a Nabi Samwil una quantità di merci ritenuta discrezionalmente “commerciale” da parte delle forze israeliane, è necessaria un’autorizzazione da parte di queste  altrettanto discrezionale.

Egualmente negati sono i diritti all’istruzione e alla salute. La scuola del villaggio è composta da una sola stanza dove devono essere accolti una quarantina di alunni tra i 6 e i 10 anni: per i più piccoli non c’è un asilo, per i più grandi gli spostamenti verso scuole al di fuori di Nabi Samwill sono punteggiati da perquisizioni arbitrarie condotte dalle forze israeliane. Quanto alla tutela della salute, il quadro si fa ancora più scoraggiante. Gli ospedali palestinesi di Gerusalemme sarebbero la soluzione più ovvia, ma la vicinanza rappresenta di rado una ragione sufficiente per il rilascio del permesso israeliano. necessario per raggiungerli. Visto che nel villaggio non ci sono ambulatori, bisogna puntare verso Ramallah, sperando nella disponibilità di un mezzo e nell’assenza di ingorghi al checkpoint (sempre che quest’ultimo sia aperto). Laddove poi servisse un’ambulanza, questa rischia di arrivare dalla Cisgiordania, distanza di ore dalla chiamata,  vista la necessità di un’autorizzazione da parte dell’Autorità Palestinese che a sua volta necessita del nulla osta israeliano. In tal caso, la preghiera diventa effettivamente l’unica panacea a tutti i mali, anche se nulla ha potuto contro l’infarto di un fratello di Aid Barakat, morto dopo tre ore di attesa.

La popolazione del villaggio non si arrende, però. Periodiche manifestazioni per i propri diritti vengono organizzate e prontamente represse dalle forze israeliane. In occasione di una delle ultime, vari uomini sono stati arrestati, tra cui Aid Barakat, rimasto in carcere per due settimane. Peggio è andata a uno dei suoi figli, in prigione da oltre cinque mesi. In entrambi i casi, Israele ha fatto ricorso alla cosiddetta detenzione amministrativa, un istituto giuridico che permette di trattenere in carcere cittadini palestinesi a tempo indeterminato; per generiche ragioni di sicurezza, nessuna accusa precisa viene formulata e quindi qualsiasi possibilità di una difesa e di un processo viene negata. Il già citato Kafka in salsa mediorientale, insomma. Il passaggio da Nabi Samwil a una prigione israeliana altro non è che il passaggio da una gabbia con muri invisibili ad una cella con sbarre e cemento. Nawal ne mostra la rappresentazione plastica: sulla maglietta arancione fluo – stile Guantanamo – che indossano gli abitanti del villaggio durante le proprie rivendicazioni campeggia la scritta “Detenuto Nabi Samwil – 1967”.

È arrivata l’ora di congedarci da questa coppia resistente. Giunti al bivio che ci riporta al mondo, il gruppo di EAPPI svolta a sinistra, direzione Gerusalemme. Per noi, una sterzata insignificante verso la pseudonormalità urbana. Per gli abitanti di Nabi Samwil, la virata a lungo sognata verso la città dei padri, ormai trasformata in un’utopia di pietre e di sdegno.

Alessandro Balduzzi

Laureato presso la SSLMIT di Trieste e l'Orientale di Napoli. Durante il percorso universitario, trascorre periodi di studio in Austria, Russia e Marocco. Collabora con varie testate tra cui Limes - Rivista italiana di geopolitica e attualmente è di base a Beirut, dove lavora nella cooperazione internazionale

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