Abbiamo bisogno di un giornalismo capace di smontare le trappole securitarie della destra. E che abbandoni categorie quasi lombrosiane.
Ci sono parole da abolire, ci sono anche cose certo, ma le parole hanno una caratteristica importante: utilizzate male creano immaginari che costruiscono realtà.
Per questo come Q Code Mag vogliamo lanciare una provocazione in cui crediamo: pregiudicato non è una parola che dice di una persona, ma di alcuni fatti avvenuti nel suo passato e di cui è stato responsabile.
Abbiamo diritto ad avere una vita, abbiamo diritto di sbagliare, abbiamo il diritto a non essere giudicati in base allo stigma sociale che determinate categorie, soprattutto legate alla sicurezza, ci appiccicano addosso con quella colla che tutti conosciamo, quella delle etichette che quando le togli non vanno via bene, ma lasciano tracce o superfici appiccicose.
Il caso di Abderrahim Fakir – qui potete leggere l’intervento di Sofia Nardacchione “Morire nelle mani della polizia” – è l’ennesimo esempio e ai tempi dei decreti legge sicurezza (già quattro!) e nella lunga tradizione di insabbiamenti e discredito che hanno subito tutte le vittime morte in circostanze simili; tutto ci dice che ribadire questa proposta provocatoria è cosa giusta.
Il linguaggio giuridico, che viene mutuato dal linguaggio dei media, è insidioso. Il tecnicismo non giudica di per sé, ma descrive. Chi ha avuto pendenze, processi, chi è sotto processo: tutte queste situazioni hanno un loro lessico.
Oggi dire che un uomo muore sotto due poliziotti e accostare il termine pregiudicato significa metterlo in una condizione di sospetto. Se poi ha dei problemi psicologici, peggio ancora. E chi dirama queste notizie, che sia un media o una istituzione sono strutture fatte da persone, che con grande probabilità assumono psicofarmaci, o hanno normali fasi di depressione o burn-out.
Ma c’è un noi e un loro e Abderrahim Fakir è decisamente un loro: immigrato, pregiudicato, con problemi depressivi, dicono. Dicono e aspettiamo di capire, ma intanto lo scrivono, via con l’accetta.
E allora aboliamola almeno questa parola: pregiudicato. Qualcuno o qualcuna che ha subito un processo, arrivato a sentenza definitiva.
Ma che non lo può definire come persona.
Mi ricorda il libro di stile che il mio allora direttore Piero Scaramucci, a Radio Popolare, dettava a noi giovani cronisti: no pregiudicato. No ex tossicodipendente, no convivente, meglio compagno. E tante altre parole, dove la perizia che ci chiedeva Piero era quella di dare un senso preciso alle parole e soprattutto di stare attenti, perché dalle parole con cui descriviamo le persone si influenza il giudizio di chi le sente. Una grande scuola, garantista, ma soprattutto di uguaglianza, che è quello che dovremmo essere tutti e tutte: eguali. Da quelle lezioni di giornalismo sono passati decenni e purtroppo siamo andati, non scivolati, ma proprio siamo stati portati con decisione sul terreno del securitarismo, dove le destre. – anche il centro sinistra ci ha giocato per un po’ inseguendo la ‘sicurezza’ – forgiano il vocabolario, dividendo la società fra buoni e cattivi e mettendo nei cattivi gli emarginati e gli avversari politici.
Nei giorni scorsi per Radio popolare ho intervistato il pubblico ministero dei processi per i fatti di Genova G8 e per la Diaz. Si chiama Enrico Zucca, è genovese, sobrio nelle parole, ma ribadiva un concetto che mi risuona: la polizia non è solo dei buoni, dei bravi borghesi. La polizia deve essere anche al servizio dei disperati, degli emarginati, di chi ha un problema personale e sociale. E lo ha ribadito in piazza a Bologna anche la nipote di Abderrahim Fakir, Youssra, in tutta la sua umanità: «Chi indossa una divisa ha una responsabilità enorme, enorme: quella di proteggere le persone, soprattutto quelle più vulnerabili».
Gli pseudo giornalismi dei fogliacci della destra: Libero, Il Giornale, La Verità su tutti servono a questo: a forgiare lessico che porta a immaginari che chiedono protezione, politiche di repressione e sicurezza rispetto a temi che vengono enfatizzati. I migranti, rubano donne e lavoro, gli avversari politici, facinorosi e sovversivi, i cattivi maestri, la criminalizzazione del dissenso. Il tono del vocabolario è quello del bar, i ragionamenti sono banali e spingono in una direzione che è bene sottolineare: al di là delle leggi – qualsiasi legge – c’è il buonsenso. Una bestemmia rara che ormai ha preso piede, come la dicitura del ‘popolo sovrano’ dentro una democrazia che elegge per delega e dove però una parte politica esalta che debba essere il popolo a decidere direttamente. Falso ideologico e presa in giro degli elettori, che però fanno la voce grossa, si sentono investiti di una facoltà, che a giochi fatti, non hanno.
E da quei giornali il virus si propaga in televisione, dove i commentatori dei fogliacci sono presentissimi e dettano il dibattito: stessa tecnica, quella del discredito utilizzando qualsiasi categoria utile, alleati di Lombroso e pronti a usarlo ove sia utile.
Aboliamo la parola pregiudicato: significa provocare una reazione di indignazione rispetto alle nostre intelligenze, significa invitare anche gli Ordini preposti a intervenire sul giornalismo se necessario e la politica, anche nei Palazzi più alti, a prendere posizione. Perché le parole poi si fermano nelle teste e lavorano, e scavano giorno dopo giorno, fra i Cruciani, i Vannacci, i Salvini, i giornali di destra e le arringhe alla tv. Ripartiamo qui, riprendiamoci anche un vocabolario sobrio di rispetto per tutti e per tutte. Ci guadagnerebbe la tanto citata democrazia.