Produci Consuma Crepa

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In un’immagine iconica, il Charlie Chaplin di Tempi Moderni veniva fagocitato dalla catena di montaggio, ma rispondeva sorridendo, giocando con i colleghi, sbeffeggiando i padroni. Nel tempo presente, che così moderno non è, il simbolo che ci restituisce le storture delle nostre vite potrebbe essere la ruota del criceto: una gabbia di frenesia in cui ogni giro è uguale al precedente, senza margine di cambiamento.

Ma chi l’ha detto che dobbiamo vivere così? Questa è la sfida che lancia Angelo Miotto, giornalista, documentarista radiofonico, fondatore e direttore di Q Code Mag insieme a Christian Elia. Produci Consuma Crepa (edizioni Altraeconomia) è uno schiaffo in faccia per risvegliarci dal doloroso torpore dell’esistente sin dalla copertina: un uomo e una donna ben vestiti che corrono a farsi stritolare dagli ingranaggi della macchina capitalista. Uno scossone fastidioso come il testo della canzone cui si ispira, Morire dei CCCP – Fedeli alla Linea.

Il capitalismo è intrinsecamente ingiusto, instabile, conflittuale. Lo diceva Karl Marx (ma sono elementi teorici che ritroviamo nel pensiero precedente e coevo al filosofo di Treviri), lo si diceva anche durante i cosiddetti “Trenta Gloriosi” (1945-1973), i decenni di crescita sostenuta e riduzione di povertà e disuguaglianze. Dovremmo dirlo anche ora, specialmente nel mezzo di una crisi globale che interessa ogni aspetto delle nostre esistenze: l’accesso al cibo e alla casa, il carovita, le guerre, la salute, il clima e l’ambiente. In un tempo che richiederebbe grandi idee, tanta immaginazione e creatività e molteplici connessioni umane, ci sentiamo fragili e isolatə nelle nostre quotidianità, così veloci da rendere difficile porci le domande, figuriamoci fermarci per costruire delle risposte. Nemmeno l’immobilità forzata degli anni del COVID-19 ha portato a un cambiamento di rotta.

Il libro di Angelo Miotto arriva a fermare la ruota dell’ingranaggio, indagando l’esistente nelle sue spietate contraddizioni. L’autore fa tantissime domande, per tracciare una mappa concettuale che serva da lente di lettura a chi sa che le cose non vanno bene – un po’ come l’ovosodo dell’omonimo film, non va né su né giù, però è lì – senza trovare la scatola adatta per inserire i propri pensieri. Produci Consuma Crepa potrebbe essere letto con il ritmo del documentario “di viaggio”, in cui una voce narrante riflette, si incuriosisce, discute tra un tema e l’altro con intellettuali ed esperti: sociologə, storicə, filosofə, antropologə, urbanistə, etc., una polifonia di contributi che invitano alla curiosità e alla presa di consapevolezza che nessuna disciplina basta a sé stessa, ma deve sempre dialogare con altre prospettive e altri metodi di ricerca.

La scelta stessa degli argomenti è un pregio di questo volumetto di 128 pagine. Si parla ovviamente di lavoro e di istruzione, due dimensioni sociali profondamente plasmate dal capitalismo neoliberale. La flessibilità diventa precarietà esistenziale e la conoscenza si riduce a un confuso agglomerato di “competenze” che ci trasformano in fattori di produzione subordinati e in competizione, mentre la dimensione del “cittadino” (locale, nazionale, del mondo) è cancellata perché non mercificabile e monetizzabile. Siamo fattori di produzione e consumo, fino all’esaurimento. Si discute però anche di città e diritto alla casa, di mondo – dovremmo dire mercato? – dell’informazione e di piattaforme digitali, sempre offrendo bussole, invitando al ragionamento e, auspicabilmente, alla prosecuzione dello stesso oltre la lettura del libro.

Interessante è anche l’attenzione del libro alle questioni generazionali. Se siamo diventati una società in cui tutto è mercato e in cui tutto si ripete in un eterno presente (si pensi anche al ruolo delle tecnologie e degli algoritmi: ottimizzando in continuazione sulla base di ciò che è o è stato, restringono lo spazio della sperimentazione e della deviazione dall’esistente), che eredità di lotte e idee lasciamo a chi verrà dopo di noi? Senza alcuna pretesa di superiorità di una generazione sull’altra, lasciando che la Storia venga cancellata permettiamo al capitalismo neoliberale di disinnescare la resistenza a esso. E ancora, il tempo – che ci piaccia o meno – passa, mutiamo e invecchiamo: che mondo intendiamo offrire a chi si è consumato fino a non essere più utilizzabile come fattore di produzione? Ciò che il capitalismo neoliberale contemporaneo ci fa trascurare è che i meriti e gli sforzi che inseguiamo ogni giorno non ci proteggeranno dall’essere scartatə quando sarà il nostro turno. A questo serve una cultura dei diritti condivisa, a non lasciare nessuno indietro.

Guardando alle sue figlie così come ai suoi genitori, l’autore intreccia un percorso di riflessione che fa di questo libro non solo un oggetto di lettura, ma anche di dialogo collettivo. Produci Consuma Crepa si legge, ma va soprattutto discusso. Insieme. Il volume si conclude con un’importante intervista a Vandana Shiva e la metafora dello spargimento dei “semi della cura” come risposta al tempo presente. Metafora che riprende l’intento e lo spirito di un altro libro di Angelo Miotto per Altraeconomia, 2001-2021 Genova per chi non c’era. L’eredità del G8: il seme sotto la neve.

La formazione politica e teorica a cavallo tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila, molto più elaborata e complessa di quanto i cliché contemporanei restituiscano, è ben evidente nell’autore, nella sua intenzione di tenere memoria per fare costantemente rete e raccordo con esperienze e generazioni diverse. Una rete in cui nessuno scalza nessuno, animata da quella rabbia bella che solo l’amore per il giusto sa generare.

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