Chi sono le pescatrici che da decenni solcano i mari spagnoli e italiani? Quanti stereotipi sociali abbattono e verso verso quali futuri navigano insieme a noi? Con Il sale di Penelope, il reportage in forma di podcast selezionato a Festivaletteratura 2021 dalle giurie dei pitching di Meglio di un romanzo per essere sviluppato a puntate sul sito del Festival e su Q Code Magazine, le autrici Ilaria Potenza e Paula Blanco ci guidano attraverso il Mediterraneo alla scoperta delle loro voci. Nella prima e nella seconda puntata abbiamo ascoltato la redeira galiziana María Ángeles e le pescatrici siciliane della famiglia Donato; in questo terzo episodio facciamo rotta a Gandía, nella Comunità Valenzana, ed esploriamo per bocca di Carmen Argudo la non facile condizione delle lavoratrici europee nel settore ittico, la bassissima percentuale di donne impiegate rispetto al resto del pianeta, l’onnipresente minaccia dell’inquinamento.

PESCARE IN EUROPA
di Ilaria Potenza e Paula Blanco

Ascolta “3. Pescare in Europa” su Spreaker.

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Parlare di Europa nel mondo della pesca significa tuffarsi in acque turbolente. Carmen Argudo, una pescatrice di Gandía, una città marinara vicino a Valencia, non è l’unica pescatrice a segnalare la mancanza di coordinamento tra le politiche europee e la vita quotidiana delle lavoratrici. Dal suo punto di vista l’Ue non ha idea di cosa sia la pesca a conduzione familiare. Per spiegare ciò che intende, Carmen ci racconta la sua storia di armatrice di due navi, un percorso che inizia a Castilla La Mancha, un villaggio senza mare, e finisce pescando polpo come vicepresidente della cooperativa dei pescatori di Gandía e rappresentante del gruppo femminile della Federazione Nazionale dei Pescatori. Eppure al di là del suo amore per le onde, è pessimista quando si discute di un possibile passaggio generazionale in questo mestiere.

I dati sulle donne pescatrici sono in effetti preoccupanti. Specialmente in Italia, dove il numero di donne ufficialmente impiegate nel settore della pesca è ancora più basso rispetto all’Unione Europea: sappiamo infatti che solo l’1,5% degli impiegati in ambito ittico sono donne. Se allarghiamo invece la stima a livello mondiale, dei 120 milioni di persone che si guadagnano da vivere direttamente da questo mestiere, il 47% sono donne. Il punto è che la maggior parte di loro non riceve uno stipendio adeguato.

La Commissione europea ha messo a punto lo strumento economico Next Generation EU, del valore di più di 800 miliardi di euro, per sostenere il recupero degli stati membri dopo la pandemia. La maggior parte di questo finanziamento è costituita dal Recovery Resilience Facility, dove gioca un ruolo fondamentale l’integrazione della parità di genere nei piani nazionali dei paesi comunitari. L’obiettivo è utilizzare questo strumento per rilanciare l’occupazione femminile, facilitare l’accesso delle donne a percorsi formativi adeguati ed eliminare il divario di genere nelle condizioni lavorative, inclusi i salari. E questo riguarda anche la pesca, per quanto le lavoratrici spiegano di non aver ancora ricevuto aiuti concreti.

Eppure, oltre a fare il proprio mestiere, le donne pescatrici sono dei veri e propri angeli custodi del mare: raccolgono e riciclano le reti abbandonate, per esempio, “pescano” sacchetti di plastica e lattine, proteggendo così i fondali e le spiagge. Insomma, alle difficoltà del proprio lavoro si aggiungono i problemi legati all’ambiente riguardanti l’inquinamento e il cambiamento climatico. E anche se vengono ascoltate e coinvolte dalle istituzioni europee, la sensazione è che la voce delle pescatrici non sia ancora del tutto ascoltata.