Delle geografie del ricordo

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“Gran parte della mia famiglia è seppellita sotto l’Ikea”. Celina Armija ha diciannove anni, è una watercolor tattoo artist,  una tecnica di tatuaggio nativa il cui nome letteralmente significa acquerello, si riferisce all’effetto che i colori mantengono sulla pelle. È una discendente della tribù degli Ohlone, i suoi antenati occupavano quella parte della Bay Area che oggi è Oakland, California.

“Se sei cresciuto nella stessa area dove sono vissuti i tuoi genitori, i tuoi nonni, è probabile che tu abbia visto scomparire il vecchio cafè dove tuo padre e tua madre si sono incontrati, o sentito le storie di quell’angolo di piazza dove ora c’è uno Starbucks e dove la nonna usava andare a fare il bucato. I nativi americani hanno storie non dissimili, ma vecchie di generazioni. Qui, dove ora sorge il centro commerciale di Emeryville c’era un cumulo di terra e ossa alto decine di metri. Un luogo sacro. Un cimitero. Poco più in là scorre il torrente Temescal, ad est del nostro territorio di pesca. Temescal ora è il nome di un quartiere hipster di Oakland. Viviamo in città che ci hanno dimenticato, che portano i nostri nomi ad ogni incrocio finché quei nomi non perdono di significato. Ciò che cambia rispetto al negozietto chiuso della tua infanzia, è che puoi abbattere un cafè, ma non puoi spostare i fiumi, le valli, le montagne. Un’altra cosa che cambia è che quando chiude il tuo bar preferito nessuno ti manda in un altro stato per cancellare la memoria di quel bar, del nome del bar, dell’esistenza di ogni altro bar”.

Celina sta parlando delle boarding schoolresidential school in Canada. Fra il diciannovesimo ed il ventesimo secolo, il governo degli Stati Uniti ha finanziato oltre 350 di questi collegi, quasi sempre religiosi. Nel senso di cristiani.

I figli dei nativi venivano deportati e de-programmati. Le violenze fisiche, gli abusi – anche sessuali – all’ordine del giorno. La loro lingua proibita, pena le botte. Centinaia i minori la cui scomparsa non è mai stata investigata.

“Era un programma di integrazione forzata che puntava a cancellare la nostra cultura e con essa la nostra stessa esistenza come popolo. E si tende a parlarne come un episodio del passato, ma le ultime scuole di questo tipo hanno chiuso solo nel 2007.”

Celine è qui come ogni Pasqua per protestare per la costruzione del centro commerciale, per informare i clienti di cosa rappresenta per loro quel luogo. Ci sono con lei oltre novemila rappresentanti della nazione indiana nordamericana.

Un rito che si consuma due volte all’anno, Pasqua e black friday, dopo il Giorno del Ringraziamento. Due giornate che tradizioni ben più recenti hanno consacrato allo shopping e alle svendite.

“Qui c’era il più grande shellmound della zona, uno di 425” – racconta Reyna, arrivata dal Nord Dakota per aggiungere la sua voce alla protesta. Una vita da attivista nomade la sua, ogni settimana uno stato ed una causa diversi. “Era qui fino al ‘99. Non il 1799. Non il 1899. Lo hanno raso al suolo poco più di vent’anni fa”. Gli shellmount – letteralmente mucchi di conchiglie – sono colline artificiali composte da terra, rifiuti organici, scarti della caccia. Quando accade vicino al mare, la prevalenza dei gusci dei molluschi è evidente. Da qui il nome. Quando la città di Oakland, negli anni Novanta, ha presentato un progetto per la costruzione del centro commerciale, la protesta dei nativi è diventata un caso nazionale. Nuovi ritrovamenti archeologici durante gli scavi hanno causato un’ondata di indignazione che sembrava inarrestabile e nel marzo del 1999 tutto si è fermato. “Vittoria!” Migliaia di nativi giunti da tutto il nordamerica sono tornati a casa con la sensazione di avercela fatta. “Durante l’estate – ricorda Reyna – in due notti tutto è svanito. Il giorno dopo sono iniziati i lavori del cantiere. Quel che rimane oggi è una targa. Ed un museo archeologico largo una stanza nel centro commerciale. Si è valutato che una volta svanito l’oggetto della protesta sarebbe svanita anche la volontà di protestare. Così è stato”.

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