Il Grande Re. La memoria dell’acqua

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Con Il Grande Re di Cecilia Fasciani, il lavoro inedito scelto nel 2022 dalle giurie dei pitching di Meglio di un romanzo per essere sviluppato sul sito di Festivaletteratura e sulla rivista Q Code Magazine, navigheremo lungo il corso del Po fino alla tarda primavera del 2023, attraversando quattro regioni italiane alla scoperta delle realtà che vivono oggi sugli argini del grande fiume. Sarà un viaggio in cinque puntate, dalle terre alte al delta, tra memorie d’acqua, crisi ambientali e storie di adattamento. Nel primo e nel secondo episodio abbiamo scoperto due comunità scientifiche ai piedi delle Alpi occidentali e nella pianura piacentina; nella terza puntata ci spostiamo tra l’Emilia e la Lombardia alla scoperta del Museo della Seconda Guerra Mondiale del Fiume Po di Felonica, in un territorio dove le periodiche secche del Grande Re, sempre più drammatiche, lasciano affiorare elementi del passato e memorie cadute nell’oblio, come quella del mitragliere Johnny Hunt e del passaggio dell’esercito angloamericano alla fine del Secondo conflitto mondiale.

LA MEMORIA DELL’ACQUA
di Cecilia Fasciani

Tra gli oggetti che sono stati ritrovati a seguito di scavi effettuati poco più di dieci anni fa nella zona di Copparo, nel ferrarese, ci sono un anello con incise all’interno le parole “Chris with love”, e un orologio con intagliato il nome di H.J.HUNT. Quando Johnny Hunt muore a bordo del bombardiere leggero Douglas A20-K Boston Mark V delle forze angloamericane per una missione con bombe a grappolo nella zona di Taglio di Po, il 21 aprile 1945, aveva solamente vent’anni. Decollato dal campo di volo di Forlì alle 20:54, con ogni probabilità stava sorvolando il corso del fiume Po verso ovest quando il velivolo viene colpito dalle batterie contraeree della Luftwaffe tedesca. John Penboss Hunt, australiano, era il mitragliere; Alexander Thomas Bostock l’operatore radio; David Millard Perkins il navigatore e David Kennedy Raikes il pilota.

Nessuno di loro aveva più di ventuno anni.Nel Dopoguerra le indagini effettuate non portano a rintracciare alcuna sepoltura corrispondente all’equipaggio del Douglas A-20K: nel 1949 i soldati vengono registrati come dispersi. La loro storia rimarrà nell’oblio fino al 2011 quando, a seguito di una testimonianza suffragata dal rinvenimento in superficie di diversi piccoli frammenti di alluminio, lo scavo viene portato a termine grazie all’intervento del North Apennines Po Valley Park, rappresentato nell’occasione dal Museo della Seconda Guerra Mondiale del Fiume Po di Felonica e da Gotica Toscana Onlus di Scarperia. Dal dossier conservato nei National Archives of Australia risulta che J.P. Hunt si arruolò quando era ancora minorenne, mentendo sulla sua età anagrafica utilizzando i documenti del fratello che, alla partenza, gli regalò il suo orologio. Prima di arrivare in Italia aveva già combattuto a Tobruk, a El Alamein, in Siria. “Quando siamo in volo sono sicuro che da parte sua è sempre tutto sotto controllo. È una grande persona, di quelle che vorresti avere vicino nei momenti critici. […] Sono contento di essere in questo gruppo, apprezzare le cose e guardare al futuro”: sono le parole con cui lo descrive il suo compagno David Kennedy Raikes, giovane studente di Oxford, poeta e scrittore alla sua età già molto apprezzato. Nel libro pubblicato postumo nel 1954, The poems of David Raikes, si trova il ritratto dell’equipaggio.

“Chi costruì Tebe dalle sette porte?

Nei libri ci sono i nomi dei re.

Sono stati i re a trascinarli i blocchi di pietra? […]

Dove andarono la sera che fu finita la Grande Muraglia

i muratori? […]

Il giovane Alessandro conquistò l’India.

Lui solo?

Cesare battè i Galli.

Non aveva neanche un cuoco, con sé?

Filippo di Spagna pianse quando la sua flotta

affondò. Ma non pianse nessun altro?”

Sono queste le domande che si poneva Bertolt Brecht nel 1935 in Domande di un lettore operaio. Qualche anno dopo, anche lui si ritrovò spinto dalla corrente della grande Storia, esule in Danimarca, Finlandia, Svezia, Stati Uniti, per poi tornare a Berlino Est. Il 17 luglio 2013 a Felonica viene organizzata la Cerimonia a cui partecipano i familiari dei ragazzi precipitati quel 21 aprile, insieme ai volontari del Museo, alle istituzioni locali e ai comandanti delle forze inglesi e australiane. Il giorno dopo, le spoglie vengono portate in un’unica bara al Commonwealth War Cemetery di Padova, dove finalmente quattro lapidi di marmo riportano il loro nome. Ma una persona mancava all’appello quel giorno: il fratello di Johnny, Harold James, morto nell’ottobre 2010, poco prima del ritrovamento dell’aereo, e il suo corpo cremato. Nel 2014, i familiari rimasti sono tornati dall’Australia per portare le ceneri sulla tomba del fratello minore. Finalmente si sono ritrovati.

“Diciamo che il museo fin da subito ha affiancato all’attività espositiva, l’attività di ricerca, che va dalla ricerca di documenti, filmati, fotografie, documenti cartacei nei maggiori archivi mondiali, ma anche di ricerca dei dispersi. Questo è un aspetto che ci contraddistingue fin dall’inizio, da quando esiste il museo”: Simone Guidorzi è il direttore del Museo della Seconda Guerra Mondiale del Fiume Po, di cui si prende cura insieme agli altri volontari che mettono a servizio il loro tempo e le loro competenze per raccogliere e tramandare questa memoria. “Teniamo conto che il territorio di pianura della Pianura Padana è un territorio fortemente antropizzato, quindi passato al setaccio con le coltivazioni, con le edificazioni. Da quando esiste il Museo, abbiamo già trovato undici dispersi ai quali abbiamo dato una degna sepoltura. Abbiamo soprattutto chiuso dei capitoli, purtroppo per molti troppo tardi. I genitori sono sicuramente coloro che volevano conoscere che fine aveva fatto il proprio figlio, e alcuni sono scomparsi prima della riscoperta di questi soldati che sono morti per motivi diversi, i loro corpi celati alla storia. È l’esempio dell’equipaggio dei quattro ragazzi, che in questo caso si può veramente dire perché il più anziano era il pilota ventunenne, gli altri tre erano tutti ventenni. Equipaggio britannico con tre inglesi e un australiano”.

Una delle attività di ricerca sicuramente più impegnative è quella nella regione di Kirov, a circa 1.000 km a est di Mosca. Secondo dati recenti, raccolti dalla documentazione presente negli archivi russi, all’interno del generale tragico bilancio della campagna di Russia tra il luglio del 1941 e il marzo 1943, 70.000 soldati italiani vennero fatti prigionieri. Tra il 1945 e il 1954 solamente in 10.030 fecero ritorno dai 400 campi di prigionia disseminati in Russia. Da allora, ci sono 60.000 soldati di cui si sono perse le tracce. Il viaggio per tornare indietro dal fronte è sfiancante, soprattutto dopo tanti mesi di guerra, e in molti muoiono per il freddo, per la mancanza di cibo o per altre malattie. Quelli che non ce la fanno vengono spostati dai loro compagni negli ultimi vagoni dei convogli ferroviari. Nei pressi del villaggio di Shikhovo, appena fuori la città di Kirov, quando i treni si fermano i morti vengono scaricati vicino la ferrovia. Le fosse dove vengono sepolti sono realizzate utilizzando degli esplosivi. Solo nel settembre del 2016 cominceranno i saggi di scavo per riesumare e analizzare i resti. “Abbiamo fatto delle spedizioni come volontari, ognuno ha pagato le proprie spese mentre i musei hanno fronteggiato quelle sul campo di ricerca nella Russia centrale per gli scavi delle Fosse di Kirov, affiancati dagli archeologi russi, con la riesumazione di quasi 1700 salme di ungheresi, italiani e tedeschi, la maggior parte di questi senza piastrina di riconoscimento, ma a cui comunque si è data degna sepoltura nel cimitero di Falonky in Russia. Ma per dodici di questi italiani è stato possibile il rimpatrio, e per due di questi addirittura il ritorno al paese natale, quindi sicuramente uno sforzo che ha avuto una soddisfazione grande nel vedere soprattutto i parenti per cui un dramma familiare finalmente si chiudeva con la restituzione del corpo del congiunto”.

A seguito della legge quadro del 2004, tutto ciò che ha più di settant’anni si annovera come di pertinenza della Soprintendenza: “questa è una novità per gli archeologi di scavare elementi della Seconda Guerra Mondiale, e quindi di storia contemporanea, lavorare per il riconoscimento dei vari cimeli. Noi andiamo ad affiancare gli archeologi in questa operazione, c’è questa sinergia importante che ha portato a scavi molto validi”. Come il recupero del semicingolato a Sermide, a pochi chilometri da qui, per il quale si è portato avanti uno scavo in tutto e per tutto archeologico. È un’archeologia chiamata “di guerra”, dalla Prima alla Seconda guerra mondiale “portiamo avanti questo tipo di ricerca di postazioni, di trincee, anche di sepolture, che per gli archeologi è una vera e propria novità”.

C’è una foto in particolare che attira l’occhio di chi entra per la prima volta nel Museo della Seconda Guerra Mondiale del Fiume Po, a Felonica, situato a pochi passi dal grande fiume: è posta dietro i resti del semicingolato tedesco recuperati lo scorso anno nella zona di Sermide, e ritrae soldati angloamericani sulla sponda sud del Po prima dell’attraversamento nella notte tra il 24 e il 25 aprile, in prossimità della zona dove oggi sorge il museo. Si può notare come il letto del fiume sia molto stretto, i soldati sono adagiati sulla sabbia che ricopre una grande porzione dell’alveo. “Nell’aprile del 1945 c’era una siccità molto simile a quella che stiamo vivendo oggi, e il ritrovamento delle 7 tonnellate di cingolato che siamo riusciti ad estrarre lo scorso maggio lo dimostrano. Il livello delle acque doveva essere più o meno simile a quello che c’è oggi”. Per Siegfried Kracauer, filosofo tedesco vissuto tra la fine dell’Ottocento e i primi sessant’anni del Novecento, il cinema e la fotografia rappresentano l’unico tipo di arte che riesce a mantenere un rapporto privilegiato con la realtà materiale proprio in virtù della propria procedura creativa, che permette di portarla, come tale, a visibilità. Da qui, secondo Kracauer, deriva l’affinità elettiva per la conoscenza del mondo naturale colto nella sua immediatezza (Teoria del film di Siegfried Kracauer in «Teoria del cinema», a cura di Miriam Bratu Hansen, da Cue Press). Guardando quella foto, all’interno del contesto in cui è stata esposta, si ha l’idea che possa assumere davvero questo ruolo.

Nel Museo ci sono diverse sale, disposte su un unico piano, piene di oggetti di qualsiasi tipo, schiscette, tazze per il tè, diari, lettere, divise, elmetti riutilizzati come secchi e scaldaletto dai contadini della zona, volantini di propaganda, spazzolini, rasoi, barche d’assalto, lamette, orologi, borracce, apribottiglie, gavette, armi, motori. Gomme da masticare americane cicles, come si chiamano ancora oggi tra Bologna e Ferrara, giornali risalenti al maggio 1945. Dei preservativi americani, che avevano una colorazione gialla o dorata, e per questo venivano chiamati gold: “gold one!”, esclamavano, quando ne davano uno ai civili. In queste zone il preservativo si chiama ancora con un italianizzato “goldone”. È un luogo che cerca di raccontare la microstoria, per quanto sembri difficile all’interno di un evento a cui si tende a pensare unicamente in termini di schieramenti, di grandi battaglie, di prove di grande coraggio, di tattica militare e scaltrezza politica. “È stata più un’esigenza quella di avere questo museo: circa vent’anni fa ci siamo accorti che stavamo perdendo una memoria storica che da noi era veramente diffusa e aveva soprattutto modificato tantissimo la società. Il passaggio del fronte è stato per noi un evento veramente importante da un punto di vista sociale e non solo militare, ed è rimasto indelebile negli occhi di chi l’ha vissuto. E queste persone, appunto, stavano venendo a mancare.

Quindi abbiamo iniziato un po’ con una raccolta di interviste. Successivamente, da queste interviste ci siamo accorti che nelle case, nelle campagne vi erano ancora tantissimi cimeli. Ed ecco l’idea di un museo, partito più come una mostra. Successivamente è stato riconosciuto dalla Regione Lombardia”. I volontari del Museo spiegano che questo posto racconta una storia non scritta sui libri, legata a doppio filo con i Comitati di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia, che insorsero il 25 aprile. “Però non ci siamo mai chiesti il perché siano insorti proprio quel giorno: il fatto è strettamente legato al fiume Po, perché i Comitati di Liberazione dell’Alta Italia, cioè quelli che stavano a nord del fiume Po, sono insorti solo quando gli angloamericani si trovavano ben attestati sulla sponda settentrionale del fiume Po. L’ultimo attraversamento, o comunque l’attraversamento totale lungo tutta la linea, è avvenuto nella notte tra il 24 e il 25: ed ecco che il 25 vi è l’insurrezione dei Comitati”. Quindi abbiamo un evento di insurrezione fondamentale per la storia di questo Paese, ricordato tutti gli anni come Festa di Liberazione, “ma scaturito da un evento che rischiava di essere dimenticato. Ed ecco l’esigenza di un museo”. La domanda spontanea che potrebbe farsi chiunque arriva in questo territorio, per molti versi sperduto, fuori mano, è perché questa esigenza sia nata proprio a Felonica. “Perché il grosso del ripiegamento tedesco ha toccato proprio questi territori.

La maggior parte dei reparti tedeschi si era incuneata fra il fiume Secchia e il fiume Panaro perché aveva una maggiore protezione per diversi motivi. Il Secchia e il Panaro quasi si congiungono nella zona di Bomporto: dopo essersi ritirati e dopo aver attraversato il Panaro, i tedeschi avrebbero fatto saltare i ponti, avrebbero avuto più tempo per attraversare il grande fiume. Inoltre era una zona che aveva una sistemazione agraria molto particolare, quella della piantata: non erano altro che filari di alberi che costeggiavano i campi nei quali vi era la vite maritata, e vi era in quel momento l’esigenza dei tedeschi di celare i veicoli durante le ore del giorno alla caccia degli aerei angloamericani, e quindi questo territorio ben si prestava a questa operazione”. Non da ultimo, il fattore della via del Brennero: “se prendiamo praticamente tutta la linea del fronte che partiva dal Senia e arrivava fino all’Appennino modenese e reggiano, per ritornare nella madrepatria vi era la via del Brennero, che era chiaramente quella prediletta”. Quindi questa fetta di territorio era diventata un imbuto, le forze tedesche andarono a confluire proprio in questo settore dell’asta del fiume Po. “È stato il punto di congiunzione tra le due armate tedesche, la 14ª e la 10ª, e tra le due armate angloamericane, l’8ª armata britannica e la 5ª armata americana. Quindi anche da un punto di vista strettamente militare era un punto nevralgico”.

Peraltro il fiume Po già nell’estate del 1944 rappresentava un obiettivo militare: il 12 settembre scatta l’operazione Mallory Major, con lo scopo di distruggere mediante bombardamento diurno tutti i ponti stradali e ferroviari sul fiume Po, per poi proseguire su più ampia scala. Gli aerei bombardieri medi che decollano dalla costa orientale della Corsica vanno a colpire in quindici, venti giorni tutti i ponti sul fiume Po, sia quelli in muratura che quelli flottanti. “Diciamo che è stato tipico della difesa tedesca in Italia sfruttare il territorio, quindi una volta che dalla Calabria fino all’Appennino settentrionale hanno sfruttato le montagne, in Pianura Padana gli rimaneva un’unica possibilità, quella di sfruttare il fiume”. Un’altra foto che colpisce è quella dei paracadutisti italiani in fila per salire su un Douglas C-47 Dakota dall’aeroporto di Rosignano, in partenza per l’Operazione Herring.

Uno di loro ha la testa china sul giubbotto, cerca probabilmente di aggiustare le cinghie che reggevano lo zaino del paracadute. È l’unico di cui si può scorgere il volto, gli altri sono già rivolti verso la porta dell’aereo. C’è un altro soldato che tiene la scaletta all’ingresso: saluta i suoi compagni che vanno incontro a una missione di aviolancio per creare scompiglio tra le forze germaniche in ripiegamento, cercando di attaccarli in prossimità di vari snodi per un periodo stimato di 36 ore, per poi mimetizzarsi in attesa dell’arrivo angloamericano. Conoscendo la difficoltà dell’operazione, è lecito chiedersi cosa stesse pensando quel soldato in quel momento di non ritorno mentre svolgeva un gesto così naturale come stringere le cinghie dello zaino che aveva a tracolla. I velivoli statunitensi lanciarono 226 paracadutisti italiani, che furono costretti a marce estenuanti per ritrovare i loro compagni, mentre molte squadre non atterrarono sugli obiettivi previsti a causa della contraerea nemica. L’Operazione Herring si svolse dal 20 al 23 aprile 1945, fu l’ultimo aviolancio di tutta la Seconda Guerra Mondiale.

I volontari hanno diverse competenze e arrivano al Museo attraverso percorsi differenti, eppure quando parlano tra loro sugli eventi passati, sul lavoro che svolgono, si percepisce immediatamente in tutti loro una consapevolezza e una certa dedizione alle storie degli altri, alle storie di questo territorio, senza tralasciare la dimensione emozionale che questo comporta. “Noi diamo un’importanza enorme all’aspetto intimo, del civile, della storia personale del soldato. Ma soprattutto l’anima di queste persone che si sono trovate coinvolte in qualche cosa di veramente più grande di loro, quindi intervistando i soldati, reduci americani, reduci inglesi, reduci tedeschi, reduci italiani, ci siamo accorti che in quei momenti esisteva qualcuno che voleva portare a casa la pelle. Ragazzi di allora che avevano paure e sentimenti legati a quei momenti frenetici e anche di terrore che hanno vissuto. Quindi c’è anche un aspetto emozionale, molto, molto forte in queste interviste, che emerge da tutte le parti.

E questo è un aspetto che curiamo molto come museo”. Delle storie, dei soldati e delle persone provenienti da ogni angolo del mondo, che per un periodo di tempo relativamente breve si sono concentrate in questo lembo di territorio tra l’Emilia Romagna e la Lombardia. Brasiliani, pakistani, sudafricani, ebrei, palestinesi, brasiliani, nepalesi, indiani, australiani, scozzesi, neozelandesi. Soprattutto la composizione delle forze armate degli alleati era per varie ragioni particolarmente variegata: “in particolare i britannici impiegarono in Italia tutte quelle forze armate degli stati del Commonwealth che si trovavano a sud, per una questione di trasporto delle truppe e dei materiali”.

E poi c’era anche la Brigata Ebraica, formata da un reggimento palestinese affiancato ad un reggimento ebreo: “cosa che come ben sappiamo non potrebbe succedere oggigiorno”. Il patch della divisa della Brigata Ebraica diventerà poi la bandiera di Israele, “quindi possiamo dire che sia stata visibile per la prima volta in Italia”. Tantissime curiosità nascoste tra le pieghe della grande Storia. Ma anche nella Wehrmacht erano presenti truppe di diversa nazionalità: “gli stessi indiani erano schierati tra le due sponde del fiume Po perché, a seguito di una cattura massiccia in Nordafrica, vennero create delle legioni di ‘Freies Indien’, che avevano come simbolo questa tigre rampante, e gli era stato promesso, in caso di vittoria del terzo reich, di non essere più assoggettati dall’impero britannico. Quindi ecco perché ‘India Libera’. Vi erano anche importanti contingenti di truppe che chiamavano ‘Ost-Bataillon’, ‘Battaglioni dell’Est’, create dai tedeschi con i prigionieri di guerra dell’Armata Rossa, in cui c’erano dentro persone provenienti un po’ da tutta l’Unione Sovietica.

Quindi veramente un discorso multietnico importante”. Da parte americana, per la prima volta proprio in Italia vi è un impiego massiccio di persone che ad inizio guerra erano reputate dagli stessi americani non abili al combattimento, quindi relegate a compiti di autisti, in cucina, per la manodopera. “Ma poi, quando la guerra aveva assorbito parecchi soldati da parte statunitense, abbiamo avuto uno schieramento di forze afroamericane, quindi la 92ª Buffalo, che al suo interno aveva addirittura i nisei, che erano i nativi giapponesi negli Stati Uniti, che dopo l’attacco di Pearl Harbor vennero messi in campi di concentramento, vennero isolati dalla popolazione per paura di attentati, e poi addirittura divennero, con il 442° Nisei Regiment, il reparto più decorato dell’esercito degli Stati Uniti proprio per le azioni in Italia”.

Gualtieri, Reggio Emilia, settanta km più a monte di Felonica, c’è una fetta di terra in mezzo al Po chiamata l’“Isola degli internati”, un nome curioso che rimanda sempre agli anni quaranta del Novecento. Attualmente un’oasi naturale, un tempo è stata un’occasione per quindici uomini del paese sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti per ricominciare a vivere, quando l’isola venne data loro in gestione per lo sfruttamento del legname. Verso la metà degli anni Cinquanta l’isola ha smesso di rivestire questo ruolo sociale che ha avuto negli anni successivi al conflitto, con un nuovo benessere economico che sorgeva e il Po e le sue risorse che passavano in secondo piano. Oggi si presenta come un posto silenzioso, sospeso nel tempo. Anche qui, in questo periodo di forte siccità, riemergono i relitti di due imbarcazioni affondate durante la Seconda Guerra Mondiale. Secondo le ricostruzioni storiche le due chiatte prima mitragliate e poi bombardate da un aereo americano, affondate nel 1944, erano la Zibello e la Ostiglia, lunghe una cinquantina di metri e con una portata di oltre 5.000 quintali, costruite nel cantiere della Giudecca a Venezia.

Le due imbarcazioni erano delle bettoline, che servivano a trasportare le merci dai porti verso navi più grandi, e viceversa. Negli anni 2000, quando è stata scavata sabbia per rinforzare gli argini maestri, sono state scoperte per la prima volta e da circa vent’anni riemergono nei mesi estivi, ma mai in questo periodo e in maniera così evidente. In questo luogo suggestivo, l’acqua conserva elementi del passato che ciclicamente ripropone allo sguardo umano. La figura dell’esule, dello straniero, era per Kracauer molto significativa, risuona nei suoi ragionamenti in merito alla figura dello storico perché richiama quel processo di trasformazione necessaria per poter entrare nel passato come passato, per riuscire a mettersi in attesa senza rispondere a leggi meccaniche, per aprirsi all’alterità. Per il filosofo tedesco lo storico è figlio di due tempi, quello che vive ma anche del passato che studia, e come un esule senza dimora deve dare conto dei due tempi, di una eterogeneità di fondo, in uno spazio che permette la coesistenza, come le acque del fiume Po.

“Ogni pagina una vittoria.

Chi cucinò il banchetto della vittoria?

Ogni dieci anni un grande uomo.

Chi pagò le spese?

Quanti resoconti.

Quante domande.”


  • * La storia dei quattro ragazzi è tratta dal libro di Franco Gualtieri Alla ricerca dell’Anima. Storie del Museo della Seconda Guerra Mondiale del Fiume Po di Felonica (ed. Sometti, Mantova 2018), donatomi gentilmente dai volontari del Museo della Seconda Guerra Mondiale del Fiume Po.
  • ** Le cartine e le foto d’epoca (anche nel video di presentazione) fanno parte dell’archivio del Museo della Seconda Guerra Mondiale del Fiume Po, e sono state gentilmente messe a disposizione per questo progetto. La cartina che mostra con precisione le tempistiche e gli attori dell’attraversamento è stata ideata e progettata da Simone Guidorzi.

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