Recensione del libro “Incoscienza di classe. Corpi, voci e desideri di un tempo libero dal logorio del lavoro“, Meltemi.

“La tua vita è la tua impresa” esordiva il podcast Le Faremo Sapere di Elisabetta Nardin e Gregorio Carolo, che tra il 2021 e il 2022 raccolsero molteplici storie dai più disparati posti di lavoro per offrire un quadro delle condizioni lavorative dell’Italia contemporanea. Riprendendo parte del materiale di quelle interviste, Carolo pubblica ora Incoscienza di classe. Corpi, voci e desideri di un tempo libero dal logorio del lavoro, edizioni Meltemi.

Quando facciamo delle nostre esistenze una sequenza di progetti ed esperienze di consumo, perdiamo di vista di essere parte di un sistema collettivo, ci smarriamo nelle nostre individuali quotidianità e ci disconnettiamo da quelle persone che con noi condividono la condizione di lavoratrici e lavoratori. Ossia di chi realizza, o meglio produce, beni e servizi con la propria forza lavoro, mettendoci tempo, sforzo, energie, etc. Se vogliamo campare, e magari anche campare in modo discreto, dobbiamo lavorare; se non abbiamo un lavoro dobbiamo lavorare per trovarlo; che si abbia o meno un lavoro, ci si deve meritare il lavoro performando al meglio. Qualunque siano le conseguenze di tutto ciò, noi non siamo soggetti sfruttati, lo sfruttamento è prerogativa di coloro con cui non vogliamo identificarci, bensì imprenditrici e imprenditori del sé in tensione verso il meglio, possibilmente la perfezione.

Nel suo libro, Carolo ha molto a cuore la questione della (ri-)costruzione della coscienza per sé (si perdoni il termine considerato vetusto), articolando le sue riflessioni intorno alle interviste raccolte, organizzate in cinque capitoli. Particolarmente interessante e pregevole è la scelta dei luoghi di lavoro. Primo, la fabbrica, plasmata nel profondo dal management e della contrattualistica degli ultimi decenni. Secondo, le società di consulenza, ossia i servizi che forse, insieme alla finanza, incarnano più profondamente l’ideale di lavoro cool, ma che sotto la superficie celano un mondo di lavoro incessante, sfiancante e senza altro scopo che il bilancio trimestrale della compagnia. Terzo, la ristorazione, scenario ricorrente di quel distinto genere letterario che sono le critiche alla presunta molle pigrizia delle giovani generazioni, critiche che tuttavia sistematicamente omettono le spietate gerarchie della cucina e i ritmi frenetici che richiedono sovente il ricorso ad alcol e droghe. Quarto, la scuola, altro bersaglio di stereotipi che banalmente ignorano come il lavoro di docenza non si esaurisca con le ore di didattica, bensì implichi coordinamento, programmazione, aggiornamenti, amministrazione – per non parlare di chi ha incarichi di insegnamento ripartiti su diverse scuole. Quinto e ultimo, il magazzino Amazon, il luogo in cui il nostro spazio di sovranità come consumatori che vogliono il loro ordine al più presto incontra la serrata sorveglianza dei ritmi di lavoro, tra forme di alienazione otto-novecentesche a competizioni per la performance e infortuni ricorrenti.

Carolo non si concentra troppo sugli aspetti salariali, preferendo esplorare e ragionare su tempi e ritmi di lavoro, tema ricorrente anche nel podcast Le Faremo Sapere. Il lavoro occupa una parte così considerevole del nostro tempo – anche quando non lavoriamo pensiamo al lavoro -, da renderci complesso essere altro che fattori di produzione isolati gli uni dagli altri. Acquisire la consapevolezza di condividere un destino e interessi comuni, la coscienza in sé appunto, è strumentale per liberare il tempo dal lavoro e quindi se stessi.

Piacevole e agevole nella lettura, Incoscienza di classe è un volume che racconta molto del lavoro contemporaneo. Possiamo certamente avere delle idee su come funzionino i posti di lavoro altri rispetto al nostro, ma il libro è un’occasione per imparare, riordinare le idee, porsi delle domande su di noi come soggetti che lavorano. Idealmente, sarebbe una lettura da suggerire in primo luogo ai manager, di professione o di mentalità, una sfida interessante per mettere finalmente un poco di ordine rispetto alla distinzione tra impresa e vita.

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