Sopravvivere al 2024

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Che l’inizio sia migliore della fine. È un augurio che si fa, più che mai nelle ore buie. Qui il problema, però, è che la luce si è spenta da un pezzo.

Luci, fuochi artificiali, brindisi e cibo a volontà. Il rito del passaggio va dagli asociali cronici ai moderati, i sobri e i padroni di cani che soffrono la notte dei botti, spumante a fiumi e cappellini, lustrini nelle vetrine del nostro Occidente e non solo, pronti a luccicare sotto i fari nelle danze.

Il passaggio è una festa, perché come si fa nelle piazze di centinaia o forse migliaia di città si brucia l’anno vecchio, raffigurato nei modi più diversi, per esorcizzare il peggio del passato e per creare una tabula rasa che permetta al seme del nuovo anno di germogliare in santa pace.

Quest’anno in particolare, ma è accaduto ogni anno con eco diverse dal punto di vista della rappresentazione mass mediatica, c’è una tragedia indigesta sul tavolo del cenone e sono gli oltre 7000 bambini e bambine ammazzati a Gaza dall’esercito israeliano.

E ci sono oltre 1200 famiglie che in Israele affrontano il 2024 senza i propri cari, o con un familiare in ostaggio. Li mettiamo vicini perché sono civili, che pagano per i veri responsabili di questa che ci si ostina a chiamare guerra e che non ha un nome definito, in realtà. Guerra viene etimologicamente dal germanico werra, che significa mischia.

Qui di mischia se ne vede proprio nulla, se non un attacco terrorista il 7 ottobre da parte di Hamas con una capacità di reazione davvero inesistente del famoso esercito israeliano (e si iniziano a leggere diversi interrogativi su questo), e un tiro al bersaglio dal cielo, mare, terra che sta sterminando i gazawi (e i palestinesi di Cisgiordania, anche).

Ma non è solo Gaza, o Ucraina – altra guerra strana, dove chi non è in guerra può mandare armi a una parte senza partecipare alla ‘mischia’ -. E di conflitti in giro per il mondo ne contiamo oltre 50 e secondo il Mid-Year Trends Report dell’Unhcr solo nei primi sei mesi del 2023 erano 116 milioni gli sfollati legati ai conflitti, violenze, persecuzioni.

Cosa ci turba così profondamente prima per i trucidati del 7 ottobre e poi ancora in maniera maggiore, e analizziamo anche il perché, degli oltre 21mila civili trucidati a Gaza?

Che sono persone. Come per gli israeliani attaccati di sorpresa, indifesi.

Che sono persone sottoposte a violenza e apartheid da decine di anni, nel caso di Gaza.

Senza classifiche di pietà, ci mancherebbe, non può esistere però un accostamento dal punto di vista di un attacco terroristico, di una formazione che in passato è stata sostenuta anche dal governo israeliano in funzione anti Olp, e invece il massacro di un esercito regolare di uno stato che si vuole democratico, con un governo di destra e ministri che supportano la violenza degli insediamenti illegali e dei coloni.

Stiamo assistendo a un fatto senza eguali, e senza muovere un dito. Non tanto chi lo denuncia, o anche chi si sforza di urlare anche dal punto di vista politico. Ma dal punto di vista del mancato rispetto di quello che è addirittura il diritto internazionale in caso di guerre (abbiamo anche questo ed è normato con diverse fattispecie).

Io mi vergogno, potrebbe essere un ottimo augurio per il 2024.

 – Ciao io mi vergogno per il 2024

–  Ei, grazie, anche io mi vergogno.

Fonti giornalistiche dicono che l’augurio a Gaza è quello di sopravvivere al 2024.

Il criminale di guerra Benjamin Netanyahu – il Sud Africa ha mosso i primi passi presso la Corte per i crimini internazionali – ha detto che la guerra durerà ancora diversi mesi.

Chi ci crede, chi meno, chi per nulla: in ogni caso il rito di passaggio da qualche parte del nostro cervello fa balenare una speranza: che quello che non ci è piaciuto, o che ci ha fatto soffrire, le difficoltà, i lutti, il dolore provato nei 365 giorni che se ne vanno convenzionalmente dentro un numero spariscano e non ricompaiano più – almeno come auspicio – nei 365 (quest’anno è bisestile quindi uno in più) che si parano di fronte ai nostri occhi.

Ucraina e Russia. Il neo presidente argentino Milei che a poche settimane dall’insediamento chiede i poteri assoluti, perché gli danno fastidio le manifestazioni di dissenso. L’Europa che è sempre fortezza, l’egoismo degli Stati Nazione, i lager per i migranti, a casa loro o a casa nostra, le speculazioni finanziarie, le diseguaglianze e la povertà, le lotte per affermare i diritti di genere, di identità, di sopravvivenza, la mancanza di lavoro, di casa, di cibo, della dignità umana.

Un cinico potrebbe dirci con tutta la sicumera possibile che sarebbe pronto a scommettere che non cambierà nulla. Siamo proprio sicuri che sia così? Forse. Ma in realtà c’è un punto di vista che spesso passa per inosservato, o inascoltato, perché fa meno notizia dentro la sensibilità funerea e macabra che ha il nostro sistema informativo, che nel passaggio al digitale si è arricchito di intrattenimento demente o di poche buone nuove per fare click, più che per raccontare storie.

Il punto di vista che viene celato, e che anche noi spesso dimentichiamo dentro un pessimismo comprensibile ma accecante, è quella teoria di relazioni e organizzazioni che quotidianamente e dal basso stringono nodi di una rete di alleanze. Ogni giorno lavorano per esaltare le relazioni umane, per la solidarietà e a scopo mutualistico. Non c’è solo un mondo violento di un Antico testamento che si abbatte sull’umanità. C’è anche un’umanità capace di esserlo davvero, umana.

Non ce lo raccontiamo perché non fa notizia. Diventa una notizia quando l’imbecille di turno che sta al potere accusa la parte migliore di essere complice dei peggiori. Cosa ci manca, però, è chiaro. Possiamo raccontarlo ai gazawi, agli ucraini, a tutti i popoli oppressi e martoriati, che esiste una rete di solidarietà e ci guarderebbero come degli extraterrestri. Ci manca quello che dopo la Seconda Guerra si pensò dovesse esistere, pur nel compromesso di metterci il cappello sopra. Una organizzazione mondiale capace di fermare, o di avere una voce potente, sui conflitti in corso, specie quando si abbattono sui civili.  Le Nazioni Unite sono inutili da diverso tempo, minate economicamente da chi ha interesse che siano deboli, schiave di meccanismi di veto che non hanno più nulla di contemporaneo.

Ci manca la forza del diritto, che di per sé non sarebbe nulla se non venisse applicato e interpretato con una visione di umanità.

Questo è allora l’augurio che fa Q Code.

A chi viene bombardato quotidianamente, di sopravvivere.

A tutti noi che ci diciamo democratici e figli del progresso, di essere capaci di modificare, creare, prendere parte alle decisioni, per avere finalmente un diritto che sia applicato e non solo scritto dentro dei bei libri, magari con dei bei capolettera e caratteri raffinati.

Ognuno ha da fare la propria parte.

E che si inizi da un cessate il fuoco.

Angelo Miotto

Giornalista dal 1992, documentarista radiofonico, autore di saggi, testi teatrali e per l'opera. Ha vinto i premi Baldoni, Bizzarri, Anello Debole. Fra i pionieri del webdocumentario con produzioni riconosciute a livello internazionale. Ha lavorato a Radio popolare, PeaceReporter, E il Mensile e nel Digital Brand. Collabora fin dal suo inizio con il Festival dei Diritti Umani, autore di saggi e testi per libri fotografici. Ha collaborato con diverse emittenti radiofoniche. Nel 2013 ha fondato Q Code Mag, di cui è direttore insieme a Christian Elia

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