Governo Sanchez e tabù di Spagna

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Un lavorio diplomatico di fino ha permesso di arrivare all’investitura del segretario del Partito socialista operaio di Spagna, Pedro Sanchez. Ma sul tavolo ora c’è la trattativa sulla riforma delle autonomie e i rapporti con chi chiede indipendenza.

“El Partido Socialista Obrero Español y Junts per Catalunya constatan que la situación política actual permite alcanzar un acuerdo para abrir una nueva etapa y contribuir a resolver el conflicto histórico sobre el futuro político de Catalunya, incluso partiendo de posiciones divergentes, desarrollar una dinámica para su resolución en términos diferentes a los de la última legislatura y procurar la gobernabilidad durante la XV legislatura atendiendo a la composición de las Cortes Generales resultante de las elecciones celebradas el 23 de julio de 2023.

Parte da questo preambolo di accordo politico il nuovo governo presieduto da Pedro Sanchez. È il testo iniziale del via libera di Junts per Catalunya, partito catalano dell’ex presidente Carles Puigdemont, e il Psoe, il partito socialista. Il 17 novembre dopo scambi infuocati al Congresso dei deputati i numeri hanno dato il responso: 179 a favore, 171 contrari, dopo un voto, quello del 23 giugno che dava una chance alla destra del Partido Popular. Alberto Feijòo, il leader del partito popolare che fu di José Maria Aznar e Mariano Rajoy, si era presentato con mandato reale per trovare i voti necessari alla presidenza, prendendo una porta in faccia. Sanchez, inviso ai baroni del Psoe e però più in sintonia con la base dei votanti, è riuscito a trovare il grimaldello: la legge di amnistia per ottenere il voto catalano e un accordo con i nazionalisti baschi.

Un passaggio storico

L’operazione che ha portato alla maggioranza necessaria per Sanchez è stata un capolavoro di diplomazia politica: necessari e fondamentali i voti catalani e quelli dell’indipendentismo moderato e anche di sinistra baschi, coalizione canaria, più le sigle di governo Sumar e Podemos.

Il partito socialista ha depositato la legge di amnistia che, una volta approvata, permetterà a oltre 400 persone, fra cui 73 poliziotti, di cancellare il reato. Alcuni degli esponenti catalani processati per il referendum del 2017 erano già stati indultati, annullando così la pena. Il disegno di legge è stato la chiave per arrivare al governo.

Quella legge, quella parola, amnistia, è un cuneo che si conficca dentro uno dei più grandi problemi della democrazia spagnola, un vero e proprio tabù: il rapporto con le autonomie e le pulsioni centrifughe, da una parte, e la vecchia e rancida concezione della Spagna una, grande e libera del dittatore Franco, che ancora oggi è un valore per molti militanti dell’ultradestra, della destra e per una parte del Paese che non riesce a tollerare una riforma nelle relazioni territoriali.

La destra, e l’ultradestra xenofoba di Vox, hanno scatenato i propri cani: ci sono loro dietro le concentrazioni con scontri davanti alla sede del Psoe, in Calle Ferraz, E più ancora domenica 18 novembre con una manifestazione organizzata, dai grandi numeri, nella capitale.

Le parole che sono state pronunciate in questi giorni dalle destre sono irresponsabili e stanno incendiando gli animi, un gioco simil trumpiano che abbiamo già conosciuto e che ha portato all’assalto a Capitol Hill. E così, ironia della sorte, è risuonata la parola dittatura, fine della democrazia, colpo di stato, a tal punto che Santiago Abascal, il nerboruto segretario di Vox, è stato redarguito dalla presidente della Camera che ne ha bloccato l’intervento per ricordare, ai sensi del regolamento, che certe espressioni non sono lecite in quel luogo, che è il simbolo della democrazia.

Il nodo catalano

I fatti forse li ricorderanno tutti: qui mettiamo alcuni link che aiuteranno a ricordare: Catalunya si era preparata, grazie a Carles Puigdemont e ai risultati sempre migliori delle formazioni indipendentiste, nazionaliste e repubblicane a realizzare un referendum. Che venne convocato, celebrato il primo di ottobre del 2017 fra violenze e repressione di polizia, in una militarizzazione che in Spagna è legata a doppio filo con la stessa Costituzione. L’art. 8, infatti, dispone che ‘garante dell’unità territoriale è l’esercito’. Un lascito franchista di una Transizione debole alla democrazia, che lasciò intatte intere catene di comando legate ai franchisti, specie nelle forze armate e negli uffici dei servizi di intelligence, ma non solo. L’idea della Spagna Una Grande y Libre è una vera e propria ossessione per una parte del Paese, come detto e per la destra ed estrema destra che hanno ripreso vigore.

In realtà il tema ha diverse sfaccettature: a lungo è stata una guerra soprattutto fiscale e di quante risorse potessero restare alle singole autonomie regionali e quante invece viaggiare verso le casse centrali. La questione culturale e storica è stata sottovalutata e non ammessa al tavolo del dialogo. Da decenni; sia con la lotta armata basca, che scontava lo scontro militare, sia con i nazionalismi catalano, galiziano, andaluso. Eppure, il tema c’è. Lo Stato spagnolo si è dotato nel 1978, il 6 dicembre è l’anniversario, di una Costituzione che lega il potere giudiziario a quello esecutivo, che riconosce le regioni autonomiche, ma spogliate da diverse prerogative, una fra tutte il tribunale speciale, quale è l’Audiencia Nacional a Madrid, che resta epicentro dell’amministrazione giudiziaria dei crimini legati a narcotraffico, corruzione e terrorismo. Terrorismo, per capirci, è anche quello delle idee, per la politica e la magistratura collegata. Ciò che viene bollato come eversivo, come i reati contestati agli organizzatori del referendum catalano – che hanno fatto diversi mesi o anni di galera, sottoposti a tribunali e corti che richiamavano l’inquisizione. Ci provò José Luis Rodriguez Zapatero a mettere in agenda la riforma delle autonomie, ma il tema territoriale trova da sempre le barricate del sovranismo ultranazionalista, altro che indipendentismo regionale!

E così, dopo aver assistito con l’avvento di Podemos, dopo la rivoluzione del 15-M alla fine del bipartitismo, la Spagna si ritrova dentro risultati elettorali che anche in passato hanno segnato scarti minimi o insufficienti al momento di costruire delle maggioranze. Elezioni spesso ripetute a breve distanza come quelle del 28 aprile e del 10 novembre del 2019. Si pensi alla parabola di Ciudadanos, formazione nata in Catalogna con lo scopo dichiarato di affossare la questione catalana e che poi riuscì ad arrivare quasi a governare, prima di sciogliersi come neve al sole. E al risveglio dell’ultradestra di Vox, mentre a sinistra la crisi di Podemos ha creato altre opzioni, fra cui Sumar della ministra Jolanda Diaz. Eppure, nonostante sia cambiata la politica, il tema territoriale ancora non riesce a trovare una sua destinazione incruenta, almeno a livello di scontro istituzionale. Lo stato-nazione fatica a lasciare il passo a una forma più evoluta e snella, ma questo è un tema che riguarda tutta Europa e la difficoltà di trovare una maggior coesione politica europea, nel rispetto delle identità culturali e storico-politiche.

Un passaggio importante: il peso delle parole

Come riuscirà a governare questo governo Sanchez è tutto da vedere, perché i patti sono stati stretti con accordi precisi, ma la realtà poi impone dei percorsi di grande equilibrismo, specie se i numeri sono così esigui per la maggioranza. Una cosa, però, va sottolineata: prendetevi il tempo di scorrere il documento fra socialisti e catalani, perché leggendolo finalmente si ha la sensazione di sentire finalmente parlare la politica e non la tifoseria o le diverse inquisizioni che dominano ormai da troppo tempo nella propaganda elettorale continua delle democrazie rappresentative.

Si parte dalla constatazione che non si è in accordo.

Nessuna delle due parti cede sul punto, ma c’è un impegno – politico – e una promessa quindi a cercare di arrivare attraverso la negoziazione a un punto. Lo potremmo chiamare compromesso e in questa accezione la parola ha un significato alto e nobile. Si descrive anche un metodo, altra cosa interessante, per il quale sarà possibile un livello di verifica e accompagnamento internazionale.

Angelo Miotto

Giornalista dal 1992, documentarista radiofonico, autore di saggi, testi teatrali e per l'opera. Ha vinto i premi Baldoni, Bizzarri, Anello Debole. Fra i pionieri del webdocumentario con produzioni riconosciute a livello internazionale. Ha lavorato a Radio popolare, PeaceReporter, E il Mensile e nel Digital Brand. Collabora fin dal suo inizio con il Festival dei Diritti Umani, autore di saggi e testi per libri fotografici. Ha collaborato con diverse emittenti radiofoniche. Nel 2013 ha fondato Q Code Mag, di cui è direttore insieme a Christian Elia

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