Il diritto palestinese alla rabbia

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Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.
Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,
e dì: magari fossi una candela in mezzo al buio

(Pensa agli altri, Mahmoud Darwish)

Da una parte, tenute antisommossa, manganelli, cavalli enormi e granate stordenti. Dall’altra, degli uomini sorreggono una bara, si proteggono dai colpi menati da ogni parte intenzionati ad avanzare per condurre un feretro verso la sua destinazione finale. Bandiere palestinesi sventolano nella confusione, mentre la polizia israeliana cerca di strapparle di mano ai partecipanti al corteo funebre.

Gerusalemme Est, 13 maggio 2022. Le immagini del funerale della giornalista Shireen Nasri Abu Aqleh, volto noto e amato da generazioni di palestinesi, raccontano ancora una volta l’ingiustizia di un sistema e di un conflitto ad armi impari, per altro in un periodo di particolare tensione e sofferenza e a ridosso del 74esimo anniversario della nakba (“catastrofe” in arabo), l’esodo di massa forzato di centinaia di migliaia di palestinesi a seguito della costituzione dello Stato di Israele.

La bandiera palestinese è proibita a Gerusalemme Est, ossia la zona della città sotto occupazione israeliana – occupazione a tutti gli effetti riconosciuta come tale dal diritto internazionale. L’omaggio di un popolo a una delle icone dell’informazione in lingua araba – un popolo che ogni giorno onora il lutto di ciò che non gli viene consentito di essere – non poteva che esporre che intimorire.

Specialmente per le modalità della morte di Shireen Abu Aqleh, colpita fatalmente nonostante indossasse elmetto e giubbotto anti-proiettile con la scritta Press in evidenza mentre si trovava a Jenin, città ritornata teatro di più accese violenze nell’ultimo periodo. Sono soprattutto le immagini del corteo a Gerusalemme Est a essere circolate, ma la bara della Abu Aqleh ha percorso in più tappe la Cisgiordania lungo la via del ritorno a Gerusalemme, ricevendo il commosso commiato della popolazione e delle autorità.

Forse, le manganellate della polizia israeliana durante un momento così sacro – religiosamente e laicamente – hanno scosso le coscienze fuori dai confini di questa terra un poco più del solito. Almeno per qualche ora. Ma in Palestina ogni giorno succede qualcosa. Confische. Demolizioni. Arresti, anche di bambini. Perquisizioni e controlli arbitrari. Problemi “burocratici” di ogni sorta, perché ciò che era valido ieri potrebbe per chissà quale cavillo non valere più oggi. Uccisioni e ferite gravi che lasciano disabilità permanenti, come fu durante le Marce del Ritorno a Gaza tra il 2018 e il 2019.

La 21enne Razan al-Najjar, paramedico, viene colpita a morte proprio mentre prestava servizio in una di queste proteste, nel 2018. Eyad Hallaq, 32enne di Gerusalemme Est, autistico, viene ucciso in Città Vecchia per “comportamento sospetto” nel maggio 2020. Sempre a Gerusalemme, l’allora 13enne Ahmad Manasra nell’ottobre del 2015 segue il cugino 15enne in un accoltellamento nella colonia di Pisgat Ze’ev; gravemente ferito, viene arrestato e condannato dopo interrogatori e un processo molto controversi, raccontati nel documentario The Advocate, sull’avvocata israeliana Lea Tsemel, attiva nella difesa dei diritti dei palestinesi. Nel gennaio di quest’anno il 73enne Hajj Suleiman viene investito da un carro attrezzi nel corso di un raid israeliano nella zona di Masafer Yatta, sud di Hebron, negli ultimi mesi oggetto di frequenti operazioni. 

E via elencando, in un tetro esercizio di mantenimento della memoria, perché tutta questa ingiusta sofferenza non si disperda non appena la cronaca gira pagina. Numerose organizzazioni per i diritti umani – da Amnesty International e Human Rights Watch fino alla palestinese al-Haq (recentemente inserita in lista nera dal Ministro della Difesa israeliano Gantz per sospette relazioni terroristiche) – hanno documentato tutto ciò con dettaglio e rigore. Video, fotografie, testimonianze sono disponibili on line. Amnesty International e Human Rights Watch si sono recentemente allineate con diverse organizzazioni locali nell’utilizzo del termine “apartheid” per definire il sistema israeliano di occupazione.

Alla luce di ciò, si capisce molto bene perché quel corteo è stato attaccato così brutalmente, anche per i nostri occhi distratti. Perché la quotidianità della Palestina è brutale. Le espressioni “occupazione, “apartheid”, “violazioni dei diritti umani” possono disturbare, risuonare esagerate alle orecchie di chi luoghi quali Jenin, Gaza City, Hebron, Qalandya o Silwan non sa nemmeno immaginarli.

Ma sono parole violente perché la realtà della Palestina è violenta. E ingiusta, mentre il racconto di ciò che avviene ogni giorno si confonde in gerarchie della sofferenza stratificate nelle coscienze di chi ignora quanta rabbia provi un giovane di Essawiyya o nella parte palestinese della Città Vecchia, che cerca il suo posto nel mondo in un quartiere che non vede un miglioramento infrastrutturale né un investimento da decenni; l’angoscia di un lavoratore di Qalqilya che ogni giorno attraversa un checkpoint senza sapere se qualcosa possa andare storto col suo permesso (si consiglia a tale proposito Living Emergency. Israel’s permit regime in the Occupied West Bank, di Yael Berda); la desolazione di una giovane laureata di Gaza che ha imparato tutto dai libri e da internet, senza poter mai uscire da quella prigione a cielo aperto che è la Striscia.

Ovviamente ci si rammarica e indigna per le vittime degli attacchi di Beer Sheva o Bnei Brak e Dizengoff Street a Tel Aviv nel periodo precedente a Ramadan, per citare le tragedie più recenti, ma il dolore di fronte alla morte può (e deve) convivere con una lettura del conflitto in cui le asimmetrie sono evidenti a chi vuole osservarle. La Palestina insegna una cosa molto importante, ogni giorno: non importa quanto “disciplinatamente e ordinatamente” ci si comporti, l’ingiustizia ti colpisce perché ingiusta è la realtà cui appartieni.

Ai palestinesi si chiede di negoziare e cedere, di conformarsi e pure di insorgere contro la loro classe politica e ogni devianza sociale. Ma il popolo palestinese ha diritto di esistere? A quali condizioni? E ancora, quanto preoccupano invece i processi politici in corso in Israele, sempre più a destra, con una società stretta tra capitalismo finanziario che ha aumentato disuguaglianze e povertà e pulsioni religiose decisamente oscurantiste, come ragionano Michel Warschawski in Sulla frontiera o Mordecai Richler in Quest’anno a Gerusalemme? Quali inquietudini suscitano la privatizzazione della sicurezza, la legge sul terrorismo del 2016 o la legge sullo Stato-nazione del 2018?

Ai palestinesi, venerdì 13 maggio 2022, è stato di nuovo negato il diritto alla rabbia. Nel marzo 2022, alla presentazione del documentario The Advocate a Gerusalemme Est, un anziano palestinese difeso da Lea Tsemel le disse di fronte al pubblico: “Hai difeso me quando sono stato arrestato, hai difeso mio figlio quando è stato arrestato, possa tu vivere abbastanza a lungo quando toccherà a mio nipote”. Questa è la speranza palestinese: ogni giorno andrà peggio e il migliore augurio che ci si possa fare è quello di continuare a opporsi a tutto ciò.

A volte, semplicemente, levando una bandiera a Gerusalemme Est, per celebrare chi ha dedicato la propria esistenza, fino alla morte, a raccontare la storia quotidiana di un popolo sciagurato.  

L’Institute for Palestinian Studies ha reso disponibili in inglese alcuni scritti di Shireen Abu Aqleh, consultabili a questo link. Leggere le sue parole è la maniera più immediata per onorare la sua memoria.

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