La grande carestia libanese

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Cammini per le strade di Saida e all’odore di mare e pesca si accosta quello dei rifiuti rovistati. Freschi, umidi e sbudellati come le carcasse di animali sottosopra al mercato della carne. È un mondo, questo di Saida, tutto rivoltato. Dove i bambini non vanno a scuola per poter chiedere l’elemosina, e le scuole si svuotano degli insegnanti che uno dopo l’altro emigrano chissà dove; e nelle strade in cui le macchine a cui manca il carburante sono parcheggiate in eterno, al traffico si sostituiscono studenti che non hanno di che studiare, e genitori rimpiccioliti dalla fame che non hanno di che lavorare, e gruppi di turisti inebetiti che fotografano e fotografano pur non avendo di che fotografare.

Ti siedi al primo falafel bar e ignori il peso dell’inflazione per chi ti circonda. Stamattina hai cambiato i tuoi dollari scintillanti al mercato nero; il tasso di cambio non ufficiale è di 1 a 60000 – uno a sessantamila: appena venti giorni fa era a 51800, e per la pelle che indossi, per la lingua che parli, ti credono milionario. Hai cambiato il tuo privilegio scintillante al mercato nero di un Paese che si sta sbudellando, e gusti il tuo pranzo strabordante che costa un dollaro. Mentre ti lamenti di non riuscire a mangiare, perché la ricchezza del condimento supera la tua soglia di sazietà, e ti meravigli di poter pranzare per qualche decina di centesimi, non sembri notare la carestia che ti circonda.

E quando la carestia incarnata nella mano di una bambina arruffata ti viene a bussare alla spalla, e ti chiede qualcosa, tu che non parli il suo arabo ma che sei abituato a sentirti chiedere del denaro, con le mani immerse nella tahina rispondi che no, ma ‘aindi frata, ti mancano i piccoli contanti con cui poter offrire il pasto a una o due famiglie intere. Il tuo egoismo saziato nell’agonia di interi villaggi.

Qualcuno che ti siede accanto e parla la tua lingua traduce per te quello che la mano arruffata di bambina ha osato chiedere: your leftovers. I-tuoi-avanzi. E tu incredulo glieli dai e finalmente la noti mentre ti ringrazia e corre con fare da ladruncola a nascondersi dietro un cassonetto dove quegli altri bambini che probabilmente sono i suoi genitori devono aver trovato qualche crosta di pane smangiucchiata e combattono svogliatamente coi topi per quel solo boccone; e all’improvviso ti guardi intorno e finalmente noti che dentro a ogni cassonetto dei genitori tornati bambini tanto la fame li ha svuotati e incurvati combattono svogliatamente coi topi per il boccone che tu avresti ingurgitato per noia. La tua noia schiantata nell’agonia di un popolo intero.

È il ripetersi della Maja’at Lubnan, la Grande carestia del Monte Libano. La storia collettiva, l’evento trascorso che per orrore dell’oblio si insinua nella vita presente. Nella vita pressante degli ultimi. Durante la Prima guerra mondiale, la burocrazia ottomana e un’invasione di locuste causarono sulle alture libanesi una carestia di proporzioni spaventose, che in soli due anni uccise – letteralmente di fame – non meno di 200mila persone. Cinquantamila in più di quelle che tutte le guerre del Libano subite tra il 1975 e il 1989 – compresa l’invasione israeliana del 1982 – avrebbero causato. In tutta la Siria, che allora includeva il «distretto del Libano», il numero di morti stimati raggiunse i 350mila, su una popolazione che allora contava meno di quattro milioni. Era il 1917 e gli Alleati imposero un embargo sul Levante per lasciare le truppe turche nemiche in Palestina e nella Siria-che-allora-includeva-il-distretto-del-Libano a corto di rifornimenti. Ma i turchi requisirono il cibo di cui avevano bisogno, lasciando la popolazione civile a deperire, ad agonizzare, a spegnersi lentamente nella fame. Oggi un albero memoriale realizzato dall’artista Yazan Halwani, non lontano da dove sei decenni più tardi si sarebbe auto-tracciata la frontiera della guerra civile, nella capitale, sorge in memoria delle vittime della Grande Carestia. Sulle foglie di rame i versi di Khalil Gibran, Tawfik Yousef Awwad, Anbara Salam Al-Khalidi e molti altri.

«La mia gente è morta di fame / in una terra ricca di latte e miele / è morta perché si sono levati i mostri dell’inferno / e hanno distrutto tutto ciò che i suoi campi producevano». L’invasione di locuste. «È morta perché le vipere e / la prole delle vipere hanno sputato veleno / nel luogo in cui i Sacri Cedri / e le rose e il gelsomino emanano il loro profumo». Gli eserciti stranieri occupanti e famelici ingordi smaniosi. 

Anche quella di allora era un’epoca di enormi migrazioni. Decine di migliaia, come l’autore di questi versi si erano autoesiliati in America per sfuggire alle avversità degli anni immediatamente precedenti lo scoppio della Grande Guerra. Molti dei nomi non europei tra i passeggeri di terza classe che annegarono sul Titanic erano, infatti, libanesi. Eppure le migrazioni non avvenivano solo dal Libano: ma anche verso il Libano, come quella degli armeni scampati al genocidio turco, che ancora oggi abitano il quartiere di Burj Hammoud, a Nord Est di Beirut, raggruppati secondo le città e i villaggi d’origine. Un armeno la cui famiglia proviene da Erzurum o Kars vive vicino ad altri armeni i cui genitori nonni o bisnonni provenivano dalle stesse città; proprio come i palestinesi di Haifa o di ‘Akka, nei campi profughi vivono accanto a quelli le cui case, in Palestina, si trovavano negli stessi quartieri, a volte persino nelle stesse strade. Ci furono gli armeni e ci furono i palestinesi e ci furono le Guerre del Golfo e arrivarono gli iracheni, e poi un giorno, nel mezzo di una crisi economica che iniziava a farsi irreversibile, ci fu il milione e mezzo di siriani che oggi rappresentano un quarto della popolazione libanese, e che al 99% vivono in condizioni di povertà estrema, e che molto probabilmente al mattino si vestono di carità e vanno a Saida che è tutta sottosopra e bussano sulla spalla di una ragazza che non capisce che lei mangia controvoglia e loro i denti li stanno perdendo perché di masticare non hanno di che.

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