Occupare il discorso

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Questa guerra non sta finendo. La sensazione è che si trasformi in un conflitto a bassa intensità in cui i civili avranno sempre più la peggio. Che cosa è che la tiene in questo bilico in cui tutti muoiono ma non si costruisce un accordo di pace?

In primo luogo la volontà di Putin, che ha mire imperialiste e ideologiche molto forti. Non vuole perdere, non accetta smacchi di immagine. E’ un sanguinario, una volta persa Kiev non si fa problemi a massacrare l’Ucraina, sa di poter sacrificare il popolo russo, sa di poter reprimere nel sangue il dissenso, sa di aver dalla sua parte il potere religioso e sa che la sua visione del mondo fascista e omofoba può raccogliere consenso anche nel resto del mondo, compreso il futuro (e il presente) dell’Occidente.

In secondo luogo l’attendismo della Cina, che a ben vedere ha tutto di guadagnato da questa guerra. Non tocca la sua opinione pubblica interna e non gli da problemi di consenso. C’è un contesto multipolare globale nel quale sembra avere interesse a creare un momento di rottura storico sulle aree di influenza occidentali. Cosa ci può guadagnare? Sganciamento progressivo del mercato globale dal dollaro, assorbimento dell’economia russa e armamento, costruzione di un fronte non allineato agli Stati Uniti in sede Onu e altre agenzie transnazionali. Tutte cose che, tra l’altro, valgono economicamente molto di più dell’Ucraina.

In terzo luogo la posizione dell’Europa mediana, debole ma molto interessata. Da una parte non può e non vuole in modo unanime tagliare le relazioni commerciali ed energetiche con la Russia, dall’altra condanna la invasione militare da parte di Putin in modo militarmente subordinato agli USA.

In quarto luogo la posizone Statunitense e Inglese, non così direttamente toccate per lontananza territoriale dal conflitto, ma determiante a giocarsi senza scrupoli la partita sull’egemonia globale, molto determinate a contrastare militarmente Putin, fino a esplicitare la volontà di cogliere l’occasione militare per detronizzarlo in Russia.


Cito queste note di contesto per chiarirmi che tutte le grosse forze in campo di peso non hanno un reale interesse a costruire la pace e un cessate il fuoco immediato.

Ma vogliono prendere tempo per costruire uno scenario in cui i loro obiettivi nel medio termine possono forse avere la meglio. C’è di buono che forse nessuno di questi attori ha interesse a una reale escalation nucleare o di guerra totale, se non in funzione di deterrenza e minaccia.

Per questo motivo credo che la guerra continuerà, in bassa intensità (comparata al suo inizio e al pericolo di esclation) ma allo stesso tempo distruggendo sempre più quel che rimane in Ucraina nei territori contesi, in termini di morti civili e devastazione infrastrutturale e ambientale.

Detto questo, che altro non è che quello che un attento lettore ignorante come me può capire dei grandi giochi della geopolitica e delle aree di influenza, rimane tutto il resto: quello che possiamo fare noi.

Noi siamo quelli che hanno organizzato e supportato il mutualismo a favore di chi è scappato e sta scappando dalle guerre.

Noi siamo quelli che si sono dichiarati contrari all’investire porzioni considerevoli della nostra spesa pubblica in armi, disincentivando questa isteria globale alla corsa agli armamenti. Perché la guerra chiama la guerra.

Noi siamo quelli che stanno dicendo che dovrebbe prevalere la diplomazia per la costruzione della pace, e non l’opportunismo di chi cerca di usare questa guerra per guadagnare terreno nei propri affari.

Noi siamo quelli che quando ci si accorge che il gioco è diretto solo dai potenti e dagli esperti della Cia e dagli ex-Kgb, sappiamo che c’è il rischio che tutti quanti facciano finta di saper parlare la loro lingua. Giornalisti, opinionisti, gente comune fanno a gara a intendersene di geopolitica, ma questa adozione del linguaggio imperiale non fa che rafforzare la posizione dei potenti. E rende inutile la sapienza e il punto di vista della società che la guerra la subisce, cioè gli/le oppress*. 

I movimenti sociali in un contesto mediatico dove si parla solo la lingua del potere e delle guerre tendono a divenire invisibili, un’attore sacrificabile e ininfluente. E’ successo in Afganistan, in Siria, nelle primavere arabe, in Turchia, in Russia e sorpattutto ora in Ucraina. Per avere voce in capitolo bisogna avere qualcosa da dire come fa Putin, Zelensky o Biden, bisogna essere Pro-Putin o Pro Biden, con o contro la Nato, altrimenti non è interessante. 

Bisogna dire che quelli di Azov sono Nazisti e che l’esercito ucraino e gli ucraini seguono i nazisti, e quindi che non sono partigiani e quindi che Putin ha le sue ragioni. Oppure bisogna dire che i russi, e non solo Putin, sono tutti imbevuti di totalitarismo liberticida e che quindi bisogna mettere all’indice la loro cultura, perché ne va dell’identità dell’Occidente. 

Bisogna dire che la Nato ha provocato e strumentalizzato questa guerra perché vuole conquistare le istituzioni russe e alla fine indebolire anche la Cina oppure, dall’altra parte, che la Nato non esiste, o che era in dissolvimento e che non ha alcuna mira egemonica ma solo di difesa di quel che rimane dell’Occidente. Bisogna dire che occorre rimandare l’esercito russo fuori dai confini ucraini, costi quel che costi, spendendo tutto il nostro debito pubblico possibile in armamenti, oppure bisogna dire che gli ucraini non vanno aiutati a difendersi e che tutto sommato se la sono cercata e non è la fine del mondo se finiscono sotto una dittatura dell’ennesimo oligarca filo Putin.

Tutte queste posizioni alla fine hanno come centri di gravitazione due poli: o sei Putinano o stai con la Nato.  Bisogna dire una di queste due cose. Ma queste cose sono entrambe false.

Allora quale è il punto? Il punto è che dobbiamo costruire un linguaggio diverso da questo. Perché questo è il linguaggio di chi la pace non la vuole.

Dobbiamo smetterla di parlare i vari “purismi”, di armi mai o armi sempre, di resistenza buona e resistenza cattiva, di tutti nazzisti o tutti libertari, di identità dell’Occidente o della sua fine.

Se vogliamo costurire una movimento internazionalista che costruisca una diplomazia dal basso, che costituisca il linguaggio della pace dobbiamo individuare un’altro lessico e altre priorità.

Una prima priorità che abbiamo dichiarato dall’inizo di questo conflitto è l’urgenza di ascolatare i movimenti antifascisti, transfemministi e di sinistra ucraini che stanno lottando contro Putin. Di ascoltare gli/le attivist* sotto dittature autoritarie, o democrazie proto fasciste, come i/le russe*, turch*, bioloruss*, siran*, ungheres*, polacch*,palestines* e curd*…  Perché? Perché è il punto di vista dell’oppresso in lotta. Non sarà di sicuro “puro”, sarà contradditorio, diviso, in movimento, ma di sicuro legittimo. Perché senza di loro non capiamo nulla del conflitto in atto e non capiamo nulla di quanto noi stessi siamo vicini a finire nella loro situazione. E non possiamo nemmeno fornire un nostro sguardo esterno per aiutare a non fare errori di valutazione a chi è più sotto pressione.

Una seconda priorità è la giustizia sociale e la lotta contro il pericolo di recessione economica che porta un’economia di guerra. In altre parole, la lotta di classe in casa nostra.  La guerra conviene ai ricchi e ai potenti. La guerra la pagano sempre i poveri. Quindi è nel nostro interesse farla finire il prima possibile e pretendere dai nostri governi che si protegga la spesa di Welfare, e non si investa nel Warfare. Ci opponiamo all’investimento in spese militari e proponiamo di aumentare la spesa in aiuti umanitari, cultura, istruzione e sanità.

La terza priorità è investire in un’Europa unita e forte che si emancipi dagli interessi statunitensi. E’ evidente che gli interessi dell’Europa non sono quelli USA e dell’UK post Brexit. Abbiamo un’idea di Europa energicamente sostenibile sulle rinnovabili, ma che sa mantenere rapporti di interdipendenza economica che garantiscano il rispetto e la sicurezza della gente. Dobbiamo dare segnali forti in cui l’Europa non umilia la Russia, ma le fa rispettare l’autodeterminazione dell’Ucraina, e che sa politicamente imporsi sui prezzi delle multinazionali energetiche che la riforniscono. Sconfiggere Putin non significa umiliare i russi. Questo è l’opposto di quello che l’Europa ha fatto fino ad ora: subordinata militarmente e politicamente agli USA, incapace di controllare i prezzi sulla borsa energetica in Olanda, invisibile sui negoziati di pace.

La quarta priorità è l’antifascismo in Italia. C’è una situazione a livello globale in cui il patriarcato omofobo e autoritario è alleato in modo transnazionale per consolidarsi in forme di governo. Lo abbiamo visto nella russia di Putin, in Ungheria, in Turchia, in Polonia, in Bielorussia, nell’Inghilterra della Brexit, nel Brasile di Bolsonaro, nell’India di Modi, negli Stati Uniti di Trump e nell’Italia di Salvini e, fra poco, della Meloni. E’ chiaro che se la corte costituzionale americana sta rendendo illegale l’aborto, e dall’altra le femministe russe imbracciano i fucili per sconfiggere Putin e in Italia Fratelli d’italia è il primo partito, c’è un tema. Un tema che passa per Bannon, Pillon, i pro-vita e gli oligarchi russi. Un tema che non c’entra nulla con la Nato o il gas russo, ma che c’entra con il legame fra capitalismo suprematista e patriarcato.

Trovo del tutto fuori luogo le pressioni politiche nella sinistra italiana in cui si cerca di invisibilizzare il punto di vista ucraino e russo, polacco, bielorusso, turco, siriano… riducendo tutta la questione all’urgenza di spegnere la Nato e definire l’istanza ucraina nazista. E’ ovvio che una tale posizione si appiattisce sul pro putinismo.

Se parliamo la lingua degli oppressi, il nemico è il fascio omofobo Putin e la rete internazionale fascista di cui fa parte, sono le multinazionali dell’energia che fanno profitto sulla guerra e l’industria delle armi.

Gli alleati sono gli ucraini, i russi, i turchi, i polacchi, le americane che ora non possono abortire, l’internazionale precaria che non avrà reddito per mangiare e pagare l’affitto sotto la recessione dell’economia di guerra. Gli alleati sono le istituzioni e le politiche europee se costruiscono la pace, l’autonomia energetica e la giustizia sociale.

Emanuele Braga

Artista, ricercatore e attivista il cui lavoro si concentra sul rapporto tra arte, economia e nuove tecnologie. È co-fondatore della compagnia di danza Balletto Civile, MACAO, nuovo centro per l'arte e la cultura di Milano, Landscape Choreography e IRI, Institute of Radical Imagination. Collabora anche con KINLab, uno spazio artistico a Milano. È docente di Big Data e Metodi Digitali presso l'Università Statale di Milano.

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