Violenza e tortura in divisa, un dibattito necessario

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I fatti di Verona sono particolarmente gravi: le violenze commesse da cinque agenti della Mobile e le indagini su altri 17 dicono di violenza diretta e di connivenze e complicità. Non possono che suggerire una domanda: possibile che nessun dirigente se ne fosso davvero accorto? E portarci una volta ancora sul tema di una riforma della Polizia, della sua formazione, della giusta selezione per evitare che il fenomeno delle cosiddette ‘mele marce’ – che in realtà è molto strutturato e non episodico come suggerisce l’espressione – si possa ripetere.

Genova 2001, e prima ancora tanti morti e pestati, torturati, l’ordine pubblico usato come una mazza ferrata del potere, e troppo spesso la violenza che colpisce i fragili nel nome di una onnipotenza impunita, legata alla divisa.

Dagli anni ’70 in poi il tema della formazione della Polizia è stato studiato e dibattuto dai sindacati interni, ma sempre senza esito: la democratizzazione delle forze di polizia è un tema, ahinoi, di stretta attualità. Abbiamo scelto due punti di vista, quello dell’avvocato Gilberto Pagani, di Legal team Italia e un contributo di Orlando Botti, ex Ispettore capo della Mobile di Imperia, oggi in pensione.

Un dibattito necessario: ecco perché il reato di tortura è necessario anche per favorire la democratizzazione delle forze di polizia

Gilberto Pagani è un avvocato di lungo corso, con tante battaglie civili e politiche alle spalle, è nel Legal Team Italia, ha conosciuto da vicino le torture del G8 genovese del 2001 e oggi assiste i militanti di Ultima Generazione. Ha uno sguardo di lungo corso sul potere della Polizia di Stato e su quello che periodicamente viene chiamato il sistema delle mele marce, cercando ogni volta di ridurre un problema di cultura interna delle forze di polizia a fatti episodici personali. Partiamo dalle indagini di Verona, con cinque agenti ai domiciliari e altri diciassette indagati e trasferiti in ufficio per aver in qualche modo coperto o tollerato – lo dirà un giudice – quelle che sono le accuse che l’indagine interna della Questura di Verona ha rivolto agli arrestati.

Ma con Gilberto Pagani vogliamo anche spingerci più in là, perché fra i reati contestati c’è il famoso reato di tortura, che è entrato nel nostro ordinamento con anni di ritardo e reso molto più morbido di quello che era il progetto di legge iniziale. E che è particolarmente inviso alla destra italiana, che fin dai primi giorni di governo non ha fatto mistero di volerlo cambiare addirittura abolire in base alla famosa frase per cui quel reato limita il lavoro della polizia.

In Italia il tema della democratizzazione delle forze di polizia è un tema antico: portato avanti dal sindacato in area Cgil delle divise, si è poi perso per intensità e per costanza e soprattutto per evidenti mutamenti all’interno dei pesi nel corpo. Perché? Perché la formazione dei nuovi agenti è uno dei punti più delicati di questo percorso?

«Nel reclutamento delle forze di polizia viene data priorità a chi ha svolto il servizio militare. Che, ovviamente, non è più il servizio militare di un tempo con tutti i suoi difetti, i suoi problemi ma, a mio modo di vedere, anche caratteristiche positive.  Chi fa il servizio militare oggi fa il volontario. Fa parte di un esercito professionale, con addestramento professionale e inquadramento molto molto rigido: insomma, si devono affrontare posizioni di guerra e posizioni in cui l’attività è a cavallo tra quella strettamente militare e quella di polizia.

L’abbiamo visto recentemente in Kosovo: sono militari, ma svolgono un’attività di polizia militare. Non si scontrano con altri eserciti, ma fronteggiano dimostrazioni e manifestazioni popolari che però sono a cavallo: non sono esattamente manifestazioni politiche, né un confronto fra militari. Non è una buona cosa, perché chi finisce in polizia è iontriso di questa cultura, una mentalità che non è quella del poliziotto democratico di uno stato democratico, che fronteggia la criminalità in maniera appunto democratica, ma è l’atteggiamento di chi fronteggia un pericolo che può essere anche molto grave per lui, obiettivamente. Sta di fatto che la formazione di questi agenti di polizia è secondo me grandemente e gravemente influenzata da questo atteggiamento militare.

I discorsi sulla democrazia della polizia si sono fatti negli anni scorsi, non mi sembra che oggi siano all’ordine del giorno e da quanto vedo e da quanto leggo non mi sembra che i sindacati di polizia abbiano come principale obiettivo la democratizzazione delle forze di polizia. Hanno esattamente il contrario, cioè coprire gli abusi gli errori e gli errori che vengono commessi».

Gilberto Pagani, è proprio in questo senso che dobbiamo leggere anche la pretesa della destra di abolire il reato di tortura?

«Il rischio è reale, anche se un intervento sul reato o se si volesse la sua abolizione, metterebbe l’Italia al di fuori del consesso internazionale, perché il reato di tortura è stato introdotto dopo un’attesa ventennale e in seguito a una convenzione internazionale. Sarebbe una cosa veramente grave, perché chiunque capisce che la repressione del reato di tortura non influisce sull’attività della polizia. È tutt’altro: l’attività di polizia riguarda le attività di indagine dei reati. Da centinaia d’anni sappiamo che torturare un accusato non significa ottenere la verità; significa, magari, ottenere una confessione. Ma non certamente la verità.

Come avvocati raccogliamo spesso dai nostri clienti racconti di violenza: è sempre accaduto. E allora perché oggi emergono di più? Secondo me perché esiste il reato di tortura, perché è un reato molto grave, perché quindi consente di fare indagini e fare intercettazioni di fare indagini in maniera più approfondita, di emettere misure cautelari. Torniamo al G8 genovese del 2001: se ci rendiamo conto che a Bolzaneto, a Genova non esisteva il reato di tortura allora capiamo perché i responsabili delle violenze sono stati accusati per reati minori: violenza o lesioni e violenza privata o diciamo violenza sui detenuti che è poco più di una contravvenzione.

È stata proprio l’introduzione del reato di tortura che ha permesso che tutti questi episodi venissero alla luce, e così è successo anche per le violenze in carcere contro i detenuti.  

La violenza in carcere è di casa, non possiamo negarlo e se questi abusi non sono mai venuti a galla così spesso come noi sappiamo, è solo perché gli accusatori non erano persone credibili. A Genova, invece, c’era un grande movimento, molti stranieri e tutti erano più o meno consapevoli dei propri diritti e che potevano anche denunciare. Il piccolo spacciatore, il ladruncolo purtroppo è meno crebile e anzi teme che poi possa essere perseguitato ancora di più. Oggi, con il reato di tortura, c’è qualche minimo strumento che permette di fare indagini e di avere più consapevolezza dei torti subiti e quindi di arrivare a qualche risultato utile».

Genova 2001 era un altro periodo storico, ma rimanendo ai nuovi movimenti: tu difendi Ultima Generazione, molti dei loro esponenti. Come agisce la polizia e soprattutto come giudichi il fatto che nonostante siano azioni non violente il mainstream e certa politica utilizzi il termine ecoterroristi?

«Questi ragazzi di Ultima Generazione sono totalmente non violenti. E questa è la prima cosa rispetto ai movimenti del passato in cui questo discrimine non c’era, cioè era possibile che ci fossero anche aspetti di violenza. Anche perché ovviamente le cose sono molto diverse questi qua sono ragazzi che magari in otto o dieci bloccano una strada, che si video-riprendono, sono assolutamente conosciuti. Vogliono mettere in mostra il loro corpo, per protestare, soprattutto per chiedere strumenti efficaci contro il mutamento climatico. Ne sto assistendo tantissimi e devo dire che non costanza di comportamenti violenti da parte della polizia, o di intimidazione, oltre a qualche atteggiamento che rientra nella norma, cioè tenere più ore del necessario in questura per identificarti. Certamente non sono cose piacevoli, ma la violenza è altra. Invece il linguaggio è incredibile, quando il mainstream parla di eco terroristi, una definizione semplicemente folle. Fino a quando le azioni saranno con numeri ridotti, non ho timori. Altra cosa è se si mobiliteranno decine di migliaia di manifestanti, come abbiamo visto in Gran Bretagna o in Germania. Io spero che non ci sia, però certo non lo posso escludere».

Orlando Botti, ex ispettore capo di Squadra Mobile

Pensavo, a torto, che l’abisso dei fatti criminogeni accaduti alla scuola Diaz e al reparto mobile di Bolzaneto durante il G8 genovese potesse essere almeno una lezione arginante affinché non si ricadesse in altre occasioni in tali tragedie.

I fatti mi hanno dato torto, infatti alla questura di Verona, nella sede della sezione Volanti, sono accadute scene di violenza inaudita con ulteriori episodi da brividi tanto si sono acclarati gravissimi e reiterati avverso persone deboli soprattutto straniere.

Leggere sui giornali i resoconti dell’accaduto fanno tremare i polsi: urinare sul volto di un fermato, fare pulire la propria urina con uno straccio con il proprio viso, prendere a pugni senza motivo stranieri pensando di farla franca tanto da continuare quasi quotidianamente tali comportamenti violenti, ci fa capire che ci troviamo in un rione dantesco.

Addirittura sono state registrate telefonate verso la propria compagna alla quale venivano sottolineate le bravate di violenza efferata poste in essere con risate di scherno e di autocompiacimento. I fatti emersi sono accaduti semplicemente perché durante una intercettazione telefonica di uno straniero pregiudicato in combutta con un vice ispettore si appalesavano detti episodi tremendi.

Si dà così atto che senza queste intercettazioni detti episodi potevano tranquillamente continuare, visto che nessuno all’interno della questura e all’interno della squadra volante aveva sentito il dovere etico di informare i propri superiori: infatti 25 agenti sono stati trasferiti ad altre sedi.

Ma come è possibile che in una questura possano avvenire tali gravissimi episodi e non farli venire alla luce in maniera limpida e nella norma democratica?

L’intervista del questore che sottolinea la limpidezza degli interventi occorsi è retorica in quanto il tutto è uscito per caso da una intercettazione telefonica e non da una pulizia interna doverosa. Partita magari dai suoi dirigenti. Appunto, dove erano i dirigenti dei vari uffici? È  praticamente impossibile che detti comportamenti siano accaduti in un silenzio assordante.

Da ex dirigente della squadra volante di Imperia mi appare molto molto strano che lo stesso dirigente della squadra non abbia notato nulla di anormale tanti erano gli episodi criminogeni occorsi. Altresì i sindacati interni non erano venuti a conoscenza di questi eventi?

Dagli anni della Riforma 121/ 81 conquistata sul campo rischiando la galera sin dagli anni 70 in quanto ancora militarizzati, il Movimento democratico aveva delineato alcune linee guida che erano: assunzioni trasparenti con reclutamenti di nuova concezione democratica, nuove scuole di polizia ove si doveva ripartire dalla Costituzione antifascista, una nuova formazione sul comportamento in ordine pubblico.

Invece, nel pieno silenzio della sinistra e dei sindacati si sono assunti per anni e anni militari provenienti da zone di guerra alla faccia dei vincitori di concorso che aspettano da anni di essere assunti tanto da rimilitarizzare la polizia di stato alla faccia della smilitarizzazione avvenuta. Un episodio gravissimo e studiato ad arte da chi non vuole i numeri identificativi e il reato di tortura.

Gli episodi avvenuti in narrativa hanno avuto una evoluzione di gravi atti di tortura psicologica e non non disgiunta da lesioni, falso e omissioni di atti d’ufficio, peculato e abuso d’ufficio con anche, per taluni, dell’aggravamento dell’odio razziale. Reati gravissimi all’interno di una questura che dovrebbe essere la rappresentazione della democratica azione di prevenzione dei reati e la difesa dei cittadini, di tutti i cittadini.

I titoli dei quotidiani odierni fanno trasparire una questura degli orrori con varianti di violenza e tortura psicologica da incubo con soprusi e vessazioni inaudite. Non è quella che noi Carbonari degli anni 70 sognavamo, anzi, dette mancanze di controllo interno fanno recepire che ogni condotta violenta possa essere portata a termine in un silenzio consociativo.

Mi auguro che le indagini poste in essere giungano alla giusta condanna e alla espulsione dal Corpo di tali organi  impuri ma soprattutto che vengano messe in atto studi e provvedimenti tali da non rischiare ulteriori atti immondi.

Angelo Miotto

Giornalista dal 1992, documentarista radiofonico, autore di saggi, testi teatrali e per l'opera. Ha vinto i premi Baldoni, Bizzarri, Anello Debole. Fra i pionieri del webdocumentario con produzioni riconosciute a livello internazionale. Ha lavorato a Radio popolare, PeaceReporter, E il Mensile e nel Digital Brand. Collabora fin dal suo inizio con il Festival dei Diritti Umani, autore di saggi e testi per libri fotografici. Ha collaborato con diverse emittenti radiofoniche. Nel 2013 ha fondato Q Code Mag, di cui è direttore insieme a Christian Elia

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