Lezioni tunisine

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Una conversazione con Shukri Mabkhout, ospite del festival “Calvino a Tunisi”

Pensiamo spesso ai grandi autori come a stelle uniche e folgoranti, astri che ci incantano con l’intensità della loro luce irripetibile. Eppure un autore è grande anche per le costellazioni che è in grado di generare, per tutti i corpi che attrae nella sua orbita e fanno sì che un’opera possa vivere di molte rifrazioni, di vite diverse. Italo Calvino è stato senz’altro un autore-costellazione, uno la cui intelligenza è stata in grado di rischiarare non solo la letteratura italiana, ma anche campi diversi – pensiamo solo a quanti artisti visivi hanno tentato di rappresentare le sue Città invisibili.

Da luglio a dicembre 2023, la città di Tunisi diventa l’osservatorio ideale da cui studiare questo autore: l’Istituto di cultura italiana ha infatti organizzato una serie di incontri in cui autrici e autori del mondo della letteratura e dell’illustrazione tunisine dialogano intorno alle Lezioni americane, il ciclo di conferenze che Calvino avrebbe dovuto tenere all’università di Harvard nel 1985, anno in cui scomparve prematuramente. Abbiamo incontrato lo scrittore e linguista Shukri Mabkhout, ospite del primo incontro, per parlare non solo della fortuna di Calvino – e di questo testo in particolare – nel mondo arabo, ma anche del potere che la letteratura ha, ancora oggi, di orientare il nostro immaginario.

In linea con il tema del progetto Calvino a Tunisi, partirei proprio dalla prima delle lezioni americane di Italo Calvino, intitolata Leggerezza. Si tratta della lezione più famosa, ma anche della più fraintesa. A una realtà sempre più “pesante” e drammatica, Calvino opponeva la leggerezza della letteratura, ma non intendeva – come si è spesso pensato – la leggerezza come una mera semplificazione di temi o di linguaggio. Al contrario, la letteratura rappresentava per lui «un’altra ottica, un’altra logica» attraverso cui guardare il mondo. Credo che con “leggerezza” Calvino volesse preservare, più di tutto, un’idea di letteratura come uno vivo spazio di immaginazione, in cui possiamo metterci alla prova, sperimentare ed eventualmente ribaltare quello che già esiste. Ti ritrovi nelle parole di Calvino?

In effetti, le parole di Calvino sono talvolta ambigue e le definizioni proposte per la nozione di “leggerezza” non sono sempre chiare. Va ricordato che il genere stesso del saggio offre a Calvino una maggiore libertà rispetto alle lezioni accademiche, benché sempre entro un contesto universitario. Ma un grande conoscitore della letteratura occidentale e un uomo di grande cultura come Calvino aveva, nelle sue lezioni americane, due obiettivi interconnessi. Da un lato, riflettere sulla propria scrittura e spiegare le proprie scelte estetiche, presentando le proprie preferenze per la leggerezza, la rapidità o l’accuratezza; dall’altro lato, estrarre dal vasto corpus della letteratura occidentale quelle che gli sembravano essere le costanti o le componenti profonde che regolavano la creazione letteraria, e persino il pensiero scientifico; diciamo l’episteme in cui si è sviluppata la letteratura occidentale.

Credo che, nella sua indagine, Calvino abbia notato che la letteratura occidentale in generale operava con due poetiche diverse. Per tutte le nozioni ci sono due tendenze e una struttura binaria: leggerezza contro pesantezza, velocità contro lentezza, precisione contro vaghezza o imprecisione, eccetera. Pur preferendo la prima di queste coppie di nozioni, Calvino riteneva che le nozioni opposte non fossero meno interessanti dal punto di vista poetico.

Penso in particolare alla prima dicotomia, leggerezza-pesantezza. Si tratta dell’opposizione antropologica tra due modalità dell’immaginazione umana che si suppone siano universali: il regime diurno e il regime notturno. Trovo che la visione di Calvino e le sue scelte estetiche e intellettuali si riferiscano al regime diurno. Tuttavia, i due regimi dell’immaginario sono due modi di vedere e di pensare che si impongono all’atto stesso della scrittura. Per di più sono inconsci e non ci danno la possibilità di scegliere, anche quando uno scrittore decide di fare una scelta come Calvino. Sarebbe interessante se un ricercatore italiano potesse studiare l’immaginazione di Calvino nei suoi testi. Non penso si possa scrivere in un unico regime dell’immaginario.

Credo che il tuo romanzo L’Italiano, vincitore dell’International Prize for Arabic Fiction [pubblicato in Italia da E/O con la traduzione di Barbara Teresi], aiuti a comprendere il clima della primavera araba in Tunisia negli anni ‘80, e la malinconia che ha lasciato, proprio perché, nonostante i riferimenti storici molto vividi, è innanzitutto un grande romanzo. Una storia in cui i personaggi – un gruppo di giovani studenti universitari che sognano l’avvento di una società più libera e democratica – vivono, lottano e falliscono, ognuno con le proprie ferite e le proprie contraddizioni: questo è qualcosa che, come diceva Calvino, solo la letteratura può concedere, con i suoi mezzi specifici. In particolare, il protagonista Abdel Nasser – soprannominato “l’italiano” per la sua bellezza – è un personaggio complesso: impegnato in politica, colto, letterato, progressista, sembra incarnare perfettamente il clima del tempo. Da dove hai tratto l’ispirazione per il romanzo? Soprattutto, quanto hanno contato le “nuovi” rivoluzioni arabe del 2011 nel tuo processo di scrittura?

È chiaro che il romanzo L’Italien, con il suo mondo immaginario e il suo protagonista, rappresentava una sorta di indagine sulla ricerca della libertà. Una ricerca difficile, ovviamente, in un contesto politico molto restrittivo e in una società affetta da conservatorismo. Ma, dall’altra parte, c’era una gioventù piena di sogni, ideali ed entusiasmo per il cambiamento. Il tutto in una fase storica caratterizzata da cambiamenti politici che non intaccavano le mentalità e i vecchi modi di vedere il mondo.

Sebbene il romanzo sia ambientato negli anni ‘80, due o tre decenni prima della rivoluzione tunisina del 2011, le analogie tra i due periodi riguardano le notevoli difficoltà sociali, il sistema politico sclerotico, la mentalità conservatrice, i giovani senza punti di riferimento, assetati di libertà, soprattutto individuale. Una società che, in entrambi i periodi, era bloccata. Allo stesso tempo, queste situazioni di stallo sono foriere di trasformazioni ineluttabili.

In tutto questo, il romanziere trova una ricchezza di idee, situazioni, contraddizioni e, naturalmente, figure e personaggi che simboleggiano la dinamica sociale e politica. È da qui che ho tratto ispirazione, perché per me il romanzo è il frutto di una lenta riflessione sull’uomo nel suo spazio sociale, storico e immaginario; era necessario inventare un simbolo, forgiare una figura emblematica, e spero che Abdel Nasser l’abbia incarnata bene.

Tuttavia questo romanzo poteva essere scritto solo a posteriori, per almeno due motivi. In primo luogo, contemplare il cambiamento e la trasformazione richiede una certa distanza. In secondo luogo, dopo la rivoluzione c’era molta libertà di esprimersi. Inoltre, l’impressionante somiglianza tra lo stallo della società e della politica nella Tunisia post-rivoluzione mi ha spinto a porre una domanda semplice ma scottante: perché i progressisti non sono riusciti ad andare al potere per cambiare la mentalità e introdurre le riforme necessarie? In questo senso, il mio romanzo è stato sia una domanda che un abbozzo di risposta che il contesto post-rivoluzionario, con la fastidiosa presenza di rappresentanti dell’Islam radicale nell’arena politica, mi ha spinto a elaborare.

«Non sono contro l’animale che è in noi, però lo temo. Mi ha fatto del male e ha lasciato sul mio corpo i segni indelebili di profonde ferite». Lo dice Zeina, uno dei personaggi principali, in un punto particolarmente toccante del libro. Lei e Nasser condividono ferite fisiche e psicologiche profonde, e il desiderio di lotta nasce proprio da queste ferite. Credo che il corpo sia uno dei temi centrali del tuo romanzo, il luogo privilegiato dell’oppressione ma anche del riscatto. Cosa ne pensi? Inoltre, mi sembra che, da Occidente a Oriente, il corpo sia ancora oggi il centro delle lotte politiche, soprattutto per le donne.

Effettivamente la posta in gioco è davvero alta. I politici e persino gli intellettuali danno generalmente la priorità alle questioni di potere. Eppure dimentichiamo che la politica del corpo è essa stessa una questione politica, e una priorità sia per l’individuo che per la società. In una società conservatrice come la nostra si tende a giustificare l’oppressione del corpo in termini di religione, norme sociali, ideologia della famiglia tradizionale e così via.

È chiaro che è il corpo della donna a pagare il conto e a subire le maggiori costrizioni e sottomissioni, ma questo ha un’enorme influenza su tutti i generi. L’aspetto paradossale per me è che la religione musulmana è l’unica religione monoteista che ha riconosciuto il diritto della donna al piacere sessuale. Basta leggere la facilità con cui i dottori della legge musulmana parlano del corpo: essi danno alla donna il diritto di ripudio se il marito non è in grado di soddisfarla sessualmente. La letteratura erotica nella cultura arabo-islamica è un altro argomento. È vero che la situazione delle donne era deplorevole rispetto ai progressi moderni in questo campo, ma i musulmani avevano trovato un certo equilibrio in base ai loro contesti sociologici, antropologici e culturali, che oggi hanno perso.

Le società musulmane di oggi sono disorientate e smarrite per ragioni sociali e storiche, e non solo per ragioni legate all’Islam come religione o civiltà. In queste situazioni la prima vittima è la donna. D’altra parte, le donne musulmane, e le donne tunisine in particolare, lottano per la loro emancipazione e difendono i loro corpi e i corpi della società. Tutte le donne de L’Italien sono alla ricerca della loro libertà individuale, e questa non è tanto una posizione ideologica del romanziere, quanto piuttosto una constatazione. Ne è la prova il ruolo giocato dalle donne tunisine nella lotta contro il regime islamista in Tunisia. Bisogna conoscere la società tunisina e i profondi cambiamenti nella mentalità e negli atteggiamenti dei suoi membri per capire che le cose si stanno muovendo, anche se lentamente, nella giusta direzione. Per le donne tunisine la modernità e i suoi valori non sono più una comodità, bensì una realtà.

«Alla precarietà dell’esistenza della tribù – siccità, malattie, influssi maligni – lo sciamano rispondeva annullando il peso del suo corpo, trasportandosi in volo in un altro mondo, in un altro livello di percezione, dove poteva trovare la forza di modificare la realtà». È quanto ribadisce Calvino nella prima delle conferenze americane, facendo un paragone tra la letteratura e questa «realtà alternativa» in cui rigenerarsi. Quali sono le lotte in corso oggi in Tunisia e che ruolo può avere la letteratura in queste lotte?

Come dici tu, Calvino assegna alla letteratura una funzione di cambiamento, attraverso cui liberarsi della pesantezza della vita.  È una forma di impegno letterario nei confronti dei valori umani, che passa attraverso il cambiamento dell’approccio alla realtà e alla sua logica.

Pensando al potere critico e riflessivo del romanzo, credo che il possibile cambiamento operato dalla letteratura stia nella sua acuta consapevolezza e nelle domande che solleva. È un cambiamento che avviene nel lungo periodo, secondo una logica di accumulazione.

È difficile, quando si creano mondi di finzione paralleli o alternativi, vedere il loro impatto sulla realtà. Il cambiamento può essere palpabile e persino diretto nei diversi livelli della realtà sociale, ma la letteratura è solo una forma ideologica che partecipa alla “guerra di posizione” per l’egemonia culturale, secondo l’analisi di Gramsci. Credo che la Tunisia sia riuscita a liberarsi dell’Islam politico proprio per questo motivo: gli islamisti reazionari sono riusciti ad andare al potere e a monopolizzare più o meno l’apparato statale, ma non sono riusciti a dominare la sfera culturale, ad avere, cioè, l’ultima parola sulla società civile. Questa lotta per le libertà individuali, i valori modernisti e la dignità sarà, a mio modesto parere, il motore della vita culturale tunisina nel prossimo futuro. Tanto più perché la Tunisia sprofonda oggi in enormi difficoltà economiche e, allo stesso tempo, è partner di un’Europa che la guarda con sospetto, se non addirittura come fonte di pericolo per il paradiso immaginario della libertà e della moderna civiltà occidentale.

Si ringrazia Elisa Fiorucci per l’aiuto nella traduzione delle risposte.

Giulia Oglialoro

Nata nel 1992, dopo la laurea a pieni voti in Storia dell’Arte all’Università di Bologna, ha lavorato come assistente fotografa in Italia e a New York.
Ha collaborato con Arte e con Artribune Magazine, nel 2018 è stata selezionata per una residenza di scrittura alla Biennale di Venezia. Le piace raccontare storie «satellite», piccoli accadimenti ai margini della vita quotidiana.

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