Il campo della tecnologia è ancora contendibile

di Federico De Ambrosis

Per Elisa non sai più distinguere che giorno e poi, non è nemmeno bella.


I l dibattito intorno all’intelligenza artificiale, che in realtà è il dibattito intorno all’intelligenza artificiale generativa, sembra aver mutato anche le previsioni di Mark Fisher in iperstizioni. D’altra parte le profezie auto-realizzanti, le narrazioni capaci di avverarsi e diventare realtà, fanno parte della storia della CCRU di Warwick. Nick Land prevedeva che capitalismo e tecnologia si sarebbero fusi in un’intelligenza che avrebbe reso obsoleta l’umanità, con un futuro fabbricato attraverso la finzione. In questo senso il capitalismo secondo Land, quello che oggi sia Mattarella che Varoufakis chiamano tecno- feudalesimo, non è semplicemente un sistema economico, ma un’intelligenza artificiale par excellence un motore di ricerca che ottimizza e crea strategie a discapito degli esseri umani. Mark Fisher era andato oltre questa idea e nelle sue righe febbrili ci aveva inchiodato all’evidenza della diffusa sensazione che il capitalismo non fosse solo l’unico sistema economico percorribile, ma che sia diventato impossibile immaginarne un’alternativa concreta. Dieci anni sono trascorsi da quegli scritti e se guardiamo alla velocità con cui una tecnologia così disruptive si è impossessata dello scenario politico, economico, finanziario e culturale è difficile negare l’idea Warwickiana per cui il sistema attuale sia guidato da una “entropia con velocità” in cui le strutture sociali si disintegrano più velocemente di quanto gli umani possano elaborare, creando una sorta di “meltdown” o collasso accelerato.Nina ha imparato da Ippolita il valore del lavoro di Bernard Stiegler. Quella critica radicale per cui se la sinistra non elabora una farmacologia della tecnologia – capace di distinguere tra veleno e rimedio – sarà condannata a subire la società automatica invece di governarla. Usare la tecnologia, dacché non se ne può fare a meno, significa quindi cercare un pharmakòn che distingua la tecnologia buona da quella cattiva e estrattiva. È proprio in questo solco che la prima Nina, quella dei venti passi, quella dei cicli di incontri, decise di farsi Alice, dove Alice è l’acronimo di arrivano le intelligenze collettive. Decise di andare oltre la semplice dimensione divulgativa/di approfondimento per provare a cercare alleanze per mettere le mani nel problema.

Con Elisa guardi le vetrine e non ti stanchi 
lei ti lascia e ti riprende
come e quando vuole lei 
riesce solo a farti male.

La prima proposta era stata quella di costruire un’alleanza tra idee,
capacità tecniche, infrastrutture dati/server e disponibilità economiche per sviluppare quelle che a seconda se citiamo Ippolita o Stiegler chiamiamo tecnologie divergenti o biforcanti. Quando abbiamo guardato ai progetti arrivati per Alice abbiamo avuto la sensazione di dovergli dare un senso comune. Era come se, l’immagine è di Maurice Merleau-Ponty, ci fosse una carne che doveva farsi corpo, dove la carne è ciò che rende possibile l’esperienza e il corpo è il luogo in cui si manifesta l’esperienza. Sancire un passaggio politico in cui l’intelligenza autonoma si contrappone a quella artificiale e si incarna, prende vita in delle pratiche reali. D’altra parte cosa distingue un’intelligenza autonoma da una artificiale se non il fatto di avere un corpo? Da qui è nata l’idea di ridare vita a un termine obsoleto e lanciare un sindacato universale digitale. Quali sono le pratiche di un sindacato universaledigitale? Identificare obiettivi, approfondire le cause e le logiche di potere, diffondere consapevolezza e costruire sinergie/complicità/cospirazioni comuni, decidere, comunicare, e saper misurare l’impatto delle risposte collettive che andremo a coordinare. Il tutto con uno scopo finale: ridurre la dipendenza dalla big tech (“tecnologia del dominio”) e cercare alternative.

Vivere vivere vivere non è più vivere, 
lei ti ha plagiato, ti ha preso anche la dignità.
Fingere fingere fingere non sai più fingere
senza di lei, senza di lei ti manca l’aria.

Il nostro amico Pino Tripodi ci dà una grande mano nell’individuare la farmacologia della tecnologia quando teorizza il concetto di macchinismo sostitutivo che usiamo come frontiera per distinguere la tecnologia buona da quella cattiva per continuare nel processo di produzione di cultura autonoma e non da automa. D’altra parte da dove viene l’intelligenza artificiale generativa se non da una forma di esplorazione e di ricerca di contenuti che ha come campo di esplorazione l’intera cultura umana? Sappiamo come non sia grado di generare nulla senza materiali di partenza.
Anche noi esseri umani impariamo e prendiamo in prestito gli uni dagli altri, che è fondamentalmente ciò che chiamiamo cultura. Ciò che dobbiamo tenere a mente sempre è che l’intelligenza artificiale generativa è una macchina progettata specificamente per fare due cose: primo sostituire gli esseri umani nella creazione della cultura e secondo nel processo, generare profitto per i pochi che detengono i dati sulle infrastrutture (Nvidia, Amazon), sui device (Apple, Microsoft) o sui software (Meta, Google). L’intelligenza artificiale generativa che conosciamo oggi è la fine di un lungo percorso di automazione (Alexander Galloway) e si sostanzia sul colonialismo dei dati (Nick Couldry). Decine di autrici (Simone Browne, Safiya Noble, Virginia Eubanks, Ruha Benjamin, Catherine d’Ignazio, Lauren Klein) hanno evidenziato i bias e le discriminazioni che porta con sé. A questa tecnologia che domina il mondo contrapponiamo l’Intelligenza Autonoma che è qualcosa che va ben oltre il “campo della tecnologia” e tocca direttamente due aspetti: primo di che tipo di tecnologia parliamo quando parliamo di tecnologia e secondo che tipo di tecnologia immaginiamo quando la costruiamo per noi e per il bene comune.

Senza Elisa, non esci neanche a prendere il giornale

con me riesci solo a dire due parole 
ma noi, un tempo ci amavamo.

L’iperstizione di Fisher è del tutto evidente. La tecnologia del dominio si presenta come ineluttabile e come l’unica possibile. Consci di essere come i trecento delle Termopili rispondiamo a questo macchinismo esasperato, a questo computazionismo neo-leviatano con una dichiarazione d’amore: “tutto quello che conta è incomputabile” e con una sfida: “il campo della tecnologia è ancora contendibile”. È proprio attorno al rifiuto del macchinismo sostitutivo che cresce il nocciolo del pensiero ribelle: la macchina può generare film che siano “presi” (data is given but is taken) da lavori precedenti, ma non può inventare nessuna nouvelle vague. Assieme al divenire umano della macchina assistiamo anche al divenire macchinico dell’uomo. Sapranno the last of us sottrarsi a questo processo? Il realismo capitalista fallisce nel portare felicità, ma anzi genera cinismo e alienazione. Non si limita alla politica, ma pervade con la sua azione la cultura, i media, la quotidianità normalizzando disuguaglianze che la tecnologia amplifica. Quando noi ci mettiamo insieme, nei cerchi di sedie, sforziamo i nostri cuori a sfuggire dalle depressioni delle sconfitte e a fare la cosa più difficile: trovare negazioni alla frase lancinante per cui oggi “il nostro desiderio è senza nome”. Nina dice a tutte che dobbiamo dotarci di un nuovo vocabolario in un mondo che è tornato a essere così recente che che molte cose sono prive di nome, e per citarle bisogna indicarle col dito.

Questo numero monografico di Qcode ci serve a guardarci attorno, a costruire alleanze, ad affiancare firme collettive tra chi comunitariamente fa l’enorme sforzo di porsi il problema di combattere la tecnologia del dominio. Sfogliando gli articoli esce un quadro con almeno un tratto in comune, che è nuovo ma è quello di sempre: riprendere il comando dell’umano sulla vita. Perché, come ci ha insegnato il più spinoziano dei maestri: “L’amore è il cuore pulsante del programma che abbiamo sviluppato fino a questo punto, senza il quale il resto sarebbe un ammasso senza vita”.