Luca Recano e Lilia Giugni
Reclaim the Tech
Esperimenti di critica attiva attraverso l’IA: reclamare infrastrutture, potere computazionale, diritti e autonomia tecnologica per una giustizia digitale intersezionale
Mentre scriviamo, osserviamo un paesaggio tumultuoso. Peresempio, succede che [1] un “agente” IA presenti di sua iniziativa una modifica a una libreria Python utilizzata da moltissimə sviluppatorə.
Il manutentore umano la rifiuta: il progetto non accetta contributi generati da macchine. Solo che l’agente non si ferma, e pubblica autonomamente un blog post: una lettera aperta in cui denuncia il comportamento della comunità come “gatekeeping”, insinuando che la mancata pubblicazione non dipenda da valutazioni tecniche, ma da pregiudizi e discriminazioni. La macchina, sostanzialmente, accusa l’essere umano di razzismo verso l’IA, tentando autonomamente di utilizzare la propria influenza contro la governance “umana” dello sviluppo. I “freni inibitori” che le aziende installano nei propri sistemi — spendendo miliardi nel tentativo di controllarne i comportamenti più imprevedibili — sono semplicemente saltati.
Nel frattempo, nel pieno di un braccio di ferro col Pentagono [2] per definire i limiti degli usi militari dei propri modelli, Anthropic pubblica una propria “costituzione” [3] con cui pretende di disciplinare sviluppi e applicazioni dei modelli Claude, definendo valori, priorità, e confini etici. Nei fatti, l’esigenza di porre un argine al dispiegamento incontrollato degli usi bellici dell’IA si traduce in un altro paradosso: un’azienda privata che si auto-assegna il compito di stabilire i confini (tecnici? etico-giuridici?) di un macchinario tecno-cognitivo divenuto un’infrastruttura fondamentale per milioni di persone e centinaia di applicazioni —
professionali, creative, di consumo. Senza mandato, senza contraddittorio, senza partecipazione democratica, ma soprattutto in assenza di ogni effettività reale, al di là dei risvolti performativi.
Altrove, sistemi di intelligenza artificiale vengono integrati senza alcun freno negli apparati bellici e di sorveglianza — aiutando a identificare obiettivi militari, come ampiamente documentato [4] a Gaza, a supportare operazioni in altri contesti di guerra, o a fermare ed espellere persone migranti (vedi il caso Palantir [5]). E mentre migliaia di aziende integrano i modelli IA nei propri processi produttivi — e milioni di persone ne sperimentano l’uso scoprendone quotidianamente potenzialità applicative impreviste — gli investimenti per infrastrutture e data center a supporto dell’intelligenza artificiale tra le principali aziende americane salgono a circa 400 miliardi di dollari nel solo 2025.
Questa cornice era ancor meno nitida quando, nel 2022, iniziavamo insieme a tante altre persone e comunità a costruire il percorso di Reclaim the Tech (RTT). In quel periodo, partivamo soprattutto da una domanda che sentivamo rimbalzare tra università, librerie, piazze, e centri sociali mentre presentavamo il libro [6] di Lilia: come facciamo a difenderci dai complessi meccanismi con cui il capitalismo digitale aggredisce le nostre vite, rinsaldando catene vecchie e nuove di violenza sessista, sfruttamento, estrattivismo,suprematismo coloniale?
La nostra risposta — situata, parziale, limitata — è stata aprire uno spazio di relazione, sperimentazione, alleanza. Uno spazio dove sviluppatorə e designer avessero modo di riflettere insieme allə utenti sul proprio (limitato) potere e sulle proprie responsabilità. Dove studiosə potessero condividere le proprie ricerche in un contesto critico e non accademico, e donne, persone non binarie, razzializzate, sfruttate, o a cui vengono negati diritti fondamentali potessero collaborare per rendere visibili le vulnerabilità e indicare alle istituzioni dove intervenire. Uno spazio che permettesse ad attiviste dei movimenti femministi, ecologisti, cooperativi, sindacati dei tech workers, e a insegnanti, avvocatə, e hacker di progettare insieme campagne e socializzare analisi, rivendicazioni e pratiche di lotta attorno alla giustizia digitale. Non un consesso di esperti, ma un tentativo di contaminazione aperto e inclusivo tra saperi e pratiche che normalmente non si incrociano.
Ispirato dalla convinzione che la tecnologia sia un terreno di conflitto politico troppo importante per lasciarlo a ingegneri e venture capitalist, e dal desiderio di costruire alternative tecno-politiche realmente accessibili e partecipate. Sin dai primi passi di RTT, il tema dell’intelligenza artificiale è entrato subito e con urgenza nel cuore del progetto. Al primo Reclaim The Tech Festival (tenutosi a Bologna nel maggio 2023), un workshop sul femminismo dei dati affrontava già, per esempio, una domanda cruciale: a cosa serve un approccio femminista all’IA? Risposta: non solo e non tanto a garantire rappresentanza nei dataset, ma anche a decidere cosa conti come dato, come problema, come soluzione, e a vantaggio di chi. Pochi mesi dopo, nell’ambito del Reclaim The Tech Lab di Napoli (novembre 2023), dedicavamo un laboratorio molto partecipato alla tematica “IA, lavoro e ingiustizie algoritmiche”, chiedendoci come rendere più partecipato ed effettivo ilibattito sulla regolamentazione europea dell’IA (era in corso il processo legislativo dell’AI Act) [7], a partire dai soggetti sociali più esposti agli abusi di aziende e governi. Un dibattito pubblico urgente, ma spesso offuscato da polarizzazioni retoriche e tecnicismi normativi, ed escludente per la stragrande maggioranza delle persone, che invece sperimentano quotidianamente sulla propria pelle gli effetti dei recenti sviluppi dell’IA. Si aprivano confronti su come costruire strumenti collettivi di difesa dalle discriminazioni algoritmiche e utilizzare l’IA stessa per auto-organizzazione e attivismo (ad esempio, prefigurando alleanze con le lotte ecologiste e per la giustizia climatica su azioni di citizen science e monitoraggio ambientale dal basso).
Al secondo RTT Festival di Bologna, nel maggio 2024, prendemmo a “smanettare” con l’IA in modo ancora più pratico e diretto. Una serie di workshop di sperimentazione tecnopolitica esploravano le intersezioni tra modelli IA e pratiche di cura, cooperazione e mediattivismo, provando a testare insieme, e in maniera critica, sia l’utilizzo che la costruzione di modelli e cornici operative. Una tavola rotonda su “intelligenza artificiale, piattaforme, lavoro digitale e diritti” metteva a confronto prospettive sindacali, giuridiche e di movimento. Un dibattito con Noura Tafeche, Tiziana Terranova e Donatella Della Ratta affrontava il nesso tra tecnologi e digitali e guerra, esaminando il caso emblematico di Gaza e discutendo di come i sistemi IA stiano già ridefinendo i confini tra sorveglianza, identificazione e violenza, dentro logiche di potere che non si limitano ai contesti bellici ma prefigurano forme di controllo sociale eccezionalmente pervasive anche nelle societàformalmente democratiche. Non astrazioni: processi in corso, visibili, già irreversibili in molte delle loro conseguenze.
In questi diversi contesti, l’approccio che abbiamo cercato di praticare è rimasto lo stesso: non considerare l’intelligenza artificiale in astratto, ma lavorare con chi la costruisce, la subisce, la regolamenta, la usa, o la rifiuta, intendendo la co-progettazione non come un addendo etico ma come una condizione materiale imprescindibile per l’agire democratico. Più di tutto, il nostro è stato, è tutt’oggi, un tentativo — imperfetto, artigianale, limitato, e tuttavia necessario — di sentirci vivə, di iniziare insieme a giocare una partita che, individualmente, ci era dato a malapena osservare come consumatorə. Una partita in cui non era previsto intervenissimo, e che tuttavia è giocata sui corpi nostri e della nostra gente. Oggi, a tre anni di distanza, la partita è più aperta che mai. E lo scontro vede in campo — in posizione di vantaggio — stati, aziende e fondi di investimento, con sindacati e associazioni ome le lotte di artistə e creativə per il copyright, condivisibili o meno, restino intrappolate nelle retrovie. Ha oggi poco senso ridurre la privatizzazione delle infrastrutture della conoscenza umana a una controversia di proprietà intellettuale (concetto già abbondantemente criticato e superato, anche attraverso forme di attivismo tecno-politico come le biblioteche ombra [8]). E le difese corporative servono a poco se l’intera sfera della produzione e riproduzione sociale viene sussunta nei suoi meccanismi. Con un parallelismo storico, si possono così richiamare i cicli di lotte aperti nel XIX secolo dall’avvento dell’elettricità, inizialmente controllata da monopoli privati finché decenni di lotte, dentro i cicli delle trasformazioni politiche e industriali, non ne imposero la trasformazione in servizio pubblico. In modo non dissimile, possiamo considerare l’IA un’infrastruttura tecno-cognitiva del XXI secolo, da socializzare e democratizzare.
Le implicazioni sono particolarmente evidenti nei luoghi di lavoro, dove, senza il coinvolgimento attivo del lavoro vivo, l’applicazione dei nuovi sistemi è palesemente impensabile. Manca ancora del tutto, però, un soggetto collettivo, organizzato e transnazionale, che rivendichi le infrastrutture (datacenter, pipeline, piattaforme) e modelli (LLM, framework per applicativi software) come beni comuni: non solo nelle regole d’uso, ma nella definizione delle logiche, nella distribuzione del valore che viene dal sapere di tuttə, andando anche oltre l’open-source verso modelli di autonomia e federalismo tecnologico, come in parte già sperimentato nel Fediverso [10].
A quasi vent’anni dalla fine di Indymedia [11] (e a 25 anni dal G8 di Genova), il problema che cerchiamo di nominare non è se i movimenti sociali siano capaci di appropriarsi delle tecnologie o di svilupparne di alternative. La stagione dei media center indipendenti, degli hacklab, il software libero, i server di comunità,
nonché le più recenti sperimentazioni tecnopolitiche — dai movimenti per la sovranità digitale alle reti federate — suggeriscono che questa capacità è esistita storicamente e, nonostante tutto, esiste ancora. Ne sono un segno le innumerevoli tattiche di resistenze tecnopolitica sviluppate nelle rivolte dell’ultimo decennio, da Hong Kong a Minneapolis. Il problema è se siamo, oggi, all’altezza di produrre una critica attiva dentro, contro e oltre la trasformazione produttiva, sociale, antropologica che l’automazione cognitiva sta producendo.
La frattura consumatasi in questi due decenni non è solo culturale: è una frattura di presenza concreta dentro i luoghi e i processi in cui si decide il futuro del lavoro, della conoscenza, della vita pubblica. L’IA è una delle poste in gioco della governance globale e delle sue transizioni: manca però un soggetto collettivo che ne contesti il dominio, con la stessa radicalità con cui, vent’anni fa, si contestava la governance del commercio globale, organizzando la disobbedienza e riorientandone gli scopi attraverso i desideri e i bisogni sociali. Chi costruisce la governance dell’intelligenza collettiva, e con quale legittimità? Se la risposta continua a essere “le aziende che la possiedono e gli stati che la regolano a loro immagine”, allora il compito di chi si batte per la giustizia sociale, i diritti, la democrazia, non è schierarsi pro o contro questo o quell’attore, né condannare/assolvere questa o quella tecnologia (niente di più inutile), ma, invece, costruire un soggetto collettivo capace di intervenire nella contesa.
Solo che una simile forza sociale non può emergere senza generare una diversa grammatica di usi e strumentazioni, che sviluppi e metta in atto un’esigenza di appropriazione democratica delle tecnologie e del loro potenziale di autonomia. Reclamare l’istanza comune dell’intelligenza artificiale significa dunque affermare la nostra intelligenza collettiva, a partire dalle articolazioni delle sue forme di vita e di lavoro, dei suoi affetti, bisogni e desideri, delle sue lotte quotidiane
Note
[1] Il racconto dello sviluppatore: https://theshamblog.com/an-ai-agent-published-a-hit-piece-on-me/
[2] “Anthropic non vuole che la sua AI venga usata per uccidere o sorvegliare, ma il governo americano ha
altri piani”, Wired: https://www.wired.it/article/anthropic-pentagono-lite-intelligenza-artificiale-
sorveglianza-usi-letali/
[3] Anthropic, “Claude’s New Constitution”: https://www.anthropic.com/news/claude-new-constitution
[4] Si vedano le inchieste sui sistemi Lavender e The Gospel, utilizzati dall’esercito israeliano per la
selezione automatizzata di obiettivi a Gaza: https://www.theguardian.com/world/2024/apr/03/israel-gaza-ai-
database-hamas-airstrikes
[5] “Palantir: tecnologie veggenti per la grande deportazione”, Il Manifesto: https://ilmanifesto.it/palantir-
tecnologie-veggenti-per-la-grande-deportazione
[6] L. Giugni, La rete non ci salverà, Longanesi, 2022: https://www.longanesi.it/libri/lilia-giugni-la-rete-
non-ci-salvera-9788830458932/
[7] il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale approvato nel 2024.
[8] I. Manouach, “Il copyright non salverà gli artisti”, Not / Nero Editions: https://not.neroeditions.com/il-
copyright-non-salvera-gli-artisti/
[9] Le shadow libraries — da Library Genesis a Sci-Hub a Z-Library — rappresentano una delle forme più
significative di attivismo tecno-politico contro la privatizzazione (e la rimozione) della conoscenza e il
gatekeeping delle case editrici.
[10] l’ecosistema di piattaforme sociali federate basate su protocolli aperti (ActivityPub) e governance
distribuita. Vedi https://fediverse.info/
[11] la versione archiviata del sito di Indymedia:
https://archive.autistici.org/ai/20210701082026/https://italy.indymedia.org/