Chi sono le pescatrici che da decenni solcano i mari spagnoli e italiani? Quanti stereotipi sociali abbattono e verso verso quali futuri navigano insieme a noi? Con Il sale di Penelope, il reportage in forma di podcast selezionato a Festivaletteratura 2021 dalle giurie dei pitching di Meglio di un romanzo per essere sviluppato a puntate sul sito del Festival e su Q Code Magazine, le autrici Ilaria Potenza e Paula Blanco ci guidano attraverso il Mediterraneo alla scoperta delle loro voci. Nella prima, nella seconda e nella terza puntata abbiamo ascoltato la redeira galiziana María Ángeles, le pescatrici siciliane della famiglia Donato e . Nell’episodio finale, Paula e Ilaria e Paula completano il loro itinerario dal Delta del Po a Procida e all’isola di Ponza, incontrando lungo la rotta altrettante pescatrici le cui storie e scelte di vita, da personali, diventano esempio di rivoluzione di comunità.

COSA SUCCEDE IN MARE: DAL DELTA DEL PO A PROCIDA
di Ilaria Potenza e Paula Blanco

[La puntata è disponibile anche su SpotifyApple Podcasts e altre piattaforme]


Ci eravamo lasciati a Gandía, un villaggio situato nel sud-est della Spagna, con Carmen che ci raccontava la sua vita da pescatrice e le cose che si aspetta dall’Europa per questa professione. La rotta del Sale di Penelope ci riporta ora in Italia, a nord-est precisamente, dove il fiume Po incontra il Mare Adriatico. Siamo nella Biosfera del Delta del Po, luogo Unesco che richiama i visitatori che cercano aironi rossi e fenicotteri rosa, due delle 360 specie di uccelli che affollano la più grande zona umida del paese. Qui le donne tirano su i rascas, una specie di rastrello con una rete utile per recuperare le vongole. Sono le pescatrici del Delta del Po e contribuiscono all’economia della zona e al rispetto della sua biodiversità.

Abbiamo incontrato Oscarina e Giovanna, che si sono scelte durante una giornata di compere al mercato. Hanno iniziato la loro attività di pescatrici per caso. E allo stesso modo sono diventate amiche, condividendo tutti i giorni l’alba e reti piene di vongole.
Se all’inizio nessuno credeva a questa scelta, col tempo persino i colleghi più veterani hanno iniziato ad affidarsi ai loro consigli.
E lo si capisce trascorrendo anche solo mezza giornata insieme a loro: sono attese sul porticciolo dove si trova la barca che hanno acquistato come due vere e proprie rock star. Insieme abbiamo planato sull’acqua del Delta del Po, rompendo la nebbia, per raggiungere il punto di raccolta delle vongole.
Il Delta del Po è uno dei posti più affascinanti d’Italia, con le sue anse misteriose, i bracci d’acqua luccicanti e i trampolieri a caccia di piccoli pesci. I rami che si gettano nell’Adriatico sono quasi infiniti e rigano il Polesine, definendo una foce che cambia sempre, che si sposta, che si ingrandisce, che si alza a seconda delle piene, delle tempeste, dei detriti che trascina al mare: è una terra che si dilata di continuo. È il regno dei fenicotteri, del cavaliere d’Italia, della garzetta, dell’airone cenerino, del martin pescatore, delle orate, delle anguille, dei branzini, dei cefali, delle passere, e persino delle volpi in un panorama cinto da canne, tamerici, e limonio. È il paradiso di chi se la prende calma pedalando sui sentieri d’acqua. Di chi vaga col sacco in spalla. Di chi pagaia su una canoa, chi esplora a cavallo o affitta una barchetta da un pescatore. Oscarina e Giovanna dicono che entrare in contatto con i visitatori è un modo per restituire alla terra un po’ di quello che ha dato loro. Non solo un sostentamento, ma una passione per tutta la vita.
Oscarina e Giovanna raccontano di non perdersi una giornata di lavoro non soltanto per una attitudine stacanovista, ma anche perché amano passare il tempo nella natura. Spiegano infatti che i loro metodi di pesca sono a basso impatto ambientale, così da fare la propria parte in termini di sostenibilità. Il cambiamento climatico, infatti, è arrivato fin qui.
Durante l’estate si finisce persino ad andare a pesca…di alghe. Sulle lagune salmastre del Delta del Po, i produttori locali di vongole si trasformano in ‘spazzini’ per continuare a pescare e tutelare così l’ecosistema da una proliferazione algale eccezionale che mette a rischio le vongole e la vita in laguna. Le alghe infatti assorbono ossigeno e con una presenza così massiccia causano anossia e soffocano tutte le forme di vita.


Siamo stati poi a Procida, dove abbiamo incontrato Maria Costagliola, la prima pescatrice dell’isola. Siamo in Campania e Maria è una vera e propria istituzione, al punto da essere conosciuta come Maria alla Corricella, dal nome del più antico porticciolo procidano. Viene chiamato anche borgo perché qui si formò un villaggio di pescatori nel Seicento, quando gli isolani abbandonarono Terra Murata.
Un tempo il borgo era il regno dei pescatori che, di ritorno dal mare, stendevano lungo le strade le proprie reti per rammendarle e pulirle, così da prepararle per il giorno successivo. Ora se ne vedono molte meno, visto che lo spazio a disposizione si è ridotto per l’esigenza di offrire ai numerosi turisti più tavoli all’aperto. Certi numeri sono stati raggiunti anche grazie al successo del film Il postino, che ha permesso di conoscere meglio il luogo. L’architettura della Corricella è veramente unica. Le case scavate direttamente nella roccia sono vicine le une alle altre. Altra caratteristica del borgo è il particolare balcone delle abitazioni che si chiama vefio, un tipico balcone ad arco che somiglia un po’ a un occhio. Si dice che simboleggi l’occhio delle mogli e madri dei marinai che, con la speranza di vedere presto ritornare i propri cari dal mare, trascorrevano intere giornate sul balcone a guardare l’orizzonte. Quest’architettura di tipo fiabesco è diversa da quella del resto dell’isola ed è in netto contrasto con il borgo medioevale di Terra Murata. Le case della Corricella sono diverse nei colori di tonalità pastello. Tutto merito dei pescatori che hanno così trovato un modo originale per individuarle facilmente quando sono di ritorno dal mare. La caratteristica di questa architettura popolare è persino diventata argomento di studio per l’Università di Tokyo che ogni anno manda qui i suoi studenti.
Procida è Capitale italiana della cultura 2022. Le rotte che ci portano qui, con potenza di immaginario e concretezza di visione ce la mostrano come capitale esemplare di dinamiche relazionali, di pratiche di inclusione nonché di cura dei beni naturali. Procida è aperta. Procida è l’isola che non isola, laboratorio culturale di felicità sociale. Durante l’anno sono attesi ben 44 progetti culturali, che porteranno sull’Isola più di 200 artisti internazionali. Procida si svelerà così al mondo con il proprio fascino antico che guarda al futuro. Lo stesso che ha spinto Marianna Licari, giovane isolana, a iniziare il progetto Isole Minori per raccontare la storia di questi microcosmi che descrivono al meglio la realtà.


Marianna è originaria di Ponza, isola del Lazio, e da sempre ha girato intorno al significato di memoria e alle foto del passato, anche con progetti personali. Qualche anno fa si è imbattuta casualmente nelle foto di una nota agenzia scattate a Ponza e Ventotene, scoperta contestuale alla lettura de “Isole minori” di Lorenza Pieri. Dopo è nata l’idea, che forse era già lì nascosta nella sua testa: qualcuno aveva mai provato a mettere insieme foto delle isole minori? Ha iniziato a cercare e ha trovato tantissimi scatti. Da qui è partito tutto, nel gennaio 2020. Da quel momento Marianna ha aperto i profili social del suo progetto Isole Minori, dove posta fotografie e approfondimenti per perdersi in un viaggio virtuale alla scoperta di questi luoghi senza tempo. Marianna ci mostra immagini inedite e ci parla anche del fermento nato nel 1946 intorno a Panaria Film, la casa cinematografica fondata dal siciliano Francesco Alliata che ha portato fino ai giorni nostri le prime riprese subacquee di donne pescatrici.
Alliata aveva origini nobili e, dopo aver recuperato l’attrezzatura necessaria dall’America, l’ha rese impermeabile per lavorare a una serie di cortometraggi a tema marino. I primi in tutto il mondo. Successivamente, grazie all’interessamento dello stesso Roberto Rossellini, la Panaria Film passò al cinema producendo tra gli altri il film Vulcano di William Dieterle e La carrozza d’oro di Jean Renoir, entrambi con Anna Magnani. Primo esempio al mondo di cinema a colori made in Sicily. I documentari Scilla e Cariddi e Tonnara, con immagini di grande intensità girate dallo stesso Alliata che arrivò a immergersi circondato da centinaia di tonni che si agitavano nel tentativo di trovare una via di fuga, furono inoltre premiati ai Festival di Venezia nel 1948 e al Festival di Edimburgo nel 1950.
Il sogno nel cassetto di Marianna è ora la messa a punto di un archivio nazionale con tutte le foto storiche raccolte. Lo definisce “una messa in rete letterale e figurata di tutte le storie delle isole”, nonché un’occasione per mettere un punto fermo a questa memoria così sublime e labile, che va via come un segno sulla sabbia che tocca le piccole isole.

Un po’ come hanno provato a fare Paula e Ilaria con il viaggio della nostra Penelope, che ha avvicinato Spagna e Italia nelle storie delle pescatrici. La nostra Penelope si prende il mare ed è pronta a salpare ogni giorno per questa scelta di vita che, da storia personale, è diventata esempio di rivoluzione di comunità.