Storie dello spazio profondo: addio a Francesco Guccini

L’amore di Francesco Guccini per il fumetto non era un mistero. “L’America era il mondo sognante e misterioso di Paperino”, recitava già nel 1978 un verso della canzone Amerigo, mentre in diverse interviste il cantautore emiliano era tornato a più riprese sulla sua passione per il personaggio di zio Paperone.

Ma forse è meno noto il fatto che il Maestrone di Pavana, nel suo lungo e variegato percorso artistico, ha dato vita a diversi fumetti in prima persona, collaborando tra l’altro con alcuni tra i più noti autori italiani attivi come lui sulla scena culturale bolognese.

La sua prova più articolata in questo senso è sicuramente Storie dello spazio profondo, miniserie in sette episodi realizzata insieme all’amico fumettista Bonvi, celebre creatore – tra gli altri – di Cattivik e soprattutto di Sturmtruppen, serie alla quale anche Guccini collaborò con la sceneggiatura di alcuni episodi.

Uscita su rivista tra il 1969 e il 1970, Storie dello spazio profondo è un cocktail esplosivo e dissacrante di intuizioni, citazioni e anticipazioni, condite da una massiccia dose di sarcasmo in perfetta coerenza con lo stile dei due autori, ciascuno nei rispettivi ambiti.

La serie è ambientata in un remoto futuro dove la sovrappopolazione della Terra è al punto di non ritorno: le auto sono state messe al bando per liberare spazio sulle strade, e tutti si spostano a piedi mentre periodiche migrazioni forzate costringono gli sfortunati estratti a sorte al trasferimento su altri pianeti.

In questo scenario disperante, con l’aria scanzonata di chi ha abbandonato la nave prima del naufragio, si muove un avventuriero dello spazio senza nome, ma con il volto dello stesso Bonvi e una propensione irresistibile a cacciarsi nelle situazioni più assurde in cerca di facili guadagni.

Il nostro “eroe” ha tutte le carte in regola per essere considerato uno Han Solo ante litteram, considerando che Star Wars uscirà solo nel 1977: diversamente dal personaggio reso immortale da Harrison Ford, però, non si dedica al contrabbando, ma più prosaicamente alla truffa.

Se Han Solo ha vinto la sua celebre astronave, il Millennium Falcon, giocando d’azzardo con l’amico Lando Calrissian, il protagonista di Guccini e Bonvi esordisce perdendo la propria a favore di un piccolo robot, che da lì in poi diventerà il suo pedante quanto fondamentale compagno di avventure.

Con le fattezze di Wall-E quarant’anni prima del film Pixar e un carattere petulante a metà strada tra C-3PO e Marvin, l’androide paranoico di Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams (1979), il robot non è solo la spalla comica del protagonista, ma lo trae spesso d’impiccio durante le sue strampalate imprese.

A partire dai due personaggi principali prende vita un universo narrativo stralunato e debordante, dove la critica sociale della miglior fantascienza si mescola alla sferzante ironia degli autori che ne hanno per tutti, dalla società contemporanea allo stesso genere narrativo che hanno scelto per la loro serie.

Già dai titoli delle storie traspare questa ironia: lo spazio, frontiera remota ed esotica per eccellenza, viene ridimensionato con titoli che rimandano a proverbi comuni e triti, come Galassia che vai…, Meglio soli che male accompagnati (con la sua taverna a là Mos Eisley) o Chi cerca trova ed i cocci sono suoi.

La combinazione tra questo approccio scanzonato e i riferimenti alla fantascienza letteraria raggiunge un equilibrio perfetto nella storia Bonifica spaziale, dove i nostri eroi si danno da fare per truffare l’ente governativo che rende abitabili i pianeti individuati per le migrazioni forzate.

Già la scelta del termine bonifica al posto del più altisonante terraformazione tipico della fantascienza è un primo indizio, così come l’aspetto dimesso e molto… statale dell’impiegato dal quale i due truffatori ottengono l’incarico che dà il titolo alla storia.

Eppure, nello svolgimento surreale della vicenda, non mancano riferimenti a opere seminali della fantascienza, come il romanzo Solaris di Stanisław Lem (1961) e la raccolta di racconti Cronache marziane di Ray Bradbury (1950).

Storie dello spazio profondo è una miniera di easter egg: dai romanzi hard-boiled evocati dal titolo Pupe, pugni e robot al “lancio di pistola” di Bonifica spaziale, che agli appassionati di fumetti non può non ricordare la coppia Dylan Dog-Groucho di Tiziano Sclavi, anch’essa di là da venire non prima di quindici anni.

La legione dello spazio, invece, sorprende per il tono più serio della vicenda: nonostante le scene in puro stile Sturmtruppen che aleggiano qui come in tutta la serie, questo episodio catapulta i protagonisti all’interno di una guerra per la liberazione del pianeta Kromon.

Accanto a elementi che anticipano anche qui Guerre Stellari – la principessa Tchyzia come Leia, lo scontro tra fazioni come su Naboo – emerge qualche cenno al background narrativo della serie, insieme a un tono militaresco che ricorda tante storie a fumetti dell’epoca, oltre a Starship troopers di Robert A. Heinlein.

Se la comicità dissacrante rappresenta il contributo più evidente di Bonvi alle storie insieme al disegno, la presenza di temi profondi e tuttora attuali è forse la cartina di tornasole della presenza creativa di Guccini, sempre capace di trattare in modo caustico e diretto anche gli argomenti più difficili.

Ambiente e tecnologia, le migrazioni forzate, la sovrappopolazione che ricorda un’altra pietra miliare della fantascienza come La fuga di Logan di George C. Johnson e William F. Nolan (1967), fino alla religione e la ricerca di Dio, beffardamente al centro della storia Chi cerca trova.

C’è un filo invisibile che unisce canzoni di Guccini come L’atomica cinese – impossibile non notare che il Maestrone se n’è andato nell’anniversario della bomba su Hiroshima, mentre oggi ricorre quello di Nagasaki – e Noi non ci saremo al fumetto Storie dello spazio profondo.

Come a dire che forse, quando avremo prosciugato definitivamente il nostro pianeta, ci resterà il cosmo: ma anche lì, sembrano suggerire Guccini e Bonvi, ci poteremo dietro tutti i nostri limiti e difetti di esseri umani. Sperando, almeno, di essere ancora capaci a non prenderci troppo sul serio.

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