Sciamàdda/10 – Il custode della diga

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Severino divide la sua vita tra Genova, dove ha la casa e la famiglia, e il suo luogo di lavoro sull’Appennino ligure. Lui è il custode delle dighe che riforniscono gli acquedotti della provincia di Genova, un lavoro molto novecentesco che però lo proietta in un futuro a noi prossimo, quando l’acqua sarà una risorsa sempre più rara e preziosa.

«Sono arrivato a fare il custode in modo del tutto casuale. A vent’anni facevo già parte dell’azienda che si occupa della rete idrica a Genova, lavoravo come saldatore nella loro officina. Poi, a seguito di un posto rimasto vacante, mi è stato chiesto se volevo cambiare reparto, cioè andare a lavorare sulla diga. Il posto lo conoscevo già, perché comunque sono nato lì vicino e ci andavo da bambino a fare le passeggiate con gli amici. Inizialmente ho accettato con un tempo limite di un anno e mezzo, ora sono quindici anni che sono su».

Severino mi racconta tutto questo in casa mia, ci siamo dati appuntamento qua perché non aveva mai risalito la mattonata in cui abito ed era curioso di vederla. Nonostante Genova sia stretta tra mare e montagna, con uno spazio limitato per tutto, rimane sempre la meraviglia di scoprire nuove strade con scorci vista mare. Questa ricerca della bellezza me l’hanno insegnata i genovesi, che sono perdutamente innamorati della loro città.

«Il mio lavoro consiste nel controllo delle dighe e delle loro strutture, con una serie di controlli fissi da fare mensilmente e settimanalmente. Inoltre ogni sei mesi il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, tramite il R.I.D (Registro Italiano Dighe), invia ispettori che controllano tra le tante cose anche gli scarichi di fondo, i movimenti della diga e le infiltrazioni d’acqua. Su da me le dighe sono state costruire tra fine Ottocento e inizio Novecento, le hanno fatte talmente bene che sono tutt’ora in piedi, a parte una che è in riparazione. L’atteggiamento del Ministero, soprattutto dopo la caduta del ponte Morandi, è cambiata completamente. Se prima c’era un po’ di lassismo nei controlli, adesso c’è intransigenza totale.

Un’altra delle mansioni che svolgo è quella di fare manutenzione alle turbine che producono energia elettrica, perché spesso vanno in blocco e ci sono guasti quotidiani. In più c’è tutta la manutenzione della zona, dal taglio degli alberi in prossimità della strada al taglio dell’erba. Su il posto è già un luogo stupendo di suo, credo sia giusto mantenerlo in ordine».

Severino è il custode di una risorsa molto importante, come sappiamo in futuro l’acqua scarseggerà sempre di più, dunque per capire come ottimizzarla è necessario innanzitutto sapere come funziona il ciclo antropico dell’acqua in relazione alle aziende che lo gestiscono.

«Se l’azienda delle acque segue le regole, ci sono delle concessioni e non può prendere tutti i litri d’acqua che desidera, anche i pescaggi sono regolamentati a seconda della stagione. Per l’approvvigionamento delle città, solitamente le prese d’acqua non avvengono mai alla sorgente del fiume, spesso sono effettuate in un tratto in cui vengono creati dei pozzi, in questo modo si va a pescare l’acqua più sotterranea che è anche più pulita rispetto a quella in superficie.

Sicuramente l’acqua dai fiumi si ruba, sia per per uso domestico sia per irrigare i campi, ma in un momento storico come il nostro è una cosa che ci può stare, tenendo sempre presente che i fiumi hanno una vita e un loro ecosistema da salvaguardare. Un caso a parte sono i comuni più grossi o le frazioni di campagna, che tendono ad alimentarsi con acquedotti periferici e con delle prese alle sorgenti tramite piccoli impianti di filtraggio autonomi. Questo è un bene fino a un certo punto, perché comunque è acqua di sorgente che andrebbe ad alimenterebbe un suo ecosistema».

Come risorsa non rinnovabile l’acqua porta con sé anche la questione legata agli sprechi e al mancato ammodernamento della rete distributiva: «L’anello debole nella fornitura dell’acqua è decisamente la rete idrica cittadina. Ci sono infatti molte perdite soprattutto da quando hanno automatizzato le valvole senza rinnovare la rete di distribuzione. Prima le valvole si aprivano a mano con dei tempi da rispettare, davi un giro e aspettavi cinque minuti, poi un altro giro e aspettavi altri cinque minuti. Oggi invece è tutto meccanizzato e gestito da remoto, se tu schiacci un tasto la valvola si apre all’istante e, soprattutto nelle curve delle tubature, avviene il cosiddetto colpo d’ariete. La rete è vecchia e malandata e, se c’è una curva nelle condotte, un conto è se l’acqua scorre piano piano in base all’apertura graduale della valvola, un conto è aprirla di punto in bianco, la forza che arriva è talmente violenta che raddrizza i tubi portando a perdite enormi. I colpi d’ariete accadono però solo sulla rete cittadina, quando appunto l’acqua arriva così potente che il tubo vecchio e marcio ne risente. Questo è l’esempio di come l’automazione fine a se stessa produce spreco, non è per nulla efficiente… e poi macchina automatica no anima, me lo ripeto sempre».

Oltre al dato tecnico sulla gestione delle acqua, c’è anche un punto politico inerente alle aziende partecipate che hanno in mano il ciclo antropico dell’acqua e la produzione di energia idroelettrica. «Le turbine per generare energia si installano anche in piccoli rivi senza mai rubare acqua, costruendo bypass in modo tale da permetterle di passare dentro alla turbina per poi tornare al fiume. Quella che invece esce dalle dighe per generare energia viene poi stoccata in vasche di contenimento e successivamente data alla rete se le vasche sono piene. Da questo punto di vista direi che c’è un’ottima gestione. L’energia prodotta dall’acqua viene poi presa dall’azienda che gestisce la rete idrica per rivenderla all’Enel.

A mio mio avviso energia e acqua dovrebbero essere pubbliche al 100%, ma purtroppo non è così. Il problema grosso di queste aziende partecipate è però lo sperpero di soldi legato agli amministratori delegati. Sono consapevole della responsabilità, anche legale, che queste persone hanno, però i loro stipendi e le loro buone uscite hanno cifre da capogiro. Molto spesso non portano a termine né il contratto né i piani industriali che propongono e questo, oltre a un ingente danno economico, porta anche a un allentamento nell’organizzazione del lavoro. Sono sempre le stesse persone, gli amministratori delegati, girano tra le varie partecipate e ne pigliano dal tappo e della spina, come si dice qua a Genova. E per un’azienda a partecipazione pubblica che utilizza soldi nostri secondo me è inaccettabile».

Ottimizzare l’esistente dovrebbe in effetti essere il primo obiettivo concreto per un’azienda che gestisce le risorse di territorio, non solo in termini economici, ma anche in termini di sicurezza e prevenzione, al fine di rendere il territorio più performante rispetto al cambiamento climatico. Avendo coscienza che quest’ultimo è un tema complesso che porta con se molteplici responsabilità, si può affermare che la cura del territorio e la sua messa in sicurezza indubbiamente non contrastano il cambiamento climatico, ma sono sicuramente un punto di partenza importante per attenuare i suoi effetti nei territori colpiti.

Sappiamo che il partito del cemento mette d’accordo tutte le forze politiche, basti pensare alla costruzione del nuovo Passante di Bologna che andrà a cementificare la pianura e che è stato approvato dall’auto definitasi giunta più progressista d’Italia, o alla cementificazione del mare per quanto riguarda la costruzione della nuova Diga foranea a Genova.

A tal proposito sentiamo spesso che l’unica proposta che passa dal Parlamento per contrastare la siccità è quella di costruire nuovi invasi per contenere l’acqua piovana in eccesso. «Questa proposta io la vedo solo come una volontà di far lavorare le aziende amiche dei partiti e delle mafie. Non ci vedo assolutamente un interesse per l’effettiva raccolta dell’acqua.

Le dighe esistenti spesso sono vuote, e sono vuote perché non piove, non c’è acqua, è evidente che le precipitazioni sono calate notevolmente in questi ultimi anni, ti parlo degli ultimi sei-sette anni, così come è calato l’innevamento. Chiaramente piove meno e la cosa più semplice, anche per tenere buona l’opinione pubblica, è quella di dire costruiamo nuovi invasi. Ma se non piove queste dighe non si riempiono!

Dovremmo piuttosto cercare di mantenere quelle esistenti bene e in salute, con una manutenzione assolutamente efficiente. Di costruire dighe e nuovi invasi facciamone a meno».

Il fabbisogno di acqua di un territorio è soprattutto legato alle attività produttive inserite al suo interno. Al netto del cambiamento industriale avvenuto nel Paese, ci sarebbero molte altre soluzioni da mettere in pratica. Per quanto riguarda Genova, ad esempio, «una volta le dighe servivano i distretti industriali di Val Polcevera e Campi, zone che adesso sono ridotte a sedi di centri commerciali e piattaforme logistiche di aziende multinazionali. Quando all’industria l’acqua serviva veramente, ad esempio per il raffreddamento del reparto area a caldo nell’acciaieria di Cornigliano, arrivavano delle tubate d’acqua da 800 litri al secondo per delle giornate intere, e lì sì che i laghi delle dighe andavano giù. Adesso questo viene meno. Secondo me ora si tratta di fare dei programmi di gestione delle acque seri e mirati, iniziando ad esempio nel sensibilizzare le persone sull’importanza dell’acqua, perché questa percezione ancora non c’è. Capisco che sono discorsi delicati e spesso è facile generalizzare, però l’idea è quella di ottimizzare l’esistente per evitare di costruire altro».

Ed è proprio questo il punto che emerge dalla chiacchierata con Severino, quello che dobbiamo combattere nelle lotte per l’ambiente, cioè l’idea di finanziare grandi opere che distruggono gli ecosistemi al fine di ottenere un vantaggio esclusivo per l’essere umano. Ma non solo, bisogna recuperare l’idea che è doveroso bloccare un intero sistema di sviluppo economico che ha da sempre come unico e solo obiettivo la sua autoriproduzione e che vede come sua unica e remota essenza generatrice lo sfruttamento illimitato di risorse.

Matteo Pioppi

Classe 1983, nato a Scandiano (RE). Nel 2012 a Bologna ho fondato con alcuni amici Bébert Edizioni. Per le edizioni Bébert ho curato vari libri, tra cui “Sopravvivere a Sarajevo”, “Visto Censura. Lettere dei prigionieri politici in Italia 1975-1986”, “Questi fiori malati. Il cinema di Pedro Costa”, “Armonie contro il giorno. Il cinema di Béla Tarr” e “Il sole contro". 7 luglio 1960, Reggio Emilia”. Con la raccolta di racconti "Geografie", nel 2020 ho vinto il Premio Navile – Città di Bologna.

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