Crisi alimentare globale, guerra e neocolonialismo

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La guerra in Ucraina ha scompaginato gli equilibri globali. Lo scontro intreccia molteplici piani (militare, finanziario, economico, energetico) e, fin da subito, ha ecceduto i confini geografici del teatro bellico, con ruoli centrali di Turchia e Cina, aprendo alla triste possibilità di un’estensione planetaria anche attraverso l’impiego di dispositivi termonucleari. Mentre la conta dei morti aumenta, i costi dello scontro militare raggiungono anche l’Europa. I rincari di luce e gas già gravano sui bilanci famigliari. E la tempesta pare essere dietro l’angolo: si prevedono, e in alcuni casi si vedono già, aumenti consistenti dei generi di prima necessità. Grano, mais, olio e soia, in primis. Inoltre, il crescere dell’inflazione sta erodendo il potere d’acquisto. Partendo dalle connessioni tra mercato alimentare e dinamiche geopolitiche, questo contributo intende offrire alcune riflessioni in prospettiva storica sull’estrattivismo e sulle dinamiche neocoloniali, anche facendo riferimento al dibattito critico sulla sovranità alimentare.

Il mercato globale dei cereali

Secondo il rapporto OEC del 2020, Russia e Ucraina hanno prodotto il 28,47% – rispettivamente il 19.5% e l’8.97% – delle esportazioni globali di grano, per un importo totale di 14.71 miliardi di dollari. Un mercato che le due nazioni in guerra contendono a Canada (13.9% per 7,13 miliardi), Stati Uniti (13,7% con 7,04 miliardi) e Francia (9.26% con 4.76 miliardi). Seguono altri produttori: l’Australia (5,21%), la Germania (4.32%) e l’Argentina (4.17%). Tra i principali importatori di grano, invece, ci sono l’Egitto (10,1%, per 5,2 miliardi), la Cina (6.75%, 3.47 miliardi), la Turchia (4.74%), l’Indonesia (4.04%) e la Nigeria (4.17%). La classifica continua con paesi del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia, dell’America Latina: Algeria (3.19%), Filippine (2.9%), Bangladesh (2.5%), Marocco (2.49%), Brasile (2,38%) e Messico (1.91%). Già da una prima analisi di questi dati è possibile riscontrare che numerosi paesi non godono della sovranità alimentare, ossia sono costretti a importare grano per far fronte al fabbisogno interno. 

Ben prima dell’inizio del conflitto, la situazione era critica per il sovrapporsi di molteplici fattori. Infatti, il prezzo del grano – e di tutti i cereali – era aumentato vertiginosamente (48%!) durante la pandemia, nel 2021, ma anche a causa dei cambiamenti climatici, della siccità nei paesi produttori e della conseguente bassa produzione.

Si pensi al caso degli Stati Uniti che rappresentano il 13.7% della produzione di grano e sono i maggiori esportatori di cereali (30.5 miliardi di dollari). Nel periodo in considerazione, era stato registrato un calo netto della produzione – concentrata prevalentemente in Oregon, Texas e Louisiana. Turchia e Iran, addirittura, sono stati costretti a raddoppiare l’importazione a causa della scarsa produzione nazionale. Nella stessa condizione si sono trovate anche la Francia, falcidiata dal maltempo, e l’Argentina.

Se adottiamo una lente più ampia – quella dei cereali – la situazione cambia solamente in cima alla classifica. Come già anticipato, gli Stati Uniti sono il primo produttore (con 20,2 miliardi di dollari, pari al 15.7%). Seguono Russia (8,95%, ossia 11.5 miliardi), Ucraina (8,14%, 10,5 miliardi), Argentina (7,33%, 9,41 miliardi), India (6,93%, 8,9 miliardi). Tra i maggiori importatori, invece, ci sono la Cina (8,56%), l’Egitto (5,59%), il Giappone (3,89%), il Messico (3,5%) e l’Arabia Saudita (3,38%). Nel continente africano, gli stati obbligati a comprare cereali sono Algeria, Nigeria, Marocco, Tunisia, Senegal, Sud Africa, Costa d’Avorio e Benin; in Asia: Vietnam, Filippine, Iran, Indonesia, Malesia, Iraq, Yemen e Qatar; in America Latina: Brasile, Colombia, Peru, Cile, Venezuela ed Equador. 

Dunque, sono evidenti alcune questioni di carattere storico. Per prima cosa, una parte consistente dei Paesi costretti a importare grano e cereali hanno mantenuto, fin dal colonialismo e anche dopo la decolonizzazione, un rapporto di dipendenza agro-alimentare con quelli europei e occidentali. In alcuni casi, il controllo delle sementi – e la modificazione per finalità commerciali – ha provocato e continua a causare veri e propri disastri socio-ambientali: desertificazioni, crisi economiche e migrazioni.

Per comprendere quale sia il potere assunto da questo comparto – e il pericolo che sta correndo il Pianeta – si pensi che nel 1981 le aziende produttrici di sementi erano 7.000, mentre oggi una ventina di multinazionali governano oltre l’80% del mercato globale dei semi e il 75% dei pesticidi.

Il controllo e la modificazione delle sementi possono avere impatti globali, arrivando a determinare persino il default di un paese, se la sua economia è centrata sul settore agroalimentare come spesso è accaduto in Africa, America Latina e Asia. 

Inoltre, in moltissime ex-colonie il land e water grabbing è endemico. Prendiamo a campione esemplificativo il continente più falcidiato da questo fenomeno: l’Africa. Solamente per quanto riguarda i cereali, numerosi sono i progetti di estrazione di ricchezza avviati negli ultimi due anni da parte di capitali esteri: ad esempio, il governo egiziano che ha stretto un accordo con la holding saudita al Dahra per la produzione di grano (30%), mais (25%), patate (25%) ed erba medica (20%) nella zona di Almunajah Abu Wahsh e in altre aree del sud. Poco lontano dal confine con il Sudan, le autorità del Cairo hanno venduto terre ai fondi internazionali Rajhi e Jenaan. In Sudan, i siti di produzione agricola sono numerosi.

Nel perimetro tra Kartum, al Dabbah, Merowe, Abu Hamad e Atbara, operano la cinese ZTE Corporation, l’Abu Dhabi Fund for Development, il fondo Hassad Food del Qatar, il al Rajhi International fund e Zayed al Khair degli Emirati Arabi Uniti, il Hail Agriculture dell’Arabia Saudita, con produzione intensiva di grano, mais, erba medica, sorgo e orzo. Più a sud, a spartirsi le zolle fertili sono compagnie di Abu Dhabi (al Dahra), di Djibuti (Societé Dijiboutienne de Securité Alimentaire) e dell’Arabia Saudita (Nadec). Stessa è la situazione in Etiopia, Sudan del Sud, Uganda e Tanzania. In Zambia, nell’area tra Katima Mulilo, Livingstone, Serenje e Luanshya, sono attivi oltre 17 grandi progetti di produzione agricola finanziati da capitali esteri. Situazioni simili si registrano anche in Mozambico, Zimbabwe, in Burkina Faso e Senegal.

E, va ripetuto, ci si è limitati ad esaminare i dati degli ultimi due anni relativi ai nuovi territori comprati, affittati, rubati da capitali esteri per la coltivazione di cereali.

Dunque, ricapitoliamo: controllo delle sementi e land grabbing. Se a ciò si aggiunge la crisi economica derivante dalla pandemia e l’incapacità da parte dei governi dei Paesi del Sud globale di dare risposte – efficaci ed efficienti – per una riforma agraria, per un supporto ai piccoli agricoltori, o per garantire una giusta alimentazione a ogni persona senza devastare gli ecosistemi, la situazione diventa davvero tragica. La formula si ripete un po’ ovunque, dal Marocco al Libano, dalla Tunisia all’Etiopia: l’innalzamento delle temperature unito a sementi sterili generano raccolti sempre più poveri. I piccoli proprietari, che il più delle volte hanno ereditato le terre dai genitori, devono vendere una parte dei possedimenti per tentare di andare avanti, per sperare in una stagione migliore. Lo devono fare, il più delle volte, a capitali esteri.

Ma questo è l’inizio della fine: difficilmente, si riuscirà a risollevare la situazione. Quando la situazione si aggrava, l’unica soluzione è migrare dalle campagne in città o verso nord (Europa e Stati Uniti, in particolare).

Il land grabbing non riguarda solamente l’Africa, l’America Latina e l’Asia, ma anche paesi più vicini all’Europa, come la Romania, oppure la stessa Ucraina. Secondo il rapporto Land Matrix, dell’agosto 2020, su 60 milioni di ettari di terreno coltivabile, il 55% è classificato arabile. Il “granaio d’Europa”, come è stato soprannominato dai media europei recuperando un lessico coloniale, fin dall’introduzione della legge del 1992 è stato dominato da pochi proprietari. L’appezzamento di terra, garantito dalla riforma ad ogni famiglia, è stato presto affittato o abbandonato. In poco tempo, cioè, nelle mani di pochi si sono concentrate ingenti proprietà.

Secondo il report, nel 2020 erano attivi 242 contratti per coltivazioni di milioni di ettari, con una tipologia di locazione medio-lunga (da 7 a 49 anni). Gli investitori controllavano il 7.6% del terreno agricolo e il 10% di quello arabile, per un totale di 3.242.438 ettari.

Secondo l’Eastern Europe Regional Focal Point (RFP) la percentuale, invece, arriverebbe al 15%. I paesi che hanno acquisito terre per la coltivazione sono Cipro (UkrLandFarming Plc e MGP S.E.), Lussemburgo (Kernel Holding S.A.), Stati Uniti (NCH Capital Inc.) e Olanda (Astarta Holding B.V.). Ci sono poi tutte quelle aziende e quegli stati che compravano dai produttori ucraini grano, mais, girasoli, soia a un prezzo bassissimo, quasi ridicolo. Basti pensare che il 65% degli investimenti di Kiev riguarda proprio l’attività agricola.

Un nuovo “scramble” per energie e cibo, tra paura e inflazione

Proviamo, ora, ad analizzare la guerra partendo dai dati sopra proposti. Intanto, la ridefinizione degli equilibri geopolitici rivela la complessità dello scenario di guerra che, chiaramente, non riguarda solamente le nazioni belligeranti, ma l’intero globo. Se si adotta questa lente, il conflitto è già mondiale, sebbene venga combattuto con armi differenti in contesti diversi (quelle militari, quelle economiche, quelle politiche, ecc.).

Inoltre, non è possibile slegare la parte economica, dal comprato finanziario, come pure da quelli tecnologico e militare. Tutti questi piani, però, non sono simmetrici e non corrispondono a un solo soggetto o a un modello preciso: una nazione, un’azienda, un capitale finanziario. 

L’eterogeneità dei soggetti, dei contesti e degli interessi rende incerto il piano delle alleanze. Si pensi al governo italiano che per sostituire il gas russo ha benedetto l’accordo tra Eni e l’algerina Sonatrach, ma anche avallato altri contratti con Congo e Angola; che ha organizzato un colloquio con il primo ministro israeliano Naftali Bennet, con la supervisione di Ursula von der Leyen. Lo shopping energetico della Germania di Olaf Scholz ha puntato, invece, sul Senegal e il Niger. Per Roma e Berlino, poi, Doha rappresenta oltre sei miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto. Gli Stati Uniti sono arrivati persino ad eliminare le sanzioni al Venezuela di Maduro per poter garantire il fabbisogno energetico, ottenendo licenze di estrazione di petrolio e gas per Chevron, Eni e Repson. Ciò è avvenuto nonostante il viaggio di Maduro a Tehran e l’incontro prima con Khamenei e poi  con Raisi per siglare un accordo di cooperazione ventennale tra i due paesi. 

Il movimento dei “Nord” verso i “Sud”, dall’Europa e dall’America verso l’Africa, ricorda la storia dei colonialismi. Gli stati nazionali hanno cercato di conquistare terre e risorse per accrescere il potere economico, il ruolo militare sul mare e sulla terra, il prestigio politico. Oggi questa dinamica di estrazione della ricchezza avviene in altri modi e su territori geografici che non corrispondono sempre a quelli coloniali. L’elaborazione teorica prodotta sui contesti coloniali (Irlanda, India, ma anche Algeria, Vietnam, ecc.) potrebbe essere riletta nella prospettiva del nuovo quadro in definizione e, in particolare, dei diritti dei popoli. Anche se è necessario chiarire che “il popolo” è, di per sé, un’invenzione politica: una formula che, a differenza del “cittadino”, mette insieme e rende omogenei posizionamenti differenti con l’obiettivo di supportare uno schema, un modello, un paradigma. Chi sarebbe il “popolo ucraino”? E chi quello “russo”? Il termine ‘popolo’ si riferisce a un soggetto collettivo unitario, mentre per ‘cittadino’ si intende chi ha un rapporto di diritto con uno stato. ‘Popolo’ è usato appositamente per non affrontare le forme culturali, sociali, economiche e politiche che riguardano molti gruppi all’interno di ogni stato, che vivono su di uno stesso territorio nazionale. Una volta ridotto il popolo a entità omogenea, si avalla l’idea di una connessione diretta tra l’invenzione e la rappresentanza politica. A quel punto, il gioco è fatto: i leader delle parti in causa evocano mitologie, del passato o del presente, a supporto di una condizione futura migliore per il proprio popolo.

Siamo dinnanzi a una questione di linguaggio, di “estetica della politica”: parlare del conflitto attuale attraverso un lessico contrappostivo e duale forse può dare qualche flebile rassicurazione rispetto alla collocazione individuale e collettiva (come Paese o Europa), ma certamente nasconde la rapida ridefinizione degli assetti di capitali e alleanze. 

Ritorniamo, dunque, al grano, ai cereali con la consapevolezza di quanto detto finora. Ai “due corridoi del grano”, che segnatamente porteranno le produzioni ucraine in Europa attraverso la Polonia e la Romania, se ne aggiungerà presto un terzo lungo gli stati del Baltico. L’intermediazione di Erdogan, per l’allentamento del blocco russo delle navi ucraine nel Mar Nero, sembra essere stata finalizzata a riaffermare il veto turco rispetto al possibile ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato, paesi che hanno posizioni ben diverse da Ankara sul PKK. 

Inoltre, il problema della crisi alimentare globale è spesso raccontato come conseguenza diretta e unica della guerra in corso. Invece, come chiarito pure nel Food Outlook, pubblicato nel giugno 2022 dalla Food and Agricolture Organization, le ragioni sono numerose: certo, questo scontro militare, ma anche il cambiamento climatico, come pure l’impatto dell’inflazione e della crisi sui fattori di produzione. Inoltre, proprio come era accaduto durante l’ultima crisi del 2007-2008, la speculazione finanziaria ha un ruolo centrale nella determinazione dei prezzi. Stando alle stime della FAO, la produzione mondiale di grano del 2022 sarà inferiore all’anno precedente solamente dell’1%; e, in termini assoluti, la produzione sarà comunque superiore al biennio 2018-2020. Inoltre, la proiezione del consumo totale è inferiore alla produzione, al punto che si prevede persino che saranno incrementati degli stock. 

Due sono i fattori, come ricorda l’economista indiana Jayati Ghosh, che sembrano essere centrali: l’aumento consistente dei prezzi delle grandi aziende agroalimentari che commerciano grano e cerali in generale; la speculazione finanziaria nei mercati a termine del grano, che può determinare aumenti anche sugli altri mercati. Ancora una volta, il pericolo più grande della visione manichea proposta dalle propagande di guerra è di semplificare, rendendo invisibili dinamiche complesse. Alla luce di quanto detto, le navi russe cariche di grano ucraino fotografate dai satelliti nel porto di Melitopol sono, sì, rappresentative di come Mosca usi il cibo quale arma di guerra, ma certamente da quei carichi, come dai raccolti di Russia e Ucraina, non dipende la crisi alimentare mondiale che è, invece, sistemica.

Quanto sta accadendo è, sì, determinato dalla guerra come processo di accelerazione della crisi, ma ha una portata ben più vasta e strutturale, ossia è il risultato di un preciso sistema di produzione e distribuzione del cibo centrato sul profitto.

Ma quali sono gli impatti sui consumatori? Almeno due, si potrebbe dire. Da un lato, la paura che la guerra arrivi fin sugli scaffali dei supermercati e porti la fame nelle case d’Europa e degli Stati Uniti. Dall’altro, come ricorda Joseph Glouber del Food Policy Research Institute, l’inflazione raggiungerà mediamente il 10% nei Paesi EU/USA, con incrementi percentuali molto rilevanti rispetto al periodo pandemico. Il dato è stato confermato dalla European Central Bank: la stima di Isabel Schnabel, membro dell’Executive Board, è del 7.5% ad aprile 2022. Nella proiezione si fa riferimento all’area euro e US sebbene le due economie abbiano storie, caratteristiche e sviluppi del tutto differenti.– si pensi all’autonomia energetica americana e al ruolo del mercato dell’automobile. Certo è che nell’Europa della moneta unica non è mai stata raggiunta una soglia così alta di inflazione.

Se le economie occidentali sono in fermento, la situazione nel resto del mondo è ancora più grave. Per alcuni paesi, come l’Egitto in cui il 35% delle calorie consumante deriva dal grano, la condizione è comprensibilmente già drammatica ora. Il Cario compra il 54% del grano dalla Russa e il 14% dall’Ucraina.

Proprio per questo motivo, il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha incontrato, a fine marzo, il premier israeliano Naftali Bennet e il principe ereditario Mohammed bin Zayed, punta di diamante degli Emirati Arabi, per accaparrarsi delle scorte. Inoltre, sono stati aperti dei dialoghi anche con l’India. La situazione del paese arabo non è unica: si pensi allo Yemen, in guerra da 7 anni, che importa il 100% del grano e con oltre 19 milioni di persone nella fascia di insicurezza alimentare.

Nel resto del Maghreb la condizione è critica. Le precipitazioni, dal Marocco alla Tunisia, quest’anno sono state un terzo rispetto alla media degli ultimi trent’anni. La siccità è stata intervallata a forti temporali, talvolta a vere e proprie tempeste. E persino il FMI ha ipotizzato un repentino aumento della temperatura (fino a 4-6 gradi) nel Levante, con un conseguente abbandono delle campagne. In tale congiuntura, Marocco e Algeria hanno predisposto dei piani preventivi di acquisto di grano con prezzi doppi rispetto all’anno precedente.

In Tunisia, gli acquisti sono stati già razionati e contingentati: ogni persona non può acquistare più di tre chili di farina alla volta. L’aumento del prezzo dei carburanti, dell’inflazione, la diminuzione del tasso di copertura della bilancia commerciale alimentare, gli incendi e il contrabbando di grano verso l’Algeria e la Libia, come anche la fine delle scorte di grano – prevista per giugno 2002 – insieme all’avvio di negoziati economici con il FMI, rende la situazione molto critica. 

Il Libano importava il 90% di grano e olio di girasole da Kiev e Mosca. Secondo una recente stima del ministero dell’Economia, le scorte dovrebbero terminare entro inizio agosto 2022. Il pane scarseggia nei supermarket e non è sufficiente a coprire la domanda. Inoltre, dopo l’esplosione al porto di Beirut di circa due anni fa, non esiste un luogo in cui stoccare grano e cereali.

A poco è servito il monito del ministro dell’Industria per vietare la produzione di altri pani, differenti dalla “pita”, con farina sovvenzionata dallo Stato. I prezzi sono comunque aumentati del 6-10% e i fondi, promessi dalla World Bank per acquistare scorte, non sono ancora arrivati. Ad oltre la metà delle persone fuggite dal conflitto siriano, rifugiatesi nel paese dei cedri, non è garantita una sicurezza alimentare.

Mentre la Cina decide di aumentare le sue scorte di grano e cereali, altri paesi seguono strade differenti. Ankara, come già anticipato, ha usato il canale della diplomazia e dei negoziati di pace per intrattenere rapporti sia con Mosca sia con Kiev, per la realizzazione di corridoi dedicati ai cereali.

ùL’Indonesia, altro grande importatore di cereali, ha insistito per mettere all’ordine del giorno del G20 di novembre, che si svolgerà a Bali, la questione della crisi alimentare ed economica globale. Jakarta è tra i principali produttori di olio di palma. Il presidente Joko Widodo, a fine aprile 2022, ha vietato l’esportazione di olio di palma che ha provocato un’ulteriore shock economico sui mercati. La stessa misura è stata adottata proprio nel 2007-2008 durante la crisi alimentare, vietando l’esportazione di riso. 

Anche l’India, con una nota del dipartimento del commercio estero del 13 maggio, ha informato di aver vietato l’esportazione di grano. Sebbene il subcontinente sia il secondo maggiore produttore, ha un consumo maggiore della produzione. E nonostante le proiezioni di esportare 10 milioni di tonnellate nel 2022, il governo indiano ha chiuso i confini alla vendita ad altri paesi – in particolare, Indonesia, Filippine e Tailandia. Il ban delle esportazioni è, secondo il primo ministro Narendra Modi, “una misura per gestire la sicurezza alimentare complessiva del paese e per sostenere le esigenze dei Paesi vicini e di altri Paesi vulnerabili”. Inoltre, il provvedimento sarebbe mirato a recuperare il calo di scorte e non è applicabile a quegli esportatori che detengono lettere di credito, ossia garanzie bancarie di solvibilità. Un’inversione netta di rotta dopo che l’India aveva rimpiazzato l’Ucraina sul mercato, anche in conseguenza dell’impennata del tasso di inflazione, passato dal 4.48%, nell’ottobre 2021, al 7.79%, ad aprile 2022. Il paese, dopo Canada e Argentina, è l’ultimo a fare i conti con i cambiamenti climatici: nelle terre coltivate a grano, a marzo e aprile, le temperature sono giunte fino a 45 gradi. Sono previste altre settimane di caldo torrido, prima dell’arrivo del monsone. È in conseguenza di tali circostanze che il governo ha diminuito del 5% la stima del raccolto annuale rispetto al 2021.

Sovranità alimentare vs sicurezza alimentare

Osservare il conflitto russo-ucraino tramite la lente proposta sopra – e la sua pervasività su molteplici campi (finanziario, economico, culturale, sociale, ecc.) e su scala mondiale – permette di avanzare alcune considerazioni. Come in ogni guerra le macchine propagandistiche usano lessici e forme comunicative per supportare la propria parte. Lo fanno tramite un lessico selezionato per rendere omogenee e uniformi situazioni sociali, economiche e politiche che non lo sono per nulla; per riproporre lo schema del fronte in ogni contesto, in ogni dialogo, in ogni occasione; per trasformare un fenomeno (la crisi alimentare globale) in causa propria della guerra, imputando responsabilità che invisibilizzano la complessità geopolitica.

La richiesta perentoria di schierarsi da una parte della barricata, poi, riduce la questione a una genealogia che connette nazione, popolo e leader, lasciando fuori ogni forma di critica, di opposizione o resistenza. Stando a questo modello, pure una parte consistente del land e water grabbing sarebbe assolutamente legale, anzi, giusta, perché in moltissimi casi sono i governi a decidere di affittare o vendere terre e acque nazionali. Stesso dicasi per l’acquisto di stock di cereali tramite accordi tra stati e leader politici, senza una benché minima analisi dello sfruttamento intensivo di zone agricole e di milioni di lavoratrici e lavoratori sottopagati.

Per non parlare, poi, dell’impiego di OGM, limitato ma comunque consentito dalle direttive europee (2001/18/CE; 1829 e 1830 del 2003). Al centro della discussione internazionale non è l’imminente crisi alimentare globale. Si chiede, viceversa, di garantire i corridoi del grano, volutamente tralasciando che proprio quel grano, in relazione ai paesi costretti a importarlo, è parte di un problema ben più ampio dello scontro tra Kiev e Mosca.

Al pari, si sostengono dibattiti sull’urgenza di fornire armi al “popolo ucraino” e il parlamento italiano licenza, quasi all’unanimità, un provvedimento che avalla la politica di morte usando la parola “pace”.

Tutto ciò, senza minimamente problematizzare che quelle armi giungeranno a destinazione solamente se potranno essere schierate a difesa di precisi interessi economici, politici e finanziari. Interessi che, possiamo esserne certi, non riguardano un “popolo” generico o idealizzato, ma soggetti ben più concreti: un’azienda, un uomo politico (volutamente al maschile), uno stato. E, in ogni caso, questa scelta della rappresentanza politica italiana è in controtendenza con le opinioni delle italiane e degli italiani, come evidenziano alcuni sondaggi. È, cioè, un vero è proprio tradimento della delega del voto, in una materia che persino la Costituzione disciplina in modo chiaro.

Viene da chiedersi se vi siano, a questo punto, delle possibili alternative, dei punti di fuga o delle strategie di uscita. Chiaramente, la guerra è un evento talmente totalizzante da inghiottire ogni possibile altro futuro.

Ma certamente, si possono proporre alcune riflessioni. Per prima cosa, è necessario rifarsi alle elaborazioni teoriche della Via Campesina che, inizialmente nel 1996, aveva definito la sovranità alimentare come il “diritto di ogni nazione a produrre il proprio cibo sul proprio territorio”. Dopo dieci anni di lotte, nel 2006, l’organizzazione rivedeva quella dichiarazione in modo accorto, ossia: “il diritto dei popoli a definire le proprie politiche agricole”. E aggiungeva, inoltre, quanto fosse importante ribadire la differenza tra sovranità alimentare e sicurezza alimentare (che è l’obiettivo attuale degli Stati, ossia reperire cibo per le esigenze di mercato). Il dirigente del Movimento Sem Terra Joao Pedro Stédile, in questo passaggio, chiariva bene il concetto di “popolo”: un significato ben diverso dall’uso fattone da populismi e dalle propagande di guerra. 

Questa idea [della sovranità alimentare, ndr] ci mette in linea di collisione con il capitale internazionale che vuole mercati liberi.

Per noi ogni popolo, anche il più piccolo, ha il diritto di produrre il proprio cibo. Il commercio agricolo dovrebbe essere subordinato a questo superiore diritto. Solo il surplus dovrebbe poter essere commercializzato a livello internazionale, e solo bilateralmente. Siamo contro l’OMC e contro la monopolizzazione del commercio agricolo mondiale da parte delle compagnie multinazionali. Come direbbe José Martì: un popolo che non può produrre il proprio cibo è schiavo, non ha la minima forma di libertà. Una società che non produce ciò che mangia sarà dipendente sempre da qualcun altro.

Il problema, dunque, non riguarda solamente Ucraina e Russia, ma il mondo intero, la produzione agricola e di sementi, i mercati e la mancata sovranità alimentare, il fatto che milioni di persone vivano al di sotto della soglia di fame e della malnutrizione. La questione, cioè, riguarda il sistema di produzione del cibo e riguarda anche la speculazione dei capitali finanziari rispetto all’oscillazione dell’offerta. Riguarda il rapporto che l’essere umano intende avere nel futuro con il Pianeta. Ovviamente, tali questioni incrociano quelle del cambiamento climatico, della disuguaglianza sociale ed economica, del rapporto tra Nord e Sud globale. Certo è che il tempo è scaduto, come pure sono finite le scorte di grano, e si naviga verso l’esplosione della rabbia sociale, a partire dal Medio Oriente e dall’Africa.

Ecco se c’è il pane! – gridarono cento voci insieme. – Sì, per i tiranni, che notano nell’abbondanza, e voglion far morir noi di fame. 

Gabriele Proglio

Ricercatore di storia contemporanea presso l'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Storico orale e culturale, si sta occupando di cibo e alimentazione in relazione ai nuovi e vecchi colonialismi, alle migrazioni e mobilità nel Mediterraneo. Tra le sue più recenti pubblicazioni: The Black Mediterranean. Bodies, Borders, and Citizenships (Palgrave 2022); I fatti di Genova. Una storia orale del G8 (Donzelli 2021); The Horn of Africa Diasporas in Italy. An Oral History (Palgrave 2020).

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