Cronache di un’occupazione. Kafr Qaddum e l’esperienza quotidiana della resistenza

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Kafr Qaddum, ogni venerdì. Una schiera di giovani uomini, anziani uomini, bambini uomini, percorre una strada mezza sterrata e mezza asfaltata che pare un patibolo verso il martirio. Dall’altro lato – da ogni altro lato: l’estremo di asfalto, i campi d’ulivo ai lati, le enormi colline spoglie e secche – gruppi di soldati dell’IDF, acronimo per Israel Defense Forces, le forze di difesa israeliane, che nel Nord della Cisgiordania occupata, della Cisgiordania sezionata in aree A-B-C, non stupisce sentir chiamare IOF: dove la D di defense assume i tratti tondi e brutali della O di occupation, l’occupazione arbitraria dei territori di Palestina.

La costruzione dell’insediamento coloniale di Qaddumim, presente dal 1975 – il primo sulle colline samaritane – e la sua progressiva espansione lungo la strada che collega il villaggio palestinese alla città di Nablus, a circa tredici chilometri a est, ne impedisce arbitrariamente l’accessibilità alla popolazione palestinese locale, isolando Kafr Qaddum dalle aree circostanti, e punendo così migliaia di civili, anziani donne e bambini, per la sola ragione di essere pre-esistiti all’oltraggio dell’ennesimo insediamento.

La colonia illegale di Qaddumim non ha solo espropriato e trasformato circa cinquemila ettari di terreni dei ventiquattromila originari del villaggio palestinese; né si è limitato a sterilizzarne – questo il termine utilizzato nel gergo militare per indicare l’interdizione alla coltivazione – altri undicimila perché parte del perimetro di sicurezza dell’insediamento. La sovrapposizione fonetica del nome ebraico su quello arabo originario – Qaddumim, Qaddum – mostra con chiarezza come l’occupazione sionista della Palestina sia, sopra ogni altro aspetto, un tentativo di sostituzione etnica e geografica. E che il significato radicale del toponimo sia legato all’«antico» sembra essere, in questo caso, una grottesca coincidenza: prova dell’assurda competizione retorica del chi-c’era-prima, nella totale inosservanza del diritto internazionale.

Dal 2002, nel pieno della Seconda Intifada, la strada diretta a Nablus, così come ai paesi adiacenti di Jit e Sarra, è stata bloccata per ragioni di cosiddetta sicurezza dall’esercito israeliano, isolando maggiormente gli abitanti del villaggio, già divisi, a seguito della giurisdizione imposta dagli Accordi di Oslo, tra una zona in area B, sottoposta al controllo civile dell’Autorità Nazionale Palestinese a quello militare israeliano, e una in area C,  costretta al controllo completo – civile e militare – delle autorità israeliane. Sicché, da più di vent’anni – nonostante la forma di resistenza violenta dei primi anni Duemila si sia acquietata e le ragioni-di-sicurezza israeliane dimostrino di essere nient’altro che una scusa per intensificare la repressione – non c’è modo, per gli oltre quattromila abitanti di Kafr Qaddum, di accedere a Nablus senza una deviazione di oltre quindici chilometri, su strade male asfaltate in mezzo ai campi.

Grazie alla creazione di un Comitato Popolare basato sulla resistenza nonviolenta, coordinato da Murad Shtaiwi, ogni venerdì dal 2003 si svolgono delle manifestazioni per ottenere la riapertura della strada e il riconoscimento delle terre espropriate a cui l’accesso è interdetto. La forma è quella di una marcia, i partecipanti disposti in fila orizzontale, sventolando bandiere nazionali, con le kuffiya avvolte intorno al capo e a coprirsi il volto per proteggersi dal riconoscimento e dall’effetto violento dei gas lacrimogeni. Ad aprire la strada è una macchina-barricata ricolma di pneumatici per difendersi da munizioni e proiettili, a cui segue una schiera di giovanissimi armati di fionde artigianali e sassi concessi dalle colline.

Volo parabolico di una pietra. Risposta confusa di gas lacrimogeno e suono di sparo. Al lancio di quelli di gomma, più lenti, l’importante è voltarsi: se colpiti in volto, il rischio è di perdere un occhio.

A spiegarmelo sono i bambini, così esperti di armi da farne motivo di vanto: nati sotto le violenze dell’occupazione e abituati a nient’altro che ai giochi della guerra (d come difesa dell’illegalità, difesa dell’abuso di potere, difesa dell’arresto arbitrario, dello sfratto e dell’esproprio arbitrario, del furto arbitrario, dell’uccisione, anche, arbitraria; delle false retoriche securitarie e vittimiste agli occhi del mondo, della riscrittura disonesta della storia dell’ultimo secolo, su questa terra, nell’interesse di quella, ultraterrena, di millenni a venire).

E nel via-vai lacrimante di spari e corse e slogan di liberazione – hurriya, libertà, hurriya – c’è persino spazio per la risata, il canto speranzoso e certo della vittoria.

Perché le marce, quando si vince, a Kafr Qaddum, finiscono sempre così: con un ragazzo che chiamano al-malik, il re, visibilmente disabile, che sorpassa la schiera delle fionde, le teste avvolte nei quadretti bianchi e neri, la macchina-barricata, e avanza da solo, a volto scoperto, sventolando un’enorme bandiera palestinese, con passo fermo, voce salda, chiedendo libertà. E i soldati che indietreggiano, infine.

Il timore delle autorità israeliane di frontiera, la cautela eccessiva di scattare fotografie analogiche, la premura di prendere appunti a mano, scrivere e-mail, buttare via la carta, resettare la memoria. Per questo ci è voluto tanto. Per questo ci vuole sempre tanto a raccontare la Palestina, quando non vi si appartiene. Anche se tutto ciò che ci si è ripromessi – a sé stessi e alle persone che ci hanno accolto e parlato e pregato di accogliere le loro testimonianze e parlare a nostra volta – è di non fare altro, di non poter fare altro, una volta tornati, che dare un’idea dell’abuso quotidiano a cui sono costretti: della forza straordinaria di resistenza, aggiungo, di cui da oltre settantacinque anni sono capaci.

La cronaca che segue e le fotografie un po’ sbiadite sono dello scorso autunno: il tempo necessario allo sviluppo di un rullino, al ritorno da un altro viaggio, al ricollezionamento degli appunti, la formulazione di nuove domande da porre a Murad, l’attesa mai troppo lunga delle sue pronte risposte. Da allora ben poco è cambiato, se non il numero sempre crescente di soprusi e di vittime: l’ultima, il quattordicenne Fares Sharhabil, del vicino villaggio di Qalqilya, a diciassette chilometri a ovest rispetto a Qaddum.

Kafr Qaddum, 11 novembre 2022

Kafr Qaddum l’undici novembre vi moriva un padre, in una mano il fucile nell’altra il ramo di pace: non costringetemi a gettare il ramo, diceva, non costringetemi. Nella mia, il proiettile di gomma e l’oliva: portafortuna che scaccia la morte. Lanciavano lacrimogeni e rispondevate ridendo. Piangendo, sorridevate. Sorridevo anch’io, piegata da una tosse adrenalinica, cercando nei corpi spezzati accanto al mio un qualche sguardo di assenso: offrendo, a quegli sguardi bagnati, soccorso. Ragazzini vestiti di nero mi strizzavano l’occhio in lacrime e sorridevano. Murad della famiglia Shtaiwi, con un figlio diciassettenne per la terza volta in prigione e ferito da un colpo di proiettile, sorrideva. Il martedì seguente, per la terza volta, verrà liberato. Ogni venerdì, dal 2003, organizza marce di protesta contro la chiusura della strada che collega Kafr Qaddum ai villaggi circostanti, fino a Nablus, a causa di un insediamento coloniale israeliano: finita la preghiera del mezzogiorno nella moschea congregazionale, attorno alla piccola rotonda gruppi di bambini si attardano aspettando i padri. Delle donne neppure l’eco cantilenante: stanno pronte, nelle case, a lanciare un allarme, mentre vegliano sui figli più piccoli e sul confine scoperto del villaggio. Quelli abbastanza grandi da giocare da soli, accolgono dal suolo decine di proiettili di gomma e si divertono a lanciarseli addosso. Qualcuno di loro mima la morte sparandosi in testa; altri si allenano con fionde che tra pochi minuti diverranno armi di resistenza – e loro partigiani: indosseranno le maschere antigas, la kuffiya intorno al capo e fin sopra la fronte, la bandiera palestinese come mantello, e cammineranno. Protetti dalle loro fionde e dai sassi lanciati, dalla visibilità degli attivisti stranieri in prima linea, dalla fila di telecamere e i giubbotti antiproiettile con la scritta PRESS, dal loro coraggio, dal non avere scelta, dai figli minorenni in prigione. Sorrideranno anche le madri dei martiri ai funerali dei figli sacrificati, e il mondo non capirà: mistificheranno quel sorriso nei termini di maternità snaturate, di conseguenze dell’occupazione, di umanità perduta. Categorizzeranno le vostre vittime innocenti nell’alveo degli effetti collaterali di un conflitto che non è conflitto: ma oppressione incancrenita. A Kafr Qaddum la resistenza non incancrenisce: sorride. E i bambini in prigione sorridono. E un asinello legato a un tronco d’ulivo con le zampe tremolanti rivolto ai soldati con le armi puntate sorride. E non si muove e lascia che gli stolti lo chiamino ingenuo. E le donne dietro le cortine sbeffeggianti sorridono. E un ragazzo affetto da nanismo che chiamano al-malik – il re – sorridendo avanza oltre la colonna di manifestanti, stringendo la sua bandiera avanza, supera la macchina barricata ricolma di pneumatici, le telecamere con giubbotti antiproiettile e la scritta PRESS, lo sbigottimento degli attivisti stranieri, la mia ammirazione incredula, e sorride mentre cammina farfugliando qualcosa in arabo che pur non capendo sento, e mi risveglia un istinto di gridare, e brindare col corpo sbattuto contro altri corpi adesso eretti con i pugni alzati dimentichi dei lacrimogeni dei proiettili della paura mista a desiderio di morire martirizzati. Tutta la folla è un brindisi di sassi incoccianti. I soldati indietreggiano, il re ritorna trionfante. Vittoria catarsi vittoria vittoria vittoria.

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