Un’invincibile estate

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Ho visto Licorice Pizza in una romantica sala milanese, l’ho rivisto a mesi di distanza in un più moderno e spaesante un cinema tedesco: entrambe le volte non ho potuto che provare un sincero affetto per i protagonisti Greg e Alana e la loro storia d’amore scombinata.

Paul Thomas Anderson sembra uno dei pochi registi davvero interessati a capire che cosa accade a due persone quando si innamorano: in Licorice Pizza c’è una spigliata ironia che di certo non caratterizza Il filo nascosto, la sua opera precedente, ma è forse questo interesse ad accomunare due film tanto diversi, questo desiderio autentico di capire fino a che punto ci lasciamo plasmare dallo sguardo e dai desideri dell’altro.

Greg e Alana si conoscono in un giorno d’estate. Lui ha quindici anni, un viso largo e bonario, di una rotondità ancora infantile; nei corridoi della scuola attende il suo turno per la foto di rito dell’annuario, e subito rimane incantato da una ragazza venuta da chissà quale punto luminoso dello spazio e del tempo. Alana lavora come assistente fotografa, ha dieci anni in più di Greg e una bellezza disallineata, per niente classica, eppure è difficile non subirne il fascino (non è poi questo il talento di un grande narratore, farci percepire lo straordinario laddove di straordinario non ci sarebbe proprio niente?).

Anderson la ritrae attraverso sinuosi piani sequenza, regalandoci una figura elegante e slanciata che sembra quasi fluttuare sullo schermo – è solo una ragazza, ma è una creatura diversa da ogni altra.

Greg cerca di ammaliarla raccontandole delle sue performance d’attore in una modesta compagnia teatrale, poi insiste per portarla a cena fuori: lei è più intenerita che affascinata da questo ragazzo ancora imberbe, eppure accetta l’invito.

Si innesca così un rapporto fatto di continui bisticci ma anche di complicità in piani impossibili: entrambi tenteranno la carriera di attori – senza successo ma senza neanche una reale convinzione –, apriranno una ditta di materassi ad acqua che fallirà in seguito alla crisi petrolifera, fuggiranno da una star a cui avevano di proposito allagato la casa, rimasti con il serbatoio a secco guideranno un camion in folle giù per una collina.

La California degli anni Settanta si schiude intorno a loro come un’isola che non c’è, le strade deserte e perennemente assolate sono lo scenario in cui è possibile inventarsi un destino, business che non decolleranno mai, saltando da un personaggio all’altro della propria immaginazione senza mai assumere un ruolo preciso.

Licorice Pizza prende il nome da una popolare catena di negozi di dischi del tempo, e a pensarci bene il film ha l’andamento di una rugginosa canzone rock anni Settanta, dove le avventure si susseguono come strofe disordinate.

Greg e Alana non sanno cosa diventeranno, in compenso sanno per certo che cosa non diventeranno: gli adulti che incontrano sono tutti diversamente falliti, star ciniche o approfittatrici, politici che si vergognano dei loro fidanzati – modelli da cui fuggire, letteralmente: le corse in città sono una costante del film, un ritornello mai stucchevole che sa solo di liberazione.

Ho visto Licorice Pizza in un cinema milanese, l’ho rivisto in una città del nord Europa che conosce solo due stagioni, e in questo momento dell’anno non fa mai buio davvero – il cielo è sempre venato d’azzurro, le strade sono perpetuamente immerse in una luce fresca, piena e irreale.

Camminavo tra palazzi appuntiti e fiabeschi, fra sciami di ragazzi che si incontravano e disperdevano intorno a piccoli caffè, e mi chiedevo perché in molti film e romanzi la giovinezza debba essere per forza trasfigurata, e non possa significare solo questo, attraversare il mondo senza aspettative.

Licorice Pizza non ha un vero e proprio finale, Anderson congeda i suoi protagonisti immaturi e liberi così come ce li ha presentati.

L’unico bacio avviene nell’ultimo minuto del film, nell’ex ditta di materassi ad acqua che Greg ha trasformato in un negozio di flipper: è un bacio timido e goffo, incastonato tra lo scintillio dei giochi e gli schiamazzi dei ragazzini, eppure c’è più coraggio in queste inquadrature che non nelle scene di sesso ostentato a cui ci ha abituato tanto cinema di questi anni, dove nessuno è mai impacciato, e i corpi sono sempre magnifici, sempre disegnati da una luce perfetta.

Pensavo a questo, all’uscita da un cinema, in una città tutta nuova, pensavo che la giovinezza – le rare volte in cui ne abbiamo coscienza – quasi mai coincide con la trasgressione, il mito bruciante che ne facciamo, piuttosto con l’incanto, la promessa, la purezza audace di un giorno d’estate.

Giulia Oglialoro

Nata nel 1992, dopo la laurea a pieni voti in Storia dell’Arte all’Università di Bologna, ha lavorato come assistente fotografa in Italia e a New York.
Ha collaborato con Arte e con Artribune Magazine, nel 2018 è stata selezionata per una residenza di scrittura alla Biennale di Venezia. Le piace raccontare storie «satellite», piccoli accadimenti ai margini della vita quotidiana.

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