Abrogare la guerra

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Abrogare la guerra è un’espressione affascinante, perché dice che la guerra è, è stata, è diventata una regola, una legge, un dettame. Quello che regola i rapporti di forza. Abrogare la guerra significa mettersi a un tavolo a ragionare di cosa significhi e di come si faccia, nella pratica e non nelle petizioni, a uccidere la guerra, farla sparire, polverizzarla.

E i verbi che vengono sono quasi tutti bellici (uccidere, polverizzare) e sono sbagliati. Infatti, abrogare dice di un particolare fondamentale: la guerra va eradicata grazie a un movimento internazionale strettamente legato a un cammino del diritto, quella parte del diritto e delle garanzie che rappresentano la nostra evoluzione come specie.

Non valgono qui i discorsi da bar, le semplificazioni, le battute che potremmo fare con uno spritz nella mano e le sopracciglia arcuate dello scetticismo: le anime belle, i buonisti, vai vai a spiegarlo agli ucraini… In genere sono le critiche che vengono da chi usa il senso comune dell’ignoranza, cioè del non sapere e della disfatta personale, che è quella del non pensare, non riflettere, non approfondire anche solo con i dubbi alcuni grandi temi del nostro vivere individuale e collettivo su questo pianeta.

Chi confonde il risultato, cioè l’assenza di guerra, con lo strumento e cioè una campagna per abrogare la guerra, non ha capito nulla, va detto diritto e senza che ci si offenda.

Chi pensa che l’assenza di guerra sia pace, anche questi non ha capito la differenza, perché per avere pace c’è una teoria di diritti e di condizioni che vanno rispettate e non solo essere liberi dall’aggressione con mezzi violenti e coercitivi, connaturati alla guerra.

Non è possibile non stupirsi di fronte a questo tema: settant’anni dopo la Seconda Guerra mondiale siamo qui a ragionare di un tema che avrebbe dovuto trovare ben altra soluzione. La stessa campagna per l’abrogazione della guerra forse doveva essere una intuizione più del Novecento post-guerra, che degli ultimi anni, prima in casa Emergency e ora in casa Cgil. E però che sia la Cgil a riprendere questo concetto – visto da un uomo del Novecento come chi scrive – è particolarmente interessante, perché si lega, come ha detto lo stesso Landini, a un concetto di produzione, produttività, modello di lavoro, modello sociale. Aggiungo giustizia sociale, che ci porta finalmente anche al tema della sostenibilità e della giustizia climatica. Non vedere che tutto si tiene è essere ciechi per volontà, oppure vuol dire che su quel sistema stai costruendo la tua fortuna personale piccolo, medio, grande, extra capitalista, un sistema predominante che ci ha abituato all’egoismo del chissenefrega degli altri e del futuro.

Per questo il tema lanciato da Maurizio Landini è un tema di chi ha una idea di leadership, una visione e sarebbe così bello che le prossime azioni confermassero questa ipotesi. Anche perché abrogare la guerra non si fa dicendolo, ma andando a incidere su una catena di misfatti e di pratiche di violenza, non basta un articolo di dichiarazione universale, che vediamo ahimé poco rispettati nei fatti e incensati a parole.

In ogni caso, la proposta lanciata dal palco della manifestazione, partecipata, in San Giovanni a Roma è un punto interessante di questo periodo guerrafondaio che stiamo vivendo, con una retorica militarista che ci ammorba sui grandi giornali e un’opinione pubblica spinta, in maniera decisa, a fare il tifo, che è cosa diversa dalla compassione e dalla solidarietà. L’ignoranza della storia porta analisti e poi il grande popolo dei social a trasformare vicende che si trascinano da secoli in qualcosa dell’ultimo minuto, le cancellerie europee si sentono quasi spinte o comunque appoggiate nella volontà di mandare ‘aiuti’, che poi sono armi, quelle stesse armi che gli esperti militari e di strategia sul campo definiscono non solo come inutili – per la sproporzione di forze – ma addirittura controproducenti. E anche il corto-circuito di senso di Paesi che mandano armi via ferrovia e che comunque non sono in guerra, non regge ed è una plastica rappresentazione della confusione che acceca una classe dirigente europea che non è classe dirigente, oltre a mostrare come in settant’anni non siamo stati capaci a costruire un’entità di regolamentazione dei conflitti in maniera pacifica che sia seria e che sia rispettata.

E quindi? Che si fa? Si sta a guardare i civili sotto le bombe?

Forse sta venendo meno anche la capacità di capire e analizzare le situazioni. Gli scenari di ingaggio, le mappe militari, le ripercussioni geopolitiche e quelle finanziarie che spesso affamano le persone sbagliate, dovrebbero dire un messaggio chiaro. Non saranno i carri armati che inviamo, o i commando che presumiamo siano da quelle parti da tempo, a farci vedere un finale del film che rappresenti un lieto fine. E il passo criminale di Putin ha dimostrato che non c’è nessuna deterrenza. L’Ucraina dovrebbe arrendersi? Spetta all’Ucraina deciderlo, ma quello che non spetta a noi è diventare tifosi da stadio, come se fossimo in guerra. Io non sono in guerra. Io stigmatizzo la guerra, credo nella diplomazia come mezzo di risoluzione dei conflitti, sanzioni, azioni dissuasive, moral suasion, ma non posso pensare che per chiudere una guerra di invasione si debbano mandare armi alla chetichella, non posso immaginare che non ci siano stati degli alert rispetto alla concezione putiniana e allo status ucraino, che la realpolitik, insomma, sia diventata ora una favola proprio per chi da decenni l’ha sempre invocata.

Solidarietà, condivisione, aiuto ai civili, fino anche a parteggiare come viene normale.

Non nuovi strumenti per peggiorare la situazione. E soprattutto protagonismo, nuovo protagonismo di una cultura diversa, che parte da questa guerra che ci appassiona perché è alle porte di casa e però per tutti gli altri conflitti nel mondo, che sono sempre tanti e sempre troppi.

Torniamo a essere lucidi e a scommettere sulla via del dialogo e della soluzione senza guerra; rimanere ostaggio delle decisioni del personaggio megalomane di turno ci riporta indietro, ci fa ripiombare in scenari che pensavamo di aver superato.

E abroghiamola, la guerra. E non perché lo dice Gandhi o tanti personaggi carismatici, ma perché lo decidiamo insieme, perché ognuno di noi non deve essere per forza famoso – quelli ci servono per l’opinione pubblica in un contesto soprattutto mediatico – per apportare il proprio contributo.

Angelo Miotto

Giornalista dal 1992, documentarista radiofonico, autore di saggi, testi teatrali e per l'opera. Ha vinto i premi Baldoni, Bizzarri, Anello Debole. Fra i pionieri del webdocumentario con produzioni riconosciute a livello internazionale. Ha lavorato a Radio popolare, PeaceReporter, E il Mensile e nel Digital Brand. Nel 2013 ha fondato Q Code Mag, di cui è direttore insieme a Christian Elia

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