Presidente Meloni. Diritti civili in pericolo. E chissà che qualcuno si svegli.

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Il Presidente incaricato Giorgia Meloni legge la lista dei Ministri, al termine del colloquio con il Presidente Sergio Mattarella (foto di Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

Il 22 ottobre del 2022 l’Italia ha la sua prima presidente del consiglio.
È un fatto. E il 22 ottobre giura un governo che dai nomi dei ministeri ai profili dei ministri rappresenta un rischio evidente per molti dei diritti civili acquisiti.

Piaccia o meno – non mi piace – è una data spartiacque. Perché la storia non si ripete, ma insegna e abbiamo anticorpi che proteggono, ma virus sempre mutanti come abbiamo imparato sulla nostra pelle e psiche.
 
Il potere delle parole: da sviluppo economico a imprese e made in italy, dalla transizione energetica all’ambiente e sicurezza energetica – abile mossa di marketing di periodo e di sapore autarchico -, le politiche agricole cedono ad agricoltura e, sfregio e scippo a decenni di battaglie sociali progressiste, sovranità alimentare. Al ministero dell’istruzione viene aggiunto e del merito, con la M maiuscola, la banalità del male verrebbe da dire. E poi la Famiglia, la Natalità, che vengono prima delle pari opportunità.

Prima ancora delle persone sono già i nomi e gli accorpamenti scelti che dicono le intenzioni, il segno politico, che è stato evocato in tanti mesi e nascosto dai toni moderati di campagna della destra e ora si presenta per quello che è. Fra i nomi c’è una divisione meticolosa per coalizione, cinque tecnici d’area, cinque a Lega e Fi e 9 per FDI e molti percorsi che riportano al vecchio movimento sociale italiano, da dove viene Giorgia Meloni e dove è rimasta nonostante tutto il lungo viaggio di decenni nelle stanze della politica. Oggi anche commentatori progressisti cedono alla tentazione di rendere omaggio alla sua tenacia, dimentichi che il potere si coltiva e che passa da alleanze anche poco evidenti, ma che spingono quando si apre un vuoto.

Il vuoto italiano sta nella povertà dell’offerta politica e di leadership, intesa non come la donna o l’uomo forte, ma esattamente il contrario e cioè personalità capaci di anteporre le visioni di futuro alla propria proiezione personale.

Gli italiani, lo dicono anche i sondaggi, amano l’uomo, la donna forte: in realtà qui non si vendono detersivi e quindi ci sarebbe un interessante discorso da affrontare sul perché si fa politica più che andare dietro ai sondaggi. Si fa politica di schieramento, sempre meno e sempre più guardando appunto i sondaggi, si fa molto per il potere, le influenze, i mercimoni, i profitti, in un gioco medievale quasi. Appunto: un elemento che c’è sempre stato, si obbietterà. Certamente. E però le ideologie e il peso ancora forte del Vaticano garantivano – con o senza rimpianti – un portato ideale fondamentale, proprio nel senso che era a fondamenta della visione della società che si voleva conseguire. Dalla fine della Prima Repubblica, quindi pochi anni dopo la caduta del Muro di Berlino, tutto frana e l’avvento del classismo edonistico berlusconiano riporta a galla la destra, sdoganata e assorbita, foraggiata e riammessa in società.

In questi anni diversi poteri hanno giocato leve tradizionali, la televisione e l’ignoranza crescente nella popolazione elettoral-televisiva, e leve che hanno esaltato il peggio della rivoluzione social nel digitale, fino al grottesco sbarco su Tik Tok. La prima presidentessa del consiglio potremo ricordarla il 24 settembre con due meloni in mano e lo sguardo ammiccante, altro che blu istituzionale e frasi misurate. Il diavolo è nei dettagli e questo è davvero marchiano.

Dopo anni di presidenti del consiglio tecnici, davvero troppi, che hanno agito politicamente  – il governo Draghi è stato un governo profondamente politico – la politica è debole, come ha dimostrato lo scempio dell’elezione del Presidente della Repubblica.

Ecco perché spicca questa figlia della Garbatella, ecco che nell’Italia arcobaleno e meticcia e fluida nelle aule di scuola dobbiamo veder prosperare gli assiomi della destra di Giorgia Meloni, donna, madre cristiana, con una antiabortista come ministra di famiglia, natalità e pari opportunità e alla disabilità una donna che fece la guerra ai clochard, a colpi di idranti a Como. Con un fascista come presidente del senato e un antiabortista come presidente della camera. I minuscoli sono voluti, una piccola ribellione ortografica.

È sparita l’ecologia e torna l’ambiente, è sparita la transizione, in effetti.., e arriva la sicurezza energetica, che suona come ‘prima gli italiani’. D’altronde il governo si gioca i suoi primi cento giorni anche sulle bollette.

Il potere si muove in maniera astuta: mentre si guardava al teatrino berlusconiano si avanzava Gasparri con un disegno di legge che cerca di dare diritti giuridici al concepito, non al neonato, mentre si preparano tempi duri per una scuola già a pezzi che adesso se la deve vedere con il Merito con la M maiuscola e con la nuova ginnastica balilla, verrebbe da scherzare, di Sport e giovani. Intendiamoci; che l’attuale attenzione per la salute fisica dei giovani sia letteralmente assente è cosa chiara a qualunque genitore. Ma non c’è bisogno di rinominare i ministeri per metterci mano.

Infine, c’è il potere che evoca la questione di genere, per assurdo.Che cioè a salire alla presidenza del consiglio di un governo antiabortista, che relega le pari opportunità dietro famiglia e natalità, sia una donna. Che si firma madre, famiglia, e cristiana, dio. La patria la cita già quando al posto della parola stato dice nazione, se ci avete fatto caso.

Decenni di lotte sociali, di autodeterminazione femminile, di nuovi diritti civili si devono arrendere al fatto che la prima presidentessa sarà proprio chi non incarna lotte orizzontali, ma un tenace lavoro verticale di potere, con abilità. E con i tanti appoggi che sono arrivati da Oltreoceano, ché in Italia difficilmente succedono cose senza il consenso, o le spinte che vengono ancora dal servilismo post seconda guerra.

C’è un altro potere, però, che ancora non conosciamo. E sta in chi è cresciuto con una nuova libertà di identità e di diritti conquistati e quindi acquisiti. Come reagiranno di fronte alla stretta sui diritti che si annuncia in maniera inequivocabile?

E poi ricordiamoci sempre che nelle malate democrazie rappresentative c’è un grande numero di elettori silenti. Quell’astensione che è cresciuta come mai nella nostra storia elettorale. Chissà che qualcuno si svegli.

Angelo Miotto

Giornalista dal 1992, documentarista radiofonico, autore di saggi, testi teatrali e per l'opera. Ha vinto i premi Baldoni, Bizzarri, Anello Debole. Fra i pionieri del webdocumentario con produzioni riconosciute a livello internazionale. Ha lavorato a Radio popolare, PeaceReporter, E il Mensile e nel Digital Brand. Collabora fin dal suo inizio con il Festival dei Diritti Umani, autore di saggi e testi per libri fotografici. Ha collaborato con diverse emittenti radiofoniche. Nel 2013 ha fondato Q Code Mag, di cui è direttore insieme a Christian Elia

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