Il quaderno di Radoslav, intervista ad Aleksandar Zograf

Lettura: 11 minuti

Pubblicato a fine 2021 da 001 Edizioni, Il quaderno di Radoslav e altre storie della seconda guerra mondiale raccoglie una serie di racconti a fumetti di piccole e grandi vicende umane accadute nel territorio della ex Jugoslavia durante il conflitto.

Noto al pubblico internazionale per aver raccontato con i suoi fumetti le guerre balcaniche degli anni ’90, l’autore Aleksandar Zograf ha risposto alle mie domande in merito al suo lavoro, svelando un profondo legame con i protagonisti delle sue storie.

Leggendo il libro capiamo che sei un cacciatore di storie. Immaginando che il tuo lavoro di ricerca ti porti a scoprire un numero di vicende molto più ampio di quelle che finiscono in pagina, come scegli le storie su cui lavorare?

Mi piace cercare storie per curiosità o divertimento. Leggo sempre molto e amo sfogliare le pagine delle vecchie riviste, è qualcosa che ho sempre fatto. Ma mi consente anche di raccogliere, occasionalmente, storie che a volte finiscono in alcuni dei miei fumetti.

I miei interessi cambiano: al momento sto disegnando una storia per la rivista Belgrade’s Vreme a proposito del mio viaggio in Italia nello scorso dicembre. Sono rimasto molto colpito da due mostre che ho visto in Italia, anche se non legate al (ricchissimo) patrimonio italiano.

Una delle mostre era Power and prestige, che ho visto a Venezia e ho trovato molto affascinante: era dedicata ai bastoni da guerra creati da diverse nazioni dell’Oceania. Io sono serbo, ma dentro di me c’è un Maori dormiente, che tra tutti i posti possibili si è risvegliato a Venenzia!

L’altra mostra è la collezione di antichi manufatti del Museo egizio di Torino, che mi ha veramente sconvolto. Questo solo per far capire come creo le mie storie: non mi aspettavo nulla in anticipo, niente era davvero pianificato, ma queste due mostre hanno lasciato su di me un impatto emotivo e sono finite nei miei fumetti.

Quindi si può dire che la mia arte nasce dalla mia vita, dai miei pensieri, dai miei incontri e osservazioni… sì, molte cose non si trasformano in una storia, per varie ragioni. Ma in generale, posso dire che cerco gli argomenti rimasti in qualche modo in ombra, trascurati o non giustamente considerati dalla società.

Nel volume troviamo storie brevi accanto a tre più lunghe (Il quaderno di RadoslavLe lettere di Hilda Dajč e La storia del taccuino di Bor). C’è una singola storia alla quale sei più legato?

Penso che tutte le storie siano parte della mia vita, risultato di attente ricerche. Dopo aver osservato tutte le esperienze che affronti quando concepisci la sceneggiatura, provi grande compassione per le persone che sono passate attraverso la turbolenza e le tragedie della guerra mondiale.

Le due storie che ho percepito in modo più vivido sono probabilmente quella della ragazza ebrea di Belgrado, Hilda Dajč, e quella del poeta ebreo ungherese Miklos Radnoti, che scrisse poesie durante la prigionia nei campi di lavoro nazisti.

Entrambi alla fine vennero uccisi, ma i loro scritti sono sopravvissuti. Sento un grande legame con loro – e sono sicuro che loro in qualche modo sappiano che ho raccontato il loro destino nei miei fumetti. Radnoti è come un fratello perduto per lungo tempo, capisco la sua arte e mi sento come se lo conoscessi da sempre.

E Hilda Dajč era ancora una ragazza quando fu uccisa nel furgone a gas costruito dai nazisti, prima che “perfezionassero” le camere… eppure la cerco dentro di me, come in una sorta di comunicazione, una specie di comprensione profonda al di là delle parole. Se non avessimo l’empatia, non so come faremmo a creare storie.

Ma devo dire che mi è piaciuto anche lavorare sulle storie brevi, come quella del giovane di Belgrado, Aleksandar Ignjatovic, che ebbe un coraggio semplicemente incredibile per dire agli ufficiali tedeschi: “Perderete la guerra!”. Era il 1941, con i nazisti all’apice del loro potere nei territori occupati dei Balcani.

Dopo un breve interrogatorio gli spararono frettolosamente, quasi come se avessero paura del suo coraggio, e fecero il possibile per nascondere al pubblico i dettagli di questa vicenda. Il destino di Aleksandar rimase ignoto fino al 1956, quando gli storici trovarono un documento negli archivi della Gestapo conservati a Belgrado.

Storie di questo genere non hanno grande rilievo nei libri di storia, e molte non entrano a far parte del ricordo collettivo, ma dicono tanto degli atti incredibilmente coraggiosi che le singole persone sono in grado di fare. Sono contento di averci scritto una storia, basata su un articolo di stampa a lungo dimenticato.

In questo volume affronti molti grandi temi: le atrocità dei nazisti nella ex Jugoslavia, la propaganda dei regimi totalitari, la forza dell’arte e della memoria contro la violenza. Tuttavia, forse il tema più importante del tuo lavoro sono le singole storie personali come parti fondanti della Storia con la S maiuscola.

Sì, penso che per capire un periodo storico sia importante comprendere il modo in cui le persone comuni lo hanno attraversato.

Durante la seconda guerra mondiale, il mondo intero era in una sorta di stato di trance. E questo fu particolarmente drammatico in Jugoslavia, con tutte le sue contraddizioni e complessità.

Globalmente, con la crisi pandemica, anche adesso siamo in un momento storico in cui stiamo sperimentando un evento di massa. È interessante osservare come le singole persone attraversano queste esperienze collettive.

Con i tuoi lavori passati ti sei concentrato sulle guerre balcaniche, che hai conosciuto come testimone oculare. Quanto è stato differente l’approccio alla seconda guerra mondiale, che ha una storia molto diversa e lontana nel tempo, con i soli documenti da cui trarre le informazioni?

La guerra che ha condotto alla decomposizione della Jugoslavia negli anni ‘90 è legata per molti aspetti a quanto accaduto negli anni ‘40.

Per questo è stato un conflitto così feroce, perché molte persone si sono vendicate di quello che era successo loro durante la seconda guerra mondiale, e i politici nazionalisti si sono serviti della situazione per raggiungere i loro obiettivi.

I miei fumetti degli anni ‘90 raccontavano la situazione contemporanea, che io sostanzialmente osservavo per creare le storie. In una situazione come quella vedi come le menzogne, i pregiudizi e le paranoie fanno “parte del gioco”, per così dire.

Quando ho cominciato a lavorare sulle storie relative ai fatti degli anni ‘40, quindi, ero già disilluso, avevo imparato a non vedere tutto in bianco e nero, e penso che questo mi abbia aiutato a capire meglio alcune situazioni.

Perché hai scelto di raccontare la storia dei tuoi nonni con un semplice testo, senza disegnarla? C’è qualche possibilità di vederla trasformata in fumetto nel futuro?

Ho scritto la storia dei miei nonni sotto forma di testo perché volevo spiegare l’intero contesto, che forse non sarebbe stato così ovvio in un fumetto. Non solo all’estero, in Italia o in Austria (dove il volume è stato pubblicato in precedenza), ma anche in Serbia i più giovani non sono in grado di capire le cirscostanze legate alla guerra degli anni ‘40.

Quindi la mia idea era descrivere la situazione, il quadro più ampio, non solo gli avvenimenti più comunemente rappresentati nei film di guerra, o nei fumetti d’azione.

Per quanto riguarda i miei nonni, sapevo che facevano parte della Resistenza clandestina, e che nascondevano le persone che combattevano i nazisti in una stanza segreta dentro il loro locale, ma questo era tutto.

Raramente parlavano dei loro ricordi di guerra. O forse noi bambini non ci facevamo caso, io avevo 14 anni quando morì la mia nonna materna.

Tutto quello che sapevo sin dalla mia infanzia era che amavo i miei nonni con tutto il cuore, e ringrazio l’Universo per aver avuto la possibilità di condividere il mio tempo con loro. Ma in sostanza erano persone semplici, che prendevano la vita con umorismo.

Ho iniziato a cercare documenti sulle loro attività solo qualche anno fa, pensando che non avrei trovato niente. E invece ho scoperto che l’archivio della mia città natale, Pančevo, conservava i documenti che testimoniano i loro drammi negli anni della guerra.

L’ho scoperto a 50 anni! Se troverò altri dettagli potrei fare anche un fumetto, ma la maggior parte delle persone che hanno conosciuto i miei nonni sono morte ormai… sfortunatamente, la vita corre più veloce dell’arte!

Luca Rasponi

Dopo gli inizi a PeaceReporter nel 2009 collabora regolarmente con diverse testate dal 2011, scrivendo soprattutto di fumetti. È giornalista pubblicista dal 2014.

Ultimi articoli