Colonna Destra – D’amore e altri vulcani

La colonna destra di molti giornali mainstream, per la verità ora si è spostata fra gli stessi articoli in pagina, è il regno dell’acchiappaclick. Capre che cantano, criceti, scoiattoli e articoletti su: fa male essere leccatio dal cane? Q Code risponde con consigli di lettura o comunque di visione e svago di genere diverso, ma non certo meno interessanti!
Buona lettura


Si può senz’altro dire che Fire of Love, l’ultima fatica della regista americana Sara Dosa, sia un film “esplosivo”, in molti sensi. Con una vivacità e un’eleganza che caratterizzano tanto la scrittura della voce narrante quanto il montaggio, il documentario racconta la storia di Katia e Maurice Krafft, amanti e vulcanologi spericolati, che dedicarono le loro vite al proprio oggetto di studio, fino a trovare la morte il 3 giugno 1991, durante l’eruzione del Monte Unzen, in Giappone.

Che la loro parabola si sia conclusa tragicamente ci viene rivelato da subito, attraverso la voce narrante di Miranda July; il registro che caratterizza gran parte del film, però, è tutt’altro che tragico. Fire of Love risplende infatti di una leggerezza che non ha paura di sconfinare nel comico, raccontandoci i coniugi Krafft nel modo a cui a loro piaceva raccontarsi, nelle numerose interviste concesse o nelle ospitate tv, e cioè come due studiosi appassionati e autoironici, delusi dal grigiore delle aule accademiche quanto dalle ingiustizie della società civile, che solo sull’orlo di un cratere potevano sentirsi a casa.

Che Katia e Maurice Krafft nutrissero una vera e propria ossessione per i vulcani è evidente dal copioso materiale d’archivio che si sono lasciati alle spalle – migliaia di filmati e negativi fotografici realizzati durante le loro spedizioni; riprese a dir poco sorprendenti, quasi sensuali per la minuzia con cui descrivono tutte le fasi di un’eruzione, o l’ipnotica discesa di una colata di lava. Riprese che poco o nulla hanno da spartire con i classici documentari didattici, e molto invece con l’immaginario di un film di fantascienza – la stessa copertina di Fire of love, in questo senso, non lascia spazio a dubbi.

Un po’ “alieni” i coniugi Krafft lo erano di certo, ma Sara Dosa non ce li descrive né come amorevoli macchiette, né come eroi reietti e in lotta col fato: nei confronti del materiale d’archivio si comporta anzi da scrittrice minimalista, sospendendo il giudizio e guidandoci, frase dopo frase, fotogramma dopo fotogramma, nel disvelamento della loro ossessione. Conosciamo le spettacolari imprese dei Krafft, la gioia quasi spavalda con cui affrontavano ogni nuova spedizione, l’entusiasmo con cui divulgavano i risultati delle loro osservazioni a dir poco ravvicinate, ma anche il tremendo sconforto che li assaliva ogni qualvolta il risveglio inatteso di un vulcano spazzava vie centinaia di vite.

Ancora oggi, nonostante le conoscenze a disposizione, la modernità degli strumenti, e i calcoli sempre più accurati, non è infatti possibile prevedere con esattezza quando e come si verificherà un’eruzione; da questo mistero i Krafft erano affascinati, e atterriti. Sara Dosa non ci impartisce lezioni di filosofia, non racconta della precarietà della vita o dell’indifferenza della Natura – allo spettatore il compito di trarre queste riflessioni, se ne avrà voglia. Quel che invece la regista racconta è la storia di due esseri umani che hanno passato la loro vita a studiare “la sostanza incandescente che scorre nel profondo della Terra”, e davvero non sappiamo se ci stia parlando del magma, o dell’amore.