Mai più divisi – pt.1

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foto di Francesca Zolli

Prima parte

Tra Italia, Austria e Slovenia, dalle Alpi Giulie, nasce la Sava. Passa indisturbata nella periferia di Lubiana e Zagabria, si innerva in Bosnia acquisendo le acque che scendono dalle Alpi Dinariche e si dimena, poi, ululando, con il portato della Drina, confine naturale tra Impero romano d’Occidente e d’Oriente. In una sorta di estasi e pacificazione, sfoga poi l’energia accumulata nella piana della Vojvodina, prima di confluire a Belgrado, stremata, nel Danubio. 
Il fiume d’Europa nasce nella foresta Nera e con la sua mole pachidermica attraversa Ratisbona, Vienna, Bratislava, dove assorbe completamente la Morava, Visegrad, Budapest, Vukovar e, da settemila anni, Belgrado.
Qui, nella confluenza tra Sava e Danubio, di fronte alla fortezza di Kalemegdan, decine di metri sotto al letto dei fiumi, proprio in corrispondenza della loro intersezione, c’è un grande spazio sotterraneo il cui tetto a volta riesce a reggere la massa d’acqua portata fino a lì. È una grotta naturale abitata nell’ultimo secolo da colui che ha custodito il segreto della leggenda, la verità finale, quello che accadrà. Vi si accede dal fondale della Sava tramite una piccola voragine che porta a un dislivello. Qui dimorava colui che sprigionava l’energia della forza e della pace. Unendo le mani a incavo, piano piano, mese dopo mese, generava energia luminosa, color acciaio, che si espandeva a forma di sfera, tracimando in tutto lo spazio circostante. Era il sacro protettore della fratellanza e dell’unità tra i popoli, colui che sopravvisse a tutto. Nel mondo di chi vive e lavora sui fiumi, in tutti coloro che credono nella sacralità del fuoco e delle acque torbide, da sempre è chiamato l’Immortale. 

Questa leggenda si tramanda di generazione in generazione da chi lascia gli ormeggi sulla Sava o fa ritorno sul Danubio, comunicazioni fluviali con il resto d’Europa, sedimenti secolari che custodiscono l’oralità delle tradizioni di pescatori e manovali che sulle loro acque hanno sostenuto vite e famiglie. Ognuno di loro ha contribuito ad alimentare la leggenda, aggiungendo un particolare, un dettaglio, una sfumatura all’acciaio dell’energia. Non ultima quella di un manovale della Morava, arrivato nei primi anni Novanta a Belgrado su un cargo fluviale, sosteneva di aver avuto una visione in cui veniva svelato che colui che dimorava nel mondo di sotto, presa coscienza che gli uomini erano diventati così probi nel devastare tutto ciò che di bello avevano e così furenti e determinati a sventrarsi tra loro, estinguendo di fatto intere generazioni di famiglie in un sol battito di ciglia, presa coscienza della sua inutilità, avesse deciso di farla finita seccandosi come le mummie trovate nei ghiacciai alpini. Il manovale della Morava, dall’alto della fortezza di Kelemegdan, indicò poi il punto esatto in cui questo sarebbe successo, proprio lì, sotto la confluenza tra i due fiumi.
Qualcun altro, molto più tardi e su un altro fiume, la Drina, sostenne che l’Immortale non fosse mai esistito, che i bagliori luminosi provenienti da Sava e Danubio che in molti videro a più riprese dal secondo dopo guerra fino al maggio del 1980 erano solo il frutto di troppa slivo e di grandi suggestioni, soprattutto, diceva, mai fidarsi dei pescatori di frodo magiari, quelli non ne raccontano mai una giusta.
Le storie si sono poi stratificate montandosi a neve, diventando nuvole nel cielo immenso dei Balcani del sud, soffici presenze visibili a tutti, forme in cui vedere animali esotici che piano piano, con il passare del vento, si modificano e diventano ortaggi ridisegnati da complessi isolati di nuvole che si fondono insieme diventando agglomerati vasti d’immaginazione. Spesso poi è la mente che corre quando la realtà smette di essere credibile, così nelle nuvole, sdraiati sui piccoli moli nei fiumi di Belgrado, qualcuno vede il grande spazio sotterraneo dell’Immortale, il suo viso pulito, i capelli ordinati e l’espressione beffarda. In molti si chiedono se mai ricomincerà a produrre l’energia della forza e della pace, perché loro ne hanno bisogno, tutti coloro che vogliono lasciarsi alle spalle la violenza degli ultimi trent’anni, ne hanno bisogno. 

Quello che succede a Belgrado si sa, è la storia e non si scherza. I fiumi alimentano la città, le permettono di espandersi sulle acque e di trovare lì momenti dissipatori: dalle tensioni, dalla violenza, dall’accumulo delle nevrosi, da tutto ciò che alimenta inesorabilmente il flusso incontenibile dei pensieri. Gli splavovi1 e i moli sulla Sava e sul Danubio svolgono questa funzione, oltre ad essere residenze estive dei belgradesi, alcune prendono la forma di locali e bistrot in cui principalmente ci si va per abbandonarsi all’oblio dell’alcol. Ce ne sono altri però, sconosciuti ai più, che sono lì per limarlo, il tempo, piano piano, giorno dopo giorno, fino a sospenderlo. 
L’isola di Međica sulla Sava fa parte di quel mondo che si è bloccato nel tempo, in cui non valgono le stesse regole presenti sulla terra ferma, qui si può ancora sognare e ridisegnare la propria vita come si vuole, nessun controllo per nessuno, una sola e grande autogestione dei desideri e dei sentimenti. Sull’isola è assente la struttura fisica della forma delle cose e la realtà subisce forti pressioni, confluendo spesso sul confine orientale dell’irreale. Le abitazioni qui sono palafitte costruite sul terreno fluviale e fanno si che durante le piene primaverili e autunnali sia permesso l’abitare e il vivere. In una di queste palafitte vive Adem con sua figlia Nina, gestiscono la loro kafana2 casalinga, essenziale negli arredi, che d’estate si amplia con la distesa estiva sullo splav.
Dalla sua casa-kafan Adem aspetta le ondate di piena e coltiva con malinconia il consumarsi del cuore, spesso il pensiero va alle mancanze della sua vita, a tutto quello che lo devasta e lo inchioda lì da anni, in una sorta di rimessa paludosa dove tutto ristagna, dove le zanzare prolificano e non esiste la distanza dal tempo che passa. Tutto rimane sospeso e inevitabilmente diluisce il dolore senza mai farlo scomparire, perché il passato è sempre presente e ulcera i tessuti, li espone agli acidi della storia, ai rigurgiti muriatici degli eventi, allo spessore che ha assunto l’assenza. 

Note:
1 Chiatta ancorata sulla riva del fiume
2 Tipico locale serbo in cui vengono somministrate bevande e cibo.

Matteo Pioppi

Classe 1983, nato a Scandiano (RE). Nel 2012 a Bologna ho fondato con alcuni amici Bébert Edizioni. Per le edizioni Bébert ho curato vari libri, tra cui “Sopravvivere a Sarajevo”, “Visto Censura. Lettere dei prigionieri politici in Italia 1975-1986”, “Questi fiori malati. Il cinema di Pedro Costa”, “Armonie contro il giorno. Il cinema di Béla Tarr” e “Il sole contro". 7 luglio 1960, Reggio Emilia”. Con la raccolta di racconti "Geografie", nel 2020 ho vinto il Premio Navile – Città di Bologna.

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