Di corpi e di sogni. Dispacci dal Festival di Berlino #1

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Basta un po’ di pioggia e quell’immensa isola di cemento che è Berlino pare trasformarsi, i suoi imponenti edifici cubici si riflettono lungo i marciapiedi diventando costruzioni inaffidabili, strane congregazioni di ombre a cui è difficile dare un senso. È una città diversa, più languida e rallentata quella che si incontra in queste giornate: davvero la nebbia che esalano certi angoli delle strade, e lo sfrigolio delle macchine sull’asfalto bagnato, fanno pensare ai respiri di un organismo semidormiente, una metropoli a cui qualcuno abbia sfilato la vitalità costringendola in un ipnotico sonno da cui è difficile svegliarsi. Ed è in questo clima stregato, sotto i lenti movimenti di un cielo che sembra trattenere tutte le sfumature del grigio, che questa settimana va in scena uno dei festival cinematografici più importanti al mondo.

Notre corps (Il nostro corpo) era uno dei film più attesi della Berlinale, e certo non ha deluso le aspettative del pubblico che ieri sera affollava la sala del Delphi Film Palast. Da tempo la regista Claire Simon, ormai quasi settantenne, si è affermata come una maestra del genere documentario, facendosi apprezzare da critica e pubblico per l’attenzione che rivolge a scene e ambienti ordinari, mostrandoceli però con uno sguardo che di ordinario non ha proprio niente. La sua opera-manifesto è forse Récréations, del 1993, in cui Simon ritraeva una classe di bambini durante l’intervallo, svelandoci un microcosmo tutt’altro che tenero, anzi, una città in miniatura sorretta da piccoli despoti e rigidi rapporti di potere. In Notre corps questa tecnica di osservazione attenta e rigorosa si è affinata al punto da permetterle di introdursi in un ambiente ancora più sensibile, ovvero una clinica di ginecologia francese. 

Una adolescente che desidera abortire, una ragazza decisa a cambiare sesso, donne più e meno giovani in procinto di partorire o che non riescono ad avere figli, che devono sottoporsi a una visita per l’endometriosi o che scoprono di avere tumori che modificheranno irreparabilmente il loro corpo: sono le protagoniste che si avvicendano tra i corridoi della clinica, e che Simon ritrae con attenzione e rispetto, usando la camera a mano, mai nascondendo la propria presenza, talvolta persino dialogando con loro. I mariti, i fidanzati, i figli e i familiari non sono quasi mai presenti: ciò che conta è il rapporto che queste donne instaurano con il personale medico, ed è poi questo il punto di forza del racconto, la capacità di ritrarre l’ambiente ospedaliero non come un cosmo freddo ed estraneo, dove si parla un gergo incomprensibile ai più, ma dalla prospettiva delle persone che ci lavorano, dottoresse o tecnici di laboratorio che scherzano o sbagliano o non ricordano un dato e allora si imbarazzano davanti alla camera, soprattutto si rivolgono alle pazienti con una attenzione e un’intimità che è raro incontrare al di fuori della clinica.  

Intimità, appunto: quando uno degli spettatori a fine proiezione ha domandato a Simon come abbia fatto a instaurare una fiducia così profonda con le donne ritratte nel film, lei ha detto che lo sapeva, che non seguiva un metodo – “I just like the people I film”. Sarebbe difficile non crederle, perché quelli che Claire Simon ci regala sullo schermo sono corpi femminili finalmente liberati dagli imperativi del mondo esterno: corpi non sessualizzati, che non devono sedurre né risultare attraenti, dove un seno è soltanto un seno, e se viene asportato per via di un tumore non c’è niente di vergognoso. Anche il parto naturale ripreso per intero dalla regista, che è forse la scena più commovente di tutto il film, non ha niente da spartire con i parti spettacolari immaginati da molti registi uomini, dove i medici si tamponano la fronte sudata mentre le urla scarnificano le pareti. 

In un momento storico in cui diritti come l’interruzione di gravidanza e la transizione sono più che mai minacciati o stentano ad affermarsi, Notre corps è senz’altro un atto politico, che cerca di ricucire la dolorosa distanza che ancora separa i discorsi sul femminismo e sulla autodeterminazione dalla realtà di tutti i giorni, dove ancora vigono violenze e discriminazioni.

Le donne che varcano la soglia della clinica appartengono solo a sé stesse: pur nel dolore, nella paura o nella gravità della loro situazione, non sono vittime, non subiscono silenziosamente la propria condizione. Si esibiscono fieramente davanti all’obiettivo, e molte di loro non hanno problemi a scherzare sui propri malanni, con diverse scene che sfociano dichiaratamente nel comico, come la paziente che gioisce per i progressi fatti della chemioterapia, ma discute col medico perché di smettere di fumare non vuole saperne – “suvvia, è l’unico piacere che mi resta…” 

Forse è stato anche per la durata non indifferente, che ha reso la visione una vera e propria esperienza fisica, ma a fine proiezione abbiamo tutti abbandonato la sala in silenzio, e in silenzio ci siamo dispersi in silenzio lungo le strade iridescenti, cariche di pioggia, tra i ragazzi euforici che si preparavano alla notte. Non avevamo parole per dirlo, ma lo sentivamo, in quelle tre ore avevamo attraversato una soglia; e per un po’ tutto ci era stato chiaro, avevamo visto la nascita e la morte mescolate, e adesso lentamente, dolorosamente tornavamo nel mondo, con lo spaesamento, l’intensità, la viva crudezza che lasciano addosso solo certi film, o certi sogni. 

Giulia Oglialoro

Nata nel 1992, dopo la laurea a pieni voti in Storia dell’Arte all’Università di Bologna, ha lavorato come assistente fotografa in Italia e a New York.
Ha collaborato con Arte e con Artribune Magazine, nel 2018 è stata selezionata per una residenza di scrittura alla Biennale di Venezia. Le piace raccontare storie «satellite», piccoli accadimenti ai margini della vita quotidiana.

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