Archivi di ombre

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Un confronto tra Questo non è un racconto di Leonardo Sciascia e Il libro dei sogni di Federico Fellini

Erano quasi coetanei, ma non potevano essere più diversi. Per cominciare, uno era nato nel 1920 a Racalmuto, piccolo borgo della provincia siciliana, e in Sicilia è rimasto, accettandone e raccontandone tutte le dolorose contraddizioni; l’altro era nato nel ’21 a Rimini e da Rimini se n’è andato volentieri, scegliendo Roma come città d’adozione. Uno era un letterato puro, che ha sempre campato grazie alla vividezza delle sue scritture – che fossero romanzi, sceneggiature o articoli giornalistici poco importa; l’altro era un uomo “immaginifico”, che se non faceva film disegnava, se non disegnava passava il tempo a trascrivere i sogni suoi, e quelli delle persone intorno a lui.

Infine, ed è forse questo il contrasto più interessante se si accostano Leonardo Sciascia e Federico Fellini, il primo era un uomo politico, di quei politici di cui oggi avremmo bisogno come l’aria, con la testa piena di idee, pronto a stanare ogni malformazione del potere. L’altro, come dire, la politica l’ha bazzicata poco e male: un po’ di sinistra, un po’ laico, un po’ cattolico, più della realtà gli interessava la “penombra mentale”, ma non si può dire che non sia stato profetico nel rappresentare il belpaese come un malinconico circo.

Eppure, un solido terreno comune Sciascia e Fellini l’avevano, ed era proprio il cinema. Entrambi hanno frequentato questa forma d’arte in modi diversi ma vividi, lasciandoci due libri – Questo non è un racconto, edito da Adelphi nel 2021, e Il libro dei sogni, ripubblicato da Einaudi nel 2020 – che sono, oltre che due atti d’amore verso il cinema, due veri e propri manifesti per l’immaginazione.

Federico Fellini, Il libro dei sogni, Einaudi 2020

Il pregio più grande di Questo non è un racconto di Leonardo Sciascia sta, per una sublime fedeltà al titolo, proprio in quel che questo libro non è: non una raccolta di saggi o recensioni, non una clinica anamnesi di cosa Sciascia abbia visto o non abbia visto in sala, ma un campionario fantasioso di tutti i modi in cui si può raccontare il cinema.

Non a caso, il libro, sapientemente curato da Paolo Squillacioti, si apre con tre soggetti di film mai realizzati: se i primi due, scritti per Carlo Lizzani e Lina Wertmüller – due storie di mafia in una Sicilia deserta e “fulminata dal sole” – riusciamo a immaginarli benissimo trasposti sul grande schermo, l’ultimo, scritto pensando a nientemeno che Sergio Leone, non è un vero e proprio soggetto, ma una rielaborazione narrativa in cui due personaggi senza nome dialogano chiedendosi come dovrebbe essere, appunto, un soggetto che può piacere a Sergio Leone. “Suggestivo e crepuscolare” suggerisce uno, “con i nudi e i morti ammazzati” rincara l’altro.

C’è già qui tutto l’umorismo, il talento, la fatale premonizione di uno scrittore che ha occasionalmente indossato i panni dello sceneggiatore, come ha occasionalmente indossato quelli del giornalista, pur sapendo che sarebbe sempre stata la letteratura il suo territorio d’adozione.

Le pagine migliori sono quelle dedicate ad attori famosi: ritratti agili, scritti senza morbosità e senza pretesa di completezza biografica, dove la voce di Sciascia sembra danzare attorno agli astri dello “star system”, lasciando però intatto il segreto della loro materia stellare. Gary Cooper sembra incarnare il mito “dell’altra America, l’America che abbiamo amato. La terra dell’omerica epopea della frontiera (…) l’America primo amore di Soldati, l’America di Vittorini, di Pavese, di Pintor”. Questa America era sbarcata due volte in Sicilia: fisicamente, durante la guerra, e, in maniera immateriale ma altrettanto potente, con i film western che animavano le sale dei piccoli cinema di provincia, in cui Sciascia ammise di aver trascorso i momenti più intensi della sua giovinezza.

Gary Cooper teneva insieme tutto questo, baluginava sullo schermo come “il cow-boy chiamato / alla polvere e al sangue dell’Europa / un angelo caduto”, incarnando quel grande Altro che negli anni Sessanta, per Sciascia, avrebbe ormai perso gran parte del suo fascino (l’America di quel tempo si rivelava come superpotenza domestica, borghese e opulenta, difficilmente avrebbe potuto ancora nutrire la fantasia di uno scrittore che ha sempre coltivato un gusto per l’avventura).

Capiamo che in questo ritratto, come in quello di Erich von Strohem, quel che interessa a Sciascia non è l’attore in sé, ma proprio il divo, il mistero per cui un uomo smette di essere soltanto un uomo e diviene una figura del suo tempo.

Viene il dubbio che in ognuno dei testi della raccolta lo scrittore usi il cinema per parlare di immaginario: sia che scriva dei rapporti fra cinema e letteratura, del fascino del film muto, o delle tante rappresentazioni piene di stereotipi che sono state fatte della Sicilia, quello che in fin dei conti gli interessa è capire come ci rappresentiamo, che cosa dicono o non dicono di noi le immagini che affiorano sul grande schermo.

Non è un caso, allora, che Sciascia resti stregato dagli sterminati corridoi dell’Archives du cinéma di Bois-d’Arcy: nelle migliaia di pellicole che vi sono conservate, vedrà nientemeno che “la materializzazione (…) dei più ardui problemi che il pensiero umano da secoli declina, delle più ardue fantasie. Il divenire e l’essere, il tempo, la libertà, la predestinazione, l’identità, il potere. Eraclito, Parmenide, Platone, Agostino, Shakespeare, Einstein, Borges. E Pirandello. Tutto quel che sarà ed è già stato. Il tempo sottratto al tempo e in attesa del tempo. L’uomo uno, nessuno e centomila. La vita soltanto un sogno, un archivio di ombre.”

Federico Fellini, Il libro dei sogni, Einaudi 2020

“Archivio di ombre” è una definizione che sarebbe piaciuta a Federico Fellini. I disegni raccolti ne Il libro dei sogni rappresentano forse la parte più notturna, ombrosa, gioiosamente inquieta della sua produzione. Fra le pagine si incontrano, abbozzate con rapidi tratti, intuizioni di luoghi e personaggi che poi troveremo nei suoi film: donne dalle forme generose che sfilano in lunghi abiti brillanti, come se il cielo stellato si fosse posato sulle loro spalle; piazze notturne e dalle proporzioni sbagliate, con scale lunghissime che permettono al “signor Federico” di arrampicarsi sui palazzi; e poi tanti, tantissimi circensi che sfilano sui trampoli oppure se ne stanno sospesi nel vuoto, come sospeso nel vuoto sarà Marcello Mastroianni nella celebre scena inaugurale di 8 ½. 

Talvolta la calligrafia di Fellini si fa così piccola e appuntita da diventare indecifrabile, ma è poi importante decifrare tutto? Si possono consultare le trascrizioni dei sogni battute a macchina alla fine del libro, oppure ci si può abbandonare al flusso di immagini, lasciando che certe parole resistano sulla pagina come puro segno, la traccia di una notte inesprimibile.

“I sogni non hanno alcun valore pedagogico” scrive Daniel Pennac nella prefazione. “Se lo avessero, se al risveglio traessimo dalla notte chissà quale insegnamento, sarebbe non solo la rovina della psicanalisi, ma anche la fine della creazione.”

Inutile allora setacciare le pagine con intenti critici, perché ciò che il libro davvero ci mostra è un’immaginazione al lavoro, la soglia liminale in cui certe figure si staccano dalla mente che le ha partorite e non sono ancora opere d’arte – solo forme in attesa di destinazione, spettri che non hanno ancora abitato il mondo.

Rispetto a formati classici come quelli del libro di interviste, o del diario di lavoro, Il libro dei sogni ci offre uno squarcio davvero intimo sul mondo di Fellini, e persino qualcosa di più, forse la continuazione del cinema con altri mezzi, una specie di film su carta in cui ci perdiamo e ritroviamo continuamente.

C’è un testo, verso la metà del libro, scritto a carattere stampatello, che ha l’irriverenza di un manifesto d’avanguardia: “Abbandonare l’aereo, le idee preconcette, l’intellettualità,” scrive Fellini, “E poi? Sprofondare giù nell’abisso marino giù nell’inconscio, pescare nella sconosciuta voragine del mare e risalire con i tesori”. Cinema come inconscio collettivo: è uno statuto forte, molto meno giocoso di quel che potrebbe sembrare. Uno statuto che si può permettere qualcuno che abbia una fiducia sconsiderata nel cinema, ma anche negli spettatori; qualcuno che non abbia voglia di inseguire le aspettative del pubblico, ma solo di disattenderle.

In fondo i suoi film migliori Fellini li ha fatti nel corso degli anni Sessanta, un periodo aureo per il cinema italiano, in cui, sulla spinta del boom economico, il paese aveva in gran bisogno di immaginarsi. Che una società in cattivo stato non si misuri anche dalla sua incapacità di mettere a fuoco le proprie ombre sul grande schermo?

Che non sia, rovesciando il detto di Goya, tanto il sonno della ragione, quanto il sonno dell’immaginazione a generare i mostri che incontriamo nella realtà?

“Ho scherzato su tutto: questo posso dirlo con tranquilla coscienza,” scrive Sciascia in uno dei testi finali della raccolta, redatto nel 1976. “Ho scherzato sul Partito Comunista, sulla Chiesa Cattolica, sulla mafia, sugli scienziati, sul Risorgimento, sulla famiglia. Su tutte le cose su cui la maggioranza degli italiani di scherzare non se la sente. (…) Bisogna scherzare sulle cose che si temono o si odiano o si amano. Per liberarsi dalla paura o per giustamente amarle.”

Ecco un’altra considerazione che poteva piacere a Fellini: anche lui ha scherzato sul belpaese e le sue ambizioni, sul potere e le sue ridicole mortificazioni. Ha scherzato perfino sul senso del fare cinema, lasciando il suo alter ego Mastroianni vagare come un flâneur tra gli spettri della sua immaginazione. “Ma questa confusione sono io, io come sono, non come vorrei essere” confida il protagonista nel finale di 8 ½. “E non mi fa più paura dire la verità, quello che non so, che cerco, che non ho ancora trovato.”

Non potevano essere più diversi, Leonardo Sciascia e Federico Fellini. Eppure ci hanno lasciato due libri che sono due corpi estranei e inimitabili nella letteratura sul cinema. Due libri per riflettere sulla nostra fascinazione verso le immagini, e sul mistero per cui, anche a migliaia di anni di distanza dal mito di Platone, pure più colti e consapevoli, ancora di tanto in tanto rifuggiamo la luce diurna, e scaviamo caverne nel cuore delle città, lasciandoci incantare dalle ombre che danzano sulle pareti. 

Giulia Oglialoro

Nata nel 1992, dopo la laurea a pieni voti in Storia dell’Arte all’Università di Bologna, ha lavorato come assistente fotografa in Italia e a New York.
Ha collaborato con Arte e con Artribune Magazine, nel 2018 è stata selezionata per una residenza di scrittura alla Biennale di Venezia. Le piace raccontare storie «satellite», piccoli accadimenti ai margini della vita quotidiana.

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