Oppenheimer. La morte delle stelle

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Cos’è una biografia? Quando raccontiamo la vita di una persona è davvero la verità storica a interessarci, o forse sotto le spoglie del realmente accaduto cerchiamo anche altro – i movimenti di quel nucleo instabile che chiamiamo “io”, il modo in cui ci trasformiamo e ci lasciamo trasformare nel tempo?

Sono domande che è naturale porsi dopo aver visto l’ultimo lungometraggio di Christopher Nolan, Oppenheimer, incentrato sull’omonimo fisico americano noto per aver diretto, dal 1942 al 1946, il “Progetto Mahnattan”, ossia il programma di ricerca che avrebbe portato alla costruzione della bomba atomica. La struttura portante del film è fornita dalla monumentale biografia American Prometheus. The triumph and the tragedy of J. Robert Oppenheimer, scritta da Kai Bird e Martin J. Sherwin, vincitori del premio Pulitzer nel 2006. Seicento pagine che Nolan sembra voler ricostruire per intero, fino a cadere in un tragico paradosso: il suo è un film su Oppenheimer, ma in cui il protagonista ha la profondità di un ologramma. Abbiamo una miriade di informazioni sul suo conto, ma niente che possa davvero darci l’idea della sua persona.

Così come accaduto con Barbie di Greta Gerwing, il film è stato anticipato da una poderosa campagna di marketing. Pochi fotogrammi sono bastati per produrre materiale pubblicitario, battute, meme che da mesi saturano il web, in un curioso cortocircuito per cui i social non sono più uno strumento di amplificazione, ma la condizione stessa di sopravvivenza per le opere hollywoodiane, sempre più minacciate dall’avanzata delle serie e da un’industria dell’intrattenimento ormai mutata. Tutto cospirava a convincerci che il film fosse già un capolavoro, “un’icona del nostro tempo”, senza che fosse ancora apparso nelle sale.

Delle icone, l’Oppenheimer tratteggiato da Nolan sembra avere solo la bidimensionalità. Seguiamo il protagonista da quando è uno studente di fisica tormentato da generiche visioni sull’universo e su atomi che collidono; lo vediamo fare rapidamente carriera, concludere lezioni tra gli applausi scroscianti e soprattutto scrivere, davanti a folle di studenti commossi, innumerevoli formule alla lavagna. In questa specie di rassegna del già visto c’è spazio anche per il femminile tormentato, per le belle, inaffidabili Ofelie di cui si innamora il protagonista: Florence Pugh ed Emily Blunt sono due attrici così diverse, per aspetto e per temperamento, eppure qui si sovrappongono in un’unica instabile figura. Poco importa che le due compagne di Oppenheimer fossero, nella realtà, una psichiatra e una biologa, in un periodo in cui era tutt’altro che scontato per le donne intraprendere questo tipo di studi: con un ritmo così rapido, con un montaggio così ansioso, non c’è tempo per approfondire nulla, nonostante il film duri tre ore.

Alla debolezza del racconto di certo non viene in aiuto la recitazione di Cillian Muprhy, che ci propone uno scienziato dal volto sempre stregato, con grandi occhi blu sbalorditi sul mondo, e il fascino molle di uno che non ha mai il controllo della situazione.

Per ritrarre Oppenheimer, Nolan punta tutto sulla somiglianza fisica, e niente su una somiglianza più sottile e interiore, niente sulle ombre e sui conflitti che potevano attraversare una delle personalità più controverse della storia contemporanea.

Se Interstellar ci proponeva un aggiornamento della figura del pioniere americano, pronto a spingersi oltre le frontiere fisiche e immateriali, con Oppenheimer andiamo agli albori della mitologia statunitense: per motivi di segretezza il Progetto Manhattan viene infatti allestito nel deserto di Los Alamos, nel New Mexico, in quello che ricorda a tutti gli effetti un villaggio western. Oppenheimer si muove sicuro come un cowboy – talvolta persino a cavallo – tra le strade polverose inondate da un sole perenne, ma nonostante l’entusiasmo con cui aderisce al progetto, le sue simpatie giovanili verso i movimenti di sinistra generano continue inquietudini nei funzionari americani.  Capiamo che la vera tragedia del film non è la bomba atomica, affatto, la vera tragedia è il comunismo.

I timori di collaborazionismo si esasperano durante la Guerra Fredda, quando vengono condotte due inchieste per valutare l’integrità morale dello scienziato. Tutta la seconda parte del film è dedicata a queste due speciali inquisizioni, con un Oppenheimer sempre cupo e braccato a un tavolo o dietro il banco degli imputati; i continui salti temporali tra gli interrogatori vorrebbero a creare tensione, ma hanno il solo effetto di saturare il film di battute. In fondo, Nolan si compiace di una trama che smonta e rimonta davanti ai nostri occhi come un cubo di Rubik, senza rendersi conto che il problema è esattamente questo, che il suo racconto fila persino troppo, che ogni cosa ci viene spiegata, che in questo sistema perfettamente autonomo non c’è alcuno spazio per immaginare, neanche un minuscolo buco nero che generi attenzione e ci lasci con una domanda, con una scintilla di curiosità.

E se allora è questo il gioco che il regista allestisce, se vuole invitarci ad ammirare questa storia che ritiene così perfetta, allora guardiamolo da vicino, questo “Prometeo americano”. Il mito viene citato a lettere di fuoco all’inizio del film, nonché ribadito in una battuta da uno degli innumerevoli scienziati che prendono parola per pochi secondi: così come l’eroe greco fu punito dagli dei per aver donato il fuoco agli uomini, anche Oppenheimer sarebbe stato punito per aver dato al mondo la bomba atomica, o meglio, per dirla con le parole di Nolan, «il potere di distruggere sé stesso». A parte la modestia di paragonare la Casa Bianca all’Olimpo, è una metafora che non regge: davvero si fatica credere che Oppenheimer avesse a cuore, al pari di Prometeo, il destino dell’umanità, dal momento che il suo piano era esattamente, dichiaratamente questo, concepire l’arma più letale mai realizzata e usarla per colpire i civili. Nemmeno si può sostenere che volesse solo spingersi oltre i limiti del pensiero, che il “fuoco” che portava in dono fosse di ben altra natura, poiché quando assunse le redini del Progetto Manhattan Oppenheimer sapeva benissimo a cosa stava lavorando, i costi in termini di vita umana che avrebbe causato, e aveva dalla sua tutto il sostegno, la fiducia, le migliori menti che potesse augurarsi.

Gli scienziati da lui coordinati lavorarono per anni, instancabilmente, e instancabilmente cercarono quale formula sarebbe stata più annichilente, quale combinazione di elementi avrebbe causato i danni più profondi, più irreparabili.

Il problema di per sé non è che il regista abbia scelto di raccontarci l’inventore della bomba atomica: il problema è che cerchi di convincerci, in tutti i modi, che il suo personaggio sia buono.

Non c’è neanche una voce, per tutta la durata del film, che si opponga convintamente al Progetto Manhattan, così come nessun reale pentimento attraversa davvero lo scienziato, al massimo dubbi, sguardi corrucciati, rapide immaginazioni di corpi carbonizzati che certo turbano il protagonista, ma non scuotono mai davvero la convinzione che abbia agito per il “bene” dell’umanità. Poco importa se l’obiettivo iniziale fossero i nazisti e solo in un secondo momento il popolo giapponese, sul quale si infierì a guerra ormai conclusa: Nolan risolve questo cambio di piano in pochi secondi, con uno dei tanti discorsi in cui l’eroe ricorda alla sua squadra che «il nostro dovere non è ancora compiuto».

«Mi interessa come muoiono le stelle» dice Oppenheimer all’inizio del film, in un breve dialogo con quella che poi diventerà sua moglie. È forse l’unico momento in cui questo protagonista, così alieno e inaccessibile, lascia intravedere un desiderio, una nera ossessione dietro le sue ricerche – quella di chi ha voluto provare, almeno una volta, a essere Dio, a creare e far esplodere la vita.

Altro che Prometeo, allora: se davvero Nolan avesse voluto parlarci di quei moti oscuri e contraddittori, di quella “scissione” atomica ma anche morale da cui scaturirono i fuochi che cambiarono il mondo, non è nell’Olimpo che avrebbe dovuto guardare, ma nel cuore dell’uomo.

Giulia Oglialoro

Nata nel 1992, dopo la laurea a pieni voti in Storia dell’Arte all’Università di Bologna, ha lavorato come assistente fotografa in Italia e a New York.
Ha collaborato con Arte e con Artribune Magazine, nel 2018 è stata selezionata per una residenza di scrittura alla Biennale di Venezia. Le piace raccontare storie «satellite», piccoli accadimenti ai margini della vita quotidiana.

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